E poi la magia..

Venerdì 15 marzo ore 08:30..sono seduta in una sala di attesa..a breve l’incontro più importante della mia vita..quello tra me e i miei tre embrioni..eh si perché dopo il cocktail magico di bemfola, luveris e orgalutran le mie ovaiei hanno prodotto 8 follicoli di cui 3 fecondati..mi chiamano e il mio momento..respiro profondamente..mi spoglio..mi metto il camice..lego i capelli..salgo sulla lettiga..sorriso smagliante..guardo mio marito e gli sussurro stai tranquillo li saluto da parte tua..corridoi stretti..io in trepidante attesa..li voglio vedere li voglio con me..eccoci ci siamo..signora si sdrai e stia tranquilla..poi arriva la mia magnifica biologa e si inizia..silenzio..sentivo solo il mio cuore pulsare..e poi ad un certo punto la magia..tre piccole palline che vengono messe lì in quella specie di conca..il primario gira lo scherzo blocca l’immagine..sorride e fa: forza fate il primo sorriso alla mamma!!!il mio cuore ha smesso di battere..e dentro di me mi sono detta: oh dio sono i miei..ho ripreso a respirare a fatica..ho asciugato le lacrime li ho guardati e ho detto: siete la cosa più bella in assoluto!!!

ora è da una settimana che sono a riposo a letto..cerco di capire ogni minimo sintomo..e prego..prego che tutto vado bene..prego che le beta siano positive..ma comunque vado mi sento felice..felice di aver visto in anteprima quelli che forse tra 9 mesi stringerò tra le braccia..

una storia qualunque

“Ho fatto la vasectomia” è solo una battuta di un po’ di tempo fa.
Dopo anni, mi si accende l’interruttore e mi torna in mente quella frase così sciocca, non rammento il contesto in cui sia stata fatta questa battutaccia, però inizia a martellarmi il cervello quando so che anche questo mese il ciclo mestruale sta arrivando.
“Vasectomia” “vasectomia” mi tormenta.

-Amor mio, sono ormai sette anni che stiamo insieme, quando lo facciamo un bambino?-

Mi sento ancora una ventenne, ho un leone  che ruggisce dentro, posseggo ancora tutta l’irrequietezza dell’adolescenza.
Lo specchio mi riporta alla realtà: ho quarant’anni (ora quarantadue).

-Edy, cazzo! Lo facciamo sto figlio?- Inveisco contro di lui.

Lui glissa, lui non sbotta come me. Lui non affronta le cose di petto come me. Eppure, l’ho palesato spesso, ha la consapevolezza che dopo la fine del mio matrimonio, prima o poi, avrei desiderato una nuova convivenza e dei figli. Anche in ordine casuale. Invece vivo ancora da sola nel bilocale in affitto.
Litighiamo: io forte, lui piano, e gli sputo addosso quella spiritosaggine sulla vasectomia di qualche anno prima.
Quanto rancore riesco a covare! Come so accantonare bene le parole sbagliate per rivendicarle nei bisticci!
Rassegnato, davanti ai miei occhi accecati di ira e rossi di pianto, m’accontenta e decide di fare lo spermiogramma mentre io inizio con i primi esami di prassi. I risultati, per entrambi, sono più che decenti per la nostra età. Colloquio da sola con la ginecologa, lui non m’accompagna. Lui mi lascia sempre sola. La dottoressa consiglia degli integratori tanto per cominciare. Lui non li vuole prendere. Litighiamo ancora: io sempre forte e lui sempre piano. Avverto la sua lontananza, percepisco il peso dell’ennesima discussione e gli faccio sputare fuori la verità. Eccola la verità! Ecco qua la verità, servita su un piatto d’argento: lui ha sessant’anni suonati, lui ci ha ripensato, lui crede che col tempo io possa dimenticare di voler essere madre, lui un figlio non lo vuole, lui un figlio già ce l’ha, lui è vedovo, lui vuole tranquillità, lui non vuole assolutamente fare il padre. Un figlio è solo un peso.
Cerco di fargli cambiare idea con le buone, con le cattive, con disperazione frammista a rabbia e mi umilio sempre di più, elemosinando qualcosa che lui non mi vuole dare.

-Donami il tuo seme, e se il figlio arriverà, non dovrai né riconoscerlo ed ancor meno mantenerlo-

Rasento il ridicolo ed il grottesco. Ci lasciamo, ci riprendiamo, ci rimolliamo e ci ritroviamo. Io lo odio e poi lo ri-amo. Il figlio è solo una mia priorità, non la sua. Se non parlo del figlio, va tutto bene, se non tocchiamo il tasto dolente sono tutte rose e fiori. Oggi mi indispettiscono persino gli adesivi sulle auto, quelli con la famiglia stilizzata con i nomi ed  odio anche di più quei ciondoli le ‘bole messicane’.
Mi incupisco, fingo allegria quando dentro mi trema il cuore. È diventato tutto
mentalmente estenuante. Siamo in un continuo stand-by, in un limbo con scarse vie d’uscita.

Sono una ragazza ‘sola’ di quarantadue anni e cerco un figlio. A dirla tutta ne vorrei tre o quattro, ma per ora m’accontento di ambire a diventare una primipara attempata. Ho un compagno da otto anni, ma lui si chiama fuori dal mio percorso, dal mio progetto, dal mio desiderio di maternità. Non interferisce, non interagisce, non mi appoggia e non mi ostacola palesemente. Semplicemente, in silenzio, m’accompagna all’aeroporto.

Di impeto, inizio a cercare in rete le cliniche per la PMA eterologa: faccio da sola, ho deciso che m’arrangio, non posso aspettare oltre. Sono già troppo vecchia, lo dicono le statistiche. La belva che ho dentro riesplode.
Sono in ballo e voglio ballare fino alla fine.

A fine estate inizio l’iter degli esami, faccio il colloquio a gennaio ed a febbraio inizio con la stimolazione per una IUI con seme di donatore. La ginecologa, papale papale, mi propone una FIV e spendere subito i soldi in un colpo solo. Io non me la sento (una ICSI fallita l’ho già subita una quindicina d’anni fa con l’ex marito). Non voglio andare in iperstimolazione come la prima volta, non ho la forza o il coraggio di affrontare il grande bombardamento ormonale, l’anestesia totale (?), l’estrazione delle uova, l’impianto e la delusione. Preferisco un approccio più blando, se lo si può definire tale. E poi, non voglio sputtanarmi cinquemila euro per un unico giro alla roulette russa della PMA.

È giovedì pomeriggio.
-Signora, la chiamo dalla clinica, sabato mattina alle 11 deve essere qui per la IUI a vescica piena. Alle 21:30 faccia l’ovitrelle-
click.

Cerco spasmodicamente voli ed alberghi. È il periodo di carnevale; trovo quel che c’è a prezzi esosi. Tiro giù la serranda della bottega ed attacco il cartello: “Il negozio rimarrà chiuso venerdì e sabato. Ci vediamo lunedì”

È venerdì e cammino per Barcellona fino a sera, fino a perdere le gambe; non sento fame e sete, sono pervasa da uno stato di euforia.  Sarà merito del vento che mi mette sempre tanta allegria, sarà perché sono ad uno schiocco di dita dall’obbiettivo, sarà perché ho smesso di avere paura.
Sorrido a tutti, rido e piango di felicità, qui nessuno mi conosce, posso togliermi la maschera ed essere me stessa, forse mi scambiano per pazza ma poco mi interessa.

Sabato mattina arrivo alla clinica con due ore d’anticipo. Sono esagerata, lo so, ma voglio essere puntualissima per l’incontro che potrebbe cambiare la mia vita.
Faccio su e giù per il marciapiede, mi sposto solo di qualche isolato: ho paura di tardare. Entro in clinica e sbrigo le ultime pratiche. La ginecologa mi dice che ci sono due follicoli belli grossi.
La dottoressa Torres è molto affabile e si complimenta per la positività con cui sto affrontando questa operazione che richiede un quarto d’ora al massimo.
Lo sperma viene inserito col catetere in utero. Tutto bene, tutto liscio, esco e passeggio, ho ancora qualche ora prima del volo di rientro. Cammino per le strade piango e rido ancora di felicità, parlo da sola, parlo alle mie ovaie e parlo anche con gli spermatozoi (capiranno anche l’italiano o solo il catalano?). “Siete in dodici milioni e mezzo a nuotare nella mia vagina. Vi prego, che almeno uno di voi buchi l’uovo. Siate intelligenti. Siate furbi, fate ciò che deve essere fatto.”
Torno in Italia, con le statistiche che mi ronzano nella testa. Solo il 9% di riuscita. È poco, ma ci spero. In fin dei conti il mio problema è solo anagrafico. Non me li sento quarantadue anni, sono ancora una ragazza. Accantono il mio solito ‘pessimismo a scopo preventivo’. Parlo di nuovo col mio utero, parlo a due fantomatiche cellule fecondate: “Ma quanto fortunate siete? Non siete ancora germogliate e già viaggiate in aereo. Guardate il mare, lo vedete? Ecco i pirenei, la Francia, le Alpi. Ragazze siamo a Venezia e tra poco saremo tutti a casa. Vedrete che famiglia numerosa e chiassosa che ho. Conoscerete mia sorella, i miei quattro fratelli, i cani, la gatta, vedrete la piazza, le mie clienti, avrete almeno una cinquantina di nonne ed altrettante zie!”

Mi sento bene, sono felice ed emozionata, stavolta non so stare coi piedi per terra. Sarà l’adrenalina che ho accumulato quest’ultima settimana. Parlo talmente in fretta che la gente fatica comprendermi, sono logorroica; ho tante cose da dire ed il cervello corre più veloce del suono delle parole che escono dalla mia bocca.
L’ho raccontato a tante persone quello che sto facendo; vivo in un piccolo paese di montagna e la PMA sembra una cosa che si vede solo nei film.
Ho destato qualche stupore, poco disappunto e tanta solidarietà. Ho reputato corretto che i miei clienti comprendessero il percorso che sto attraversando ed il motivo per il quale, ogni tanto, arrivo in ritardo, chiudo in anticipo o non apro bottega.

La mia prima IUI non ha funzionato, è stato uno scherzo di carnevale malriuscito. Non ho dovuto aspettare il test di gravidanza: mi è venuto il ciclo mestruale. Una settimana dopo l’inseminazione già lo sapevo che non ero incinta. Ormai ho imparato a conoscere il mio corpo così bene che basta guardami allo specchio per capire che il ciclo arriverà entro una decina di giorni. Le mie borse sotto gli occhi sono inequivocabili e non mentono mai. Lo so che non sono gravida eppure mi illudo che i sintomi pre mestruali possano essere gli stessi di quelli gravidici perché l’ho letto sui forum e carpisco i concetti che m’aggradano di più. L’ho letto spasmodicamente ed ho finito per crederci, e sono finita nel tunnel di quelle continuano a controllarsi le mutandine ed a tastarsi costantemente le tette. Davanti alle analisi del sangue con esito negativo fatico somatizzare questa amara sconfitta. Con la mia famiglia e con la gente fingo che non mi importi, fingo che sia stato un tentativo fatto tanto per fare, invece quando sono sola, piango di rabbia, piango di invidia per chi ce l’ha fatta, piango e inveisco con il destino avverso.

Tra un paio di mesi mi sottoporrò la seconda IUI. Di sicuro so che non l’affronterò con ottimismo ma probabilmente la sentirò come un compito che deve essere svolto. Forse farò anche alla terza inseminazione e poi valuterò l’ovodonazione anche se sarò solo la donna che cova.
Io non mi posso fermare qui, in questo purgatorio. Ho stabilito che il fondo lo debbo toccare per poter risalire. Finché non avrò paura, finché avrò soldi, finché non sarò in menopausa.

Lucia

Un viaggio…un sogno..una battaglia

Nel 2017 a maggio  io e il mio meraviglioso marito ci sposiamo…un sogno che si realizza dopo lunghi preparativi. Così ad agosto cominciamo a provare ad allargare la famiglia..primo tentativo nulla..pazienza sarà per il prossimo ci diciamo…Ma qui inizia il calvario sei mesi dopo ancora nulla. Così iniziamo esami su esami e il verdetto arriva come una pugnalata al cuore: sterilità di coppia. Lacrime dolore…un buco nero da cui pensavamo di non riuscire ad uscire. Poi ci spiegano che esiste la PMA…con fivet icsi…all’ inizio per noi arabo ma ora rappresentano la nostra speranza. Siamo al secondo tentativo ma anche questa volta il sogno finisce. Ora nuovi esami e nuove cure. Il dolore è grande, forte e ogni giorno è una battaglia. Ma io e mio marito vinceremo la guerra prima o Poi! Non vogliamo smettere di crederci! Non possiamo smettere di crederci!

Acquario

L’acquario è accogliente. Acciaio e vetro che avvolgono un silenzio inverosimile. Siamo centinaia a scendere dal taxi davanti all’entrata con quella maniglia panciuta che mette speranza. E invece no. Il dono – lo chiamano miracolo a volte- non ha nessun lieto fine. Guardo indietro e vedo cinque anni di fatiche indicibili. Ma soprattutto una attesa nodosa e ruvida che invadeva le ore, i giorni, i pensieri. Oggi sono rassegnata ma serena. Non spetta a tutti il lieto fine. Ma trovare pace sì.  Ci sono inciampi e dolori che si conservano con cura nel cuore a ricordarci come siamo arrivati fin qui. Bisogna provare ed essere testardi. Ma bisogna anche sapere mettere un punto. Ecco.

La mia alma

la mia storia inizia a quindici anni, quando a causa di una malattia genetica minfu fatto capire che per me avere un figlio non sarebbe stato semplice. A venti ebbi la conferma: hai un 1 %, mi fu detto. La mia vita si fermò. Sapevo già che non sarei forse mai stata madre. Ma fu un colpo al cuore. Il mio cuore prese vita e lo sentì per la prima volta . Pesante, trafiggermi il petto. Quel figlio dopo averlo pianto con tutte tutte le lacrime, dopo aver mangiato tutto il dolore ed essermi fatta cicatrizzare da esso, divenne sempre più reale. Era vivo, era nel mio cuore, ma c’era davvero. Lo sentivo quando mi mancava il fiato nel vedere una donna incinta, sentivo il petto spaccarsi al pianto di un neonato. Da quel momento io pensiero divenne divenne come una dolce compagnia, quel figlio, anzi quella figlia, che avrei tanto voluto e che avrei chiamato Alma , la sentivo come fosse una presenza sempre al mio fianco, come un angelo. Non credo che alma arriverà mai ma so quanto la avrei amata. So che l’avrei portata nei parchi, so che l’avrei portata al mare.

Attraversando l’inferno per arrivare a Te

La mia storia è fatta di una continua salita e discesa dalle montagne russe. Mi sono sposata quasi da 8 anni con l’uomo dei miei sogni, il ragazzo con cui ho costruito un legame solido e grazie a questo sono riuscita a rimanere sempre in barca anche con un mare con onde spaventose ma per fortuna non sono mai affogata nel dolore. Dopo il matrimonio abbiamo deciso di allargare la nostra famiglia e da lì iniziò il nostro calvario. La prima volta che rimasi incinta eravamo così contenti e spaventati allo stesso tempo, increduli per quelle linee rose che apparvero una mattina sul test di gravidanza. Subito pronti a gioire con le persone a noi più vicine, ma ben presto iniziarono le minacce di aborto, la corsa in ospedale, una settimana a letto tra antiemorragico e punture, per cercare di salvare qualcosa che non si poteva salvare. Dopo una settimana una nuova ecografia dove confermano che la gravidanza si era interrotta e che dovevo aspettare che il corpo mandasse il segnale di espulsione, cosa che non fece, le beta salivano, la camera gestazionale era vuota e rimasi per ben 20 giorni con un aborto interno, ma mi dissero che il corpo doveva fare il suo corso. In quei giorni avrei preferito dormire, per non dover sopportare il fatto di avere un aborto interno, volevo solo voltare pagina, ma dovetti aspettare 3 settimane. Dopo non ce la feci più ad aspettare, andai al pronto soccorso e chiesi di aiutarmi, così misero fine a quella agonia, raschiamento e tornai a casa. Dopo 1 anno rimasi incinta di nuovo, questa volta pensai che fosse la volta buona, il pomeriggio dell’ecografia io e mio marito eravamo così contenti che tutto procedeva bene che la sera decidemmo di andare a mangiare una pizza per festeggiare, mentre ero seduta al ristorante sentii del liquido scendere, corsi al bagno e mi accorsi che era sangue, ci precipitammo di corsa in ospedale e di nuovo la stessa storia, una settimana di riposo, antiemorragico e punture per finire sempre con la rottura dei nostri sogni. Secondo raschiamento e il 24 dicembre di quell’anno tornai a casa devastata dal dolore. Non so neanche io quante lacrime ho versato. Decido di ricomporre i pezzi che si erano frantumati dentro di me, faccio un lavoro interiore, e insieme a mio marito ci risolleviamo. In quel periodo eravamo anche vicini a mio padre che lottava contro un grave tumore, erano già 5 anni che lottava per vivere, ma nell’ultimo periodo però la “bestia” prese il sopravvento e purtroppo mi tolse uno dei punti di riferimento più importanti per me. Ero totalmente devastata dal dolore…ma decisi di andare avanti e ricomporre ancora una volta i pezzi della mia vita. Dopo 5 mesi dalla morte di mio padre scopro di essere incinta per la terza volta, stavolta decisi di farmi seguire da un ottimo Ginecologo, anche questa gravidanza era partita con le solite minacce di aborto, ma con l’aiuto farmacologico procedeva, dovevo stare a riposo ma per la prima volta la mia pancia cresceva e sentivo scalciare il mio piccolo Angelo, così lo chiamai come mio padre. Quando al quarto mese seppi che era un maschio non avevamo dubbi sul nome e non potevo immaginare quello che sarebbe successo più tardi. Qualche giorno prima delle 22 settimane inizio a stare male, iniziai ad avere delle perdite bianche e liquide, iniziai ad avere dei dolori che tenevo a bada con dei farmaci datomi dal mio ginecologo con cui mi tenevo in stretto contatto. L’indomani avevo la morfologica in cui dovevamo vedere il nostro bambino in 3 d, arrivati dal medico appena mi poggiò l’ecografo si accorse che il sacco si era aperto e il bambino premeva per uscire, mi disse di correre in ospedale che sarei dovuta essere ricoverata d’urgenza, andai in ospedale, codice giallo, barella, e mi dissero quelle parole che non avrei mai voluto sentire “mi dispiace signora ma non c’è più niente da fare, si è rotto il sacco, ha le contrazioni e il bambino è troppo piccolo per poter sopravvivere”, quella sera avrei preferito morire insieme a mio figlio, non avrei voluto separarmi da lui, sentivo che scalciava, mi poggiai una mano sulla pancia e gli dissi “non ti preoccupare che c’è mamma con te”. L’indomani arrivarono le contrazioni più forti e partorii con dolore mio figlio e poi mi portarono in sala operatoria per un raschiamento, persi molto sangue, ero distrutta. Non avevo più una percezione del mio corpo, non sapevo più chi ero. Quando tornai a casa passai molti giorni a piangere, non avevo la forza di reggermi in piedi, sentivo ancora dei movimenti all’interno del mio addome, a volte dovevo ritornare alla realtà per rendermi conto che non stavo sognando. Dissi più volte perché a me è dovuta succedere una disgrazia del genere? Perché? Con molto coraggio, determinazione, forza di volontà e non so nemmeno io che cosa, ho iniziato a fare dei piccoli passi per uscire dal tunnel di disperazione in cui era caduta, in un anno persi mio padre e mio figlio. Non sapevo da dove ricominciare, vedevo solo cumuli di macerie, dolore, disperazione. Decisi un giorno di segnarmi di nuovo in palestra e con mio marito ci allenavamo insieme, ripresi la mia normale routine, c’erano giorni in cui facevo fatica a svegliarmi, e giorni in cui il dolore era più sopportabile. Il mio Ginecologo mi disse di provarci ancora dato che l’utero era più pronto per ospitare una nuova gravidanza, quando mi disse quelle parole ero incredula ma anche speranzosa. Così dopo tutto il dolore che provai e che provavo e provo ancora, decidemmo di riprovarci….conscia che non sarebbe stata una passeggiata di salute e che avrei dovuto affrontare un nuovo calvario. Rimasi incinta per la quarta volta, iniziarono le solite minacce di aborto, ma senza grandi distacchi (avevo imparato anche a riconoscere la consistenza del sangue, non avevo grumi, quindi non si era formato un grande distacco), la solita trafila, riposo, medicine e speranza. Dopo 10 giorni la gravidanza partì e tutto procedette bene, stavolta la mia pancia esplose. Feci il solito prenatal safe per sapere se fosse tutto a posto, ma stavolta non volevamo sapere il sesso del bambino, per noi era solo importante e prioritario arrivare alla fine del percorso. Continuai la mia terapia giornaliera, ovuli, punture, cortisone, e tanta ansia mista a speranza, ma a 32 settimane si aprì il parto di nuovo, corsa in ospedale 3 settimane di degenza con flebo, riposo e punture. Dopo 3 settimane torno a casa e a 35+4 mi ricoverano per far nascere Simone con parto cesareo. La mattina dell’intervento entrai in sala operatoria piangendo, ero molto spaventata, pensavo che non avrei sentito il pianto di mio figlio, e quando lo vidi per la prima volta non credevo ai miei occhi, quel batuffolo di kg 2,500 era mio figlio. Simone è stato letteralmente un miracolo, il mio Ginecologo mi disse questo dopo che arrivò l’esame istologico della mia placenta. Passai molti giorni a pensare se fosse tutto vero o solo il frutto della mia fantasia, ancora credevo che qualcuno potesse portarmi via Simone. Dopo qualche mese realizzai che era tutto vero e che la nostra famiglia si era allargata. Ad oggi se mi riguardo indietro non riesco a capire la forza dove siamo riusciti a trovarla, e a volte l’unica spiegazione che riesco a darmi è il fatto che sono rimasta unita con mio marito, e ci sentivamo una Famiglia comunque, anche se eravamo solo io e lui, noi ci compensavamo a vicenda e avevamo costruito con il tempo l’idea che potevamo essere “felici” comunque anche se eravamo solo io e lui. Decidemmo di prendere un’ostacolo alla volta, non pensando troppo a quello che poteva essere e così facendo abbiamo trovato la forza ogni volta di rialzarci.

Attese…

Sono due anni e mezzo che aspetto quella fatidica linietta positiva su un test di gravidanza.. Ma ancora nulla.. Forse da l’altro ieri posso avere una speranza in più… Una piccola macchiolina forse sarà la mia felicità.. Ma dovrò aspettare… Ancora una settimana.

Attese, speranze e sogni

Sono una giovane ragazza, vedrai che andrà tutto bene. È la frase che ha caratterizzato il mio pecorso. Ho 29 anni e sembra che io stia bene ma nonostante la mia “giovane età ” sembra tutto così lontano e irraggiungibile. Sto con un ragazzo da 12 anni, dopo un anno di ricerche naturali abbiamo scoperto che lui ha un grave problema. 1 % di spermatozoi motili, ma per lo più sono amorfi. Non scorderò mai il momento in cui lo scoprimmo. È crollato tutto. Ci siamo leccati le ferite e siamo andati avanti. Abbiamo iniziato il nostro primo percorso alla cieca, non conoscevamo nulla di quel mondo. Abbiamo fatto la nostra prima icsi, beta negative, l’embrione non ha proprio attecchito. Continuano a ripetermi che sono giovane, ma vedo sempre tutto troppo lontano. Sono circondata da coetanee che rimangono incinta con una tale facilità e ogni volta a scoprirlo è come se ricevessi una coltellata, è un dolore assurdo. Sono un’egoista penso. Ma fa male, fa tanto male. E di nuovo mi lecco le ferite e vado avanti , non mollo. A giugno affronteremo la nostra seconda Icsi.

Alla ricerca della felicità

Io e mio marito siamo sposati da quasi 4 anni. A fine settembre ho eseguito il transfer di tre blastociti e i primi di ottobre per la nostra grande gioia scopro di essere incinta. La gravidanza è stata sempre piena di pensieri e con due minacce di aborto a ottobre e a novembre, che poi si sono risolte con terapia e riposo.

Mentre il pericolo era scongiurato la gravidanza procede abbastanza bene, era iniziato il quarto mese e poi il quinto come un mese pieno di energia, gioia di vivere e grandi progetti futuri. Ma poi durante una visita di controllo crolla tutto, perdita quasi totale di liquido amniotico e 21 giorni di ricovero conclusi con un aborto terapeutico alla 22esima settimana.

Sono passati 15 giorni ma il dolore resta, è fortissimo, penetrante e logorante.

Abbiamo voltato pagina, la voglia di ricominciare a vivere è tanta, non vogliamo perdere la speranza e non dobbiamo arrenderci.

La Natura con le sue leggi prevale molte volte.

Il tempo dicono guarisce tutte le ferite. Crediamo in questo

 

Ci siamo..

ecco ci siamo..tra meno una di una settimana si parte..destinazione mamma e papà..credo che questo sia il viaggio più difficile..è una sorta di appuntamento al buio dove dentro un vetrino ci sono i miei piccoli lì che mi aspettano..sarò sciocca li immagino..immagino che potranno avere il nasone di mio marito..i miei occhi..i suoi capelli scuri..quando leggevo le altre storie dicevo la parte più semplice per me che sono infermiera sarà quella in cui dovrò farmi quelle punture sulla pancia..che ci vuole..le ho fatte a tutti..be ieri sera mi tremava la mano..forse perche questa volta sono l’infermiera di me stessa..non so bene come andrà questo primo viaggio da quasi genitori..è stato un mese così ricco di emozioni e di visite..di analisi e numeri..ci siamo trovati ad esultare per un follicolo definito perfetto..ci siamo trovati in ansia per tutti gli effetti che sti ormoni mi stanno dando..ci siamo trovati stretti a letto a prometterci che comunque vada noi resteremo uniti..La forza di continuare mi viene da quel desiderio non capito dagli altri..che definisco a volte quasi capriccio..un figlio non è capriccio..un figlio è un desiderio..e tu mio caro “capriccio “ sei il mio desiderio più grande!!!