Le parole hanno un peso ed una dolcezza

Avrei voluto sentirmi chiamare “mamma” da sempre. Ho avuto la fortuna di innamorarmi dell’uomo della mia vita molto presto e ho sempre fatto di tutto per iniziare a costruire con lui una famiglia ricca di amore, rispetto, sorrisi e impegno reciproco. Il nostro rapporto cresceva ma per riuscire a raggiungere una certa indipendenza abbiamo atteso 9 anni prima di poterci sposare, il perché è troppo complicato da descrivere in poche righe, prima o poi troverò la forza per mettere tutto in ordine e scriverne un libro perché lo meriterebbe. Una volta marito e moglie le pressioni lavorative non ci permettevano ancora di diventare genitori, anche se il desiderio di sempre cresceva in me di giorno in giorno. Sono passati degli anni, un tempo in cui la parola chiave è stata: pazienza. Purtroppo però non tutto si ferma perché tu lo vuoi e la vita ha deciso che il tempo per il mio dolce papà era finito, ho dovuto quindi affrontare il dolore bruciante del lutto, è stato difficile ed impegnativo rialzarmi e capire che il figlio che avevo in testa avrebbe fatto diventare ugualmente nonno il mio papà, anche se non lo avrebbe potuto conoscere direttamente. Eppure abbiamo dovuto scontrarci con una realtà diversa da quella sognata: dopo anni di tentativi scopro il significato della parola “endometriosi”, vengo operata d’urgenza perché la malattia aveva preso il sopravvento e uno straordinario chirurgo mi salva rimettendomi in senso, ma da quell’operazione, affrontata nella solitutide imposta dal Covid, mi sono svegliata senza le tube e senza un’ovaia. Forse l’altra si sarebbe potuta riprendere, ma solo forse. Tutto questo impone in me un nuovo modo di pensare alla vita, una confusione che sconvolge l’ordine di priorità di tutto. Il mio compagno di vita c’è stato sempre, soffrendo con me, subendo la mia diagnosi e aggrappandosi insieme a me alla speranza di un nome che ci spaventava e ci confortava allo stesso tempo: pma. E’ iniziata così la ricerca della clinica giusta, delle forze necessarie, del momento propizio. Il primo tentativo è stato come lanciarsi da trampolino: ho fatto un bel respiro, sono volata giù senza quasi rendermene conto e ho avuto un duro impatto con l’acqua. Il mio leoncino, così mi sentivo di chiamarlo, non si è impiantato. Ho fatto un altro bel respiro e mi sono preparata per lanciarmi una seconda volta, ma il mio fisico non ha collaborato e il tentativo è andato a vuoto. Ora stiamo per intraprendere un nuovo salto; mi spaventa il fatto che sia il terzo, che io sappia perfettamente a cosa sto andando incontro, ma non abbia nessuna idea del possibile risultato. Vedo la vita da un’altra prospettiva da quando conosco questo tipo di sofferenza silenziosa, noi donne non mamme e noi coppie non fertili siamo in tanti, ma molti scelgono il silenzio perché esporre una parte così delicata e fragile è troppo pericoloso. Ecco perché, ora come non mai, so quanto pesano alcune parole: mamma, prima di ogni altra per la sua dolcezza e la sua profondità; pazienza, perseveranza, forza, perché ne occorrono un’infinità in percorsi così tortuosi; ma soprattutto amore, verso se stessi e per la nostra metà, l’unica che può alleviare il peso di tutte le altre.

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