La strada dell’eterologa non si ferma alla mera decisione, si protrae per tutta la vita.

Nonostante sia un anno più giovane di mia moglie, mi sentivo pronto per fare un figlio prima di lei. Da qualche tempo il mio posto di lavoro era diventato a tempo indeterminato e qualcosa dentro di me mi diceva che la nostra coppia sarebbe stata pronta per accogliere una creatura.

Soprattutto, il motivo che mi spingeva di più era dare ai miei figli un padre che gli stesse vicino e si occupasse di loro quanto più possibile. Infatti, io non ho avuto la fortuna di crescere con un padre, dal momento che il mio ha deciso all’epoca di non riconoscermi e di allontanarsi da mia madre prima della mia nascita (o almeno questo è ciò che mi è stato raccontato dalla mia famiglia e dai miei nonni, con cui sono cresciuto). La mia famiglia ha sempre cercato di farmi considerare mio nonno come sostituto di mio padre e fino a prima della pubertà questo ha più o meno funzionato, ma poi, durante l’adolescenza, sentivo nel mio subconscio il bisogno di una vera figura paterna, che potesse accompagnarmi e consigliarmi su certi argomenti per cui il nonno è troppo vecchio e la madre non è la persona adatta.

Questa assenza del padre è stato uno dei motivi per cui il rapporto con la mia famiglia è peggiorato sempre più man mano che sono cresciuto e credo che nessun figlio si meriti di vivere una vita senza uno dei due genitori, perché entrambi sono fondamentali per il suo buon sviluppo e benessere.

Dopo diversi mesi di tentativi, nonostante il medico di famiglia ci dicesse che poteva essere normale abbiamo deciso di effettuare lo spermiogramma, che ha evidenziato l’assenza totale di spermatozoi (azoospermia). Prima di allora non mi era nemmeno passato per la testa che potesse esistere una patologia simile e, in generale, avevo considerato la procreazione come una cosa “sottintesa”, che tutti possono fare, anzi, una cosa da cui bisogna proteggersi se non la si desidera.

Dopo aver accertato, grazie ad altri spermiogrammi effettuati in altri centri, che effettivamente sono affetto da questa patologia, mi sono sentito in colpa per essere io la causa di questi problemi, che avrebbero necessariamente comportato sforzifatiche e trattamenti per mia moglie, poiché, a partire da quel momento, io non potevo più contribuire in modo naturale al nostro sogno di fare un figlio.

Da questo senso di colpa è nata la mia proposta di mettermi da parte e di lasciarci, affinché lei potesse trovare un altro partner senza dover subire i trattamenti di un percorso PMA. Era chiaramente una proposta che non avrebbe avuto seguito: la nostra coppia era solida e non sarebbe certo stata questa difficoltà a farci separare, ciononostante l’ho considerato come un “atto necessario”, che veniva dal mio cuore, affinché lei non dovesse subire dei problemi per una patologia derivante dal mio corpo.

Nei mesi successivi, quando abbiamo iniziato il nostro percorso di PMA, ho scoperto che in realtà moltissime coppie sono affette da problemi di fertilità, soltanto che viene ancora considerato un argomento tabù. Soprattutto, non c’è un’adeguata sensibilizzazione a livello medico, fin dall’età di adolescenti, a questo tipo di problemi, in particolare per la popolazione maschile e, in generale, per l’infertilità maschile. Mentre per le donne, tipicamente a partire dall’età delle mestruazioni, è prassi comune effettuare un controllo ginecologico, per gli uomini non è affatto altrettanto. Ciononostante, in particolare con l’abolizione della leva militare obbligatoria e dei controlli medici che venivano effettuati in quell’occasione, è fondamentale che anche i maschi effettuino un controllo andrologico in adolescenza.

Il primo importante step nel percorso di PMA è stata la mia operazione di biopsia testicolare (TESE). L’intervento, effettuato bilateralmente (cioè su entrambi i testicoli, dal momento che il prelievo effettuato sul primo testicolo non ha avuto esito positivo), è durato molto più a lungo rispetto a quanto ci aveva annunciato il medico durante la visita preoperatoria.

L’esito negativo di questa operazione è stato un duro colpo per noi: è stata la conferma che non avrei potuto contribuire geneticamente a ciò che si ritiene (erroneamente) essere una cosa scontata, ovvero fare un figlio. In realtà presto mi è risultato evidente che il contributo genetico sarebbe stato ben poco importante, mentre invece sarebbe stato fondamentale il mio contributo materiale. Per iniziare, mi sono impegnato a fare del mio meglio per dare la forza necessaria per il primo tentativo di inseminazione eterologa: mi sono occupato della casa, della cucina e di tutto ciò che avrebbe potuto sgravare mia moglie per creare le condizioni ideali per il tentativo.

Non so se questo sia davvero servito alla buona riuscita dell’inseminazione e non lo sapremo mai, ma in quel momento per me era importante fare la mia parte, nel limite delle mie possibilità, e contribuire (talvolta anche soltanto psicologicamente) agli sforzi che avrebbe dovuto fare mia moglie nel perseguire il nostro obiettivo. Insomma, partecipare affinché lei avesse le condizioni migliori possibili (fisiche e psicologiche) per affrontare il tentativo.

Successivamente, nei giorni immediatamente antecedenti l’inseminazione, ho partecipato alle punture che doveva fare per la stimolazione ovarica e, non senza qualche esitazione, le ho fatte io. È poca cosa, ma, soprattutto fare la puntura che scatena l’ovulazione è stata una grande emozione e soprattutto la sensazione di compartecipare.

Il momento per me più “frustrante” nel nostro percorso è stato il momento dell’inseminazione: la dottoressa ha detto quanti milioni di spermatozoi sarebbero stati inseriti e ci si rende conto in modo tangibile del fatto che, da uomo, non si è in grado di svolgere il proprio ruolo naturale nella procreazione. In secondo luogo, si percepisce che per gli uomini “sani” è normale, in una sola raccolta, produrre MILIONI di spermatozoi, mentre sé stessi non si è in grado nemmeno di produrne uno, nemmeno andandolo a cercare con la lente, proprio là dove dovrebbe essere.

Sono sensazioni che possono mettere a disagio e disturbare psicologicamente, quindi il mio consiglio a chi intraprende questa strada è di riflettere su questi due argomenti, idealmente con il proprio partner, senza farsi portare sulla strada di abbandonare il percorso, ma piuttosto per essere forti e preparati quando è il momento di tenersi la mano e procedere con il tentativo. Devo dire poi che il secondo tentativo (che ha portato alla nostra prima figlia) e il terzo (che ci ha regalato il nostro secondo figlio) sono stati molto più facili da affrontare, sulla scorta dell’esperienza accumulata con la prima inseminazione.

Anche nei giorni successivi al tentativo e durante tutta la gravidanza ho continuato a impegnarmi al massimo per creare le condizioni migliori affinché nel grembo di mia moglie succedesse quello che desideravamo e tutto procedesse al meglio: tutto quello che comportava uno sforzo fisico era di mia competenza.

Dopo la nascita di ciascuno dei nostri due figli ho potuto usufruire dei riposi per allattamento (2 ore al giorno di riposo dal lavoro nel primo anno di vita), dal momento che, essendo mia moglie libera professionista, lei non avrebbe potuto usufruirne. Inoltre sto usufruendo di periodi di congedo parentale (riposi giornalieri o ad ore pagati il 30% dello stipendio), tutto questo per stare più vicino alla mia famiglia. Non è comunque facile conciliare vita lavorativa ed esigenze familiari: lavoro come impiegato con mansioni di gestione in un’azienda alimentare abbastanza grande e mi rendo conto che quando è un uomo anziché una donna a voler dedicare del tempo alla propria famiglia, a ciò viene talvolta dato poco peso e addirittura mi è capitato di essere deriso da un paio di colleghi per il fatto di usufruirne (tuttavia mi sostiene il fatto che un altro collega ha preso le mie stesse decisioni).

Soprattutto quello che mi motiva a continuare questa strada è il fatto che appena apro la porta di casa i bambini lo sentono e iniziano a gridare di gioia perché sono arrivato dopo molte ore che non ero con loro. Questo mi riempie di gioia e mi fa capire quanto ripagano le attenzioni e gli sforzi che ho sempre dato, giorno e notte, loro fin dalla loro nascita.

In ogni caso, ritengo che il nostro percorso, pur complicato e faticoso rispetto a ottenere una gravidanza in modo naturale, sia stato meno impegnativo di chi effettua ICSI (anche più cicli) e possiamo ritenerci molto fortunati ad aver avuto due bambini, per giunta con tre soli tentativi. Evidentemente se nel mio corpo non sono presenti affatto gli elementi per trasmettere i propri geni, in quello di mia moglie i fattori riproduttivi erano in ottima forma e tutto è andato al meglio fin da subito, nonostante le statistiche parlino di una percentuale di successo del 15-20% con la tecnica dell’inseminazione. Avere successo per due volte di fila è stato un grande regalo e non potremmo essere più grati a tutti coloro che hanno reso possibile l’avverarsi di questo sogno, in primis il donatore.

Per quanto mi riguarda, la mia gratitudine e ammirazione va a mia moglie, che ha avuto la forza di effettuare la terapia ormonale per la stimolazione ovarica, di starmi vicino nei momenti in cui mi sentivo triste e soprattutto di andare avanti affrontando le difficoltà senza lasciarsi buttare giù.

Non so se i nostri figli in futuro mi diranno che non sono il loro vero padre, all’età attuale è ancora presto per dirlo o fare delle previsioni, ma così come ci siamo impegnati per fare sì che loro arrivassero nella nostra famiglia, ci impegneremo anche per fargli capire quanto fossero desiderati, nonché le motivazioni e i ragionamenti alla base della nostra scelta.

Infatti nel corso degli anni abbiamo tenuto un diario personale per ciascuno di loro, riportando fatti e sensazioni del pre-, del durante e del post-gravidanza, che si prefigge proprio lo scopo di trasmettergli quanto è grande il nostro amore per loro, tanto prima che ci fossero quanto dopo il loro arrivo, nonostante i capricci, i pianti, le notti svegli (in realtà poche!), la loro forza e il loro aprirci le palpebre di essere attivi mentre noi eravamo stanchi.

I nostri viaggi, i nostri ritmi e in generale tutta la nostra vita, sin dall’arrivo della nostra prima figlia, si è orientata sui loro bisogni e ritmi e tutte le scelte che prendiamo sono mirate al loro benessere e felicità e speriamo che questo sia la base affinché accettino la nostra scelta per il loro concepimento.

Abbiamo deciso di raccontare sui social e sul nostro blog come siamo riusciti a diventare una famiglia grazie alla fecondazione eterologa: la nostra esperienza, i mesi di ricerca di una gravidanza, le speranze, le paure e preoccupazionil’amore tra di noi, quello che ci ha dato forza e infine la gioia immensa di aver avuto la fortuna di poter oggi tenere tra le nostre braccia i nostri due figli.

Se la nostra storia vi ha interessati, seguite il nostro profilo Instagram @diariodiunavitasincerologa e visitate il sito web http://diariodiunavitasincerologa.it/

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