Si fa presto a dire madre

“[…] gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare.”
Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana.

Non sono stata una bambina felice. Ricordo le mani premute forte sulle orecchie, per non sentire le urla, i litigi. Ricordo le botte, stralci di un’educazione antica che tramanda quanto si è ricevuto. Ricordo gli sforzi sinceri ma maldestri di farmi contenta, nonostante chi tentava di farlo la gioia non la conoscesse. Ricordo una conflittualità violenta nella trama degli affetti, la competizione che montava in cavalloni e finiva per appiattire ogni successo, grande o piccolo che fosse.

Ho inseguito l’approvazione sempre dirottata di mia madre e di mio padre. Non ho amato mia sorella per anni, per il solo fatto di vedere in lei un metro di paragone, per la rivalità feroce che s’era instaurata davanti ai nostri genitori.

Esistono modalità educative fallimentari, la maggior parte. E quasi tutte applicate con le migliori intenzioni. Ma tanto si può riparare crescendo. Si può imparare persino ad amare quanto si è detestato, a mettere a margine del piatto quel ricordo che ancora ci fa soffrire. Bisogna dare la colpa al contesto, all’età, a una serie di cose che da bambini non si sanno controllare. Anzi, cose che fino ad un certo grado avanzato di maturità, non si immagina neppure si possano controllare.

Il mio desiderio di famiglia credo sia nato da lì, da quella spinta costante al cominciare che Hannah Arendt attribuisce all’essere umano, di natura. È per quello che si nasce, per iniziare. E lo stesso morire, di per sè, è un diverso inaugurare. Anche se la ricaduta è sulla vita degli altri, di chi resta.

La famiglia non è forse un processo creativo singolarmente, ma una trasformazione che ha della chimica il segno, l’amore, il contagio. In un libro, forse uno dei più belli letti recentemente sul tema, per la sua presa diretta, affatto artificiosa all’argomento, Si fa presto a dire famiglia di Melita Cavallo (Laterza, 2016) – libro che fa il paio con un volume uscito di recente I segreti delle madri(Laterza, 2017) – l’autrice riporta un detto napoletano che dal dialetto traduce così: “Tu puoi vivere senza sapere perché, non puoi vivere senza sapere per chi.”

Ed è proprio in questo regime di inconsapevole, forse anche involontaria dipendenza, che per buona parte si gioca l’amore in una famiglia. Anche e soprattutto quello materno.

Ho chiesto d’avere un figlio a trentuno anni. Eravamo giovani ancora ma su quella linea di confineche preme alla scelta, spinge alla decisione. Non più ragazzo, nè adulto, ma genitore.

 “Lo vuoi un figlio tu?”

“Ma adesso, intendo. Ci proviamo?”

Ricordo una conversazione con Ryosuke, su una panchina. Eravamo fuori da un rutilante centro commerciale, lo Yodobashi Camera di Kichijoji che gridava inviti, e colori e lucine, e non c’era pausa nel commercio, nel diverso, materialissimo desiderare, cose, cellulari, piani di acquisto di impianti stereo e poi e poi e poi. E poi.

È curioso come si dica “provare” ma non lo si pensi davvero. Che di sicuro succede, perché non dovrebbe del resto?

Tutti hanno figli, anche gli insetti, lo scarafaggio nell’intercapedine della parete, il corvo che sghignazza la mattina planando sui sacchi incustoditi dell’immondizia, la popolazione di donne panciute che gonfia le strade di questa capitale d’Oriente, d’ogni capitale d’Occidente. Tutte le star che infestano di ventri in posa egizia le copertine delle riviste, con i loro glutei magri nonostante, le espressioni pacificate, oppure fiere, i volti sorridenti di chi ha un’altra fortuna (vera? chi lo sa…) da esibire.

Eppure quel gennaio, era forse dicembre?, ricordo limpida la sensazione contraria. L’idea, l’intuizione che non sarebbe stato automatico così come ce lo si aspettava.

Vai a capire perché.

Forse perché sono stata abituata dalla vita che le cose non vengono a me con facilità, che sono condannata per un qualche dono fatato, ricevuto forse alla culla da una strega pasticciona, a dover percorrere con una consapevolezza integrata ogni via.

E l’intuizione si sarebbe rivelata esatta. Perché avrei imparato nel dettaglio come nasce un bambino, quale preciso processo porta alla procreazione. Ogni fase, ogni step che dal naturale passa all’artificiale, pur di tornare un giorno al naturale.

E, lì dove possibile, lì dove si voglia, che si possa anche dimenticare quanto ha preceduto il risultato che si accudisce.

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Essere una quasi-mamma PMA

Ero alla nona settimana, se non ricordo male, quando ho dato il permesso a mia mamma di dare l’annuncio a qualche conoscente stretto, e tra i primi c’è stata una sua vicina di casa. Sua figlia ha qualche anno più di me, non vorrei sbagliare ma credo che ne abbia almeno una quarantina, forse di più. So da anni che ha difficoltà a concepire, ma ragazze sapete benissimo anche voi che non sono cose di cui si chiacchiera fuori in giardino con in mano una tazza di thé. La madre ne aveva accennato a mia madre, dicendole qualcosa come “A. sta cercando di avere un bambino, ma non arriva”. E dev’essere il periodo in cui io e Maritino iniziavamo a sospettare fortemente che qualcosa non andasse, ricordo che mia mamma mi rassicurò sul fatto che non si era sbottonata. Poi ricordo che una mattina ho incontrato questa signora in Ospedale, credo fossi andata per il mio primissimo dosaggio ormonale, e in qualche modo mi ripeté che A. stava avendo delle difficoltà; io le chiesi se avessero fatto delle analisi e lei mi rispose di sì ma che era tutto nella norma. Credo sia stata la volta in cui più mi sono “esposta”, perché sono sicura che per come le ho parlato, anche se non ho detto niente di che, si capisse che conoscevo le procedure iniziali. Insomma, qualche tempo fa mia mamma le ha detto della mia gravidanza, e la vicina le ha detto che invece sua figlia ed il marito si erano fatti seguire in un ospedale in Toscana (mi sembra!), che l’autunno scorso aveva avuto un aborto e da lì avevano deciso di non provare più.

Io faccio l’impiegata, e con qualche cliente o fornitore ho intrapreso negli anni un rapporto piuttosto informale anche se non proprio intimo. Anni fa avevo chiamato un cliente chiedendo dell’impiegata con cui ho più contatto, e mi rispose una sua collega. Mi disse che C. non c’era, e disse qualcosa tipo “Eh, poverina, chissà che sia la volta buona e questo tentativo vada a buon fine!”. Cosa che tra l’altro non mi era piaciuta per niente, perché anche se C. mi sta molto simpatica e la trovo un’ottima persona, non per questo una dovrebbe sentirsi in diritto di spandere notizie in lungo e in largo… Comunque capii che c’entrava la difficoltà a rimanere incinta, ed in effetti l’anno scorso o solo qualche tempo prima, durante una telefonata, si entrò in argomento vacanze e C. mi chiese se sarei andata in ferie con mio marito ed i figli. Le dissi che non avevamo figli, usando un tono di voce dal quale si potesse capire che non era una nostra scelta. Mi rispose che ero giovane e che sarebbero arrivati, e io le risposi “Mah, ho poche speranze” e lei aggiunse se che lei sì, oramai vista l’età se l’era messa via. Qualche settimana fa, con l’occasione di una telefonata, le ho dato l’annuncio e lei è stata veramente carina e sinceramente felice (o è stata brava come io non riuscivo ad essere, perché l’impressione era proprio questa); ma nonostante questo ho “minimizzato” trattenendo l’entusiasmo, l’ho ringraziata e appena ho potuto sono tornata a parlare di lavoro. E mi rendo conto che ogni volta che la sento non mi soffermo più di tanto sul personale.

Questa mattina mi ha chiamata l’impiegata di un altro nostro cliente, M. Non mi sta proprio simpaticissima, devo dire, infatti sto finendo il quarto mese e solo oggi le ho detto della gravidanza. E’ che mi sembrava brutto aspettare ancora, e quando mi avesse chiesto l’epoca gestazionale dirle “Ah sono in otto mesi!”. Anche lei è stata molto carina, mi ha detto che anche una sua collega è quasi a termine e mi ha detto che sono giovane. Mi sono messa a ridere e le ho detto “Beh, mica tanto! Quest’anno sono 35!”, allora lei mi ha detto che ne ha 43, e poi ha detto una cosa che mi ha fatto male. “Che bello, tutti questi bimbi in arrivo! Peccato, da me non sono voluti venire”.

Cos’hanno in comune questi tre episodi? Fondamentalmente che mi sento uno schifo, perché io ho una bambina che cresce dentro di me, e loro no nonostante tutti i loro sforzi. Mi sento male perché mi sento invidiata, e mi sento invidiata perché fino a ieri io ero una di loro ed io invidiavo molto chi aveva il pancione, lo sapete bene. Anzi, io sono una di loro, e non glielo posso dire, non posso dire “Conosco un centro che lavora bene” oppure: “Ma qual è il tuo problema?” ; “A chi lo dici!” ; “Che cure avete fatto?” ; “Ma sai che ora si può ricorrere all’eterologa?” ; “Questo è il mio blog, vieni a leggermi!”.

Perché è questo il motivo per cui ho aperto il blog, principalmente: condividere la mia esperienza con chi si trovava nei miei stessi panni ed aiutare chi ne sapeva meno di me.

E non dico che ora mi sembri tutto inutile, ma mi chiedo perché dovrei essere così aperta dietro lo schermo e non di persona…

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Una luce in fondo al tunnel

mi sono sposata nel 2009, l’idea di avere un bambino c’era ma avevamo 28 anni e avevamo voglia di vivere prima di avere un figlio. I primi tre anni quindi ci dedichiamo a noi e ai viaggi e scorrono felicemente. Poi arriva la chiamata di colpo! Quella voglia di maternità arriva all’improvviso e comincia la ricerca. Una ricerca da subito mirata, lo volevamo e pensavamo che bastasse il desiderio per avere il nostro bimbo.

E invece no! I mesi passano e non succede niente, passa il primo anno da quel San Valentino in cui avevamo romanticamente deciso di cominciare la ricerca e siamo ancora noi due e basta! Nel febbraio 2013 comincia la mia “carriera” nel mondo della pma. Si parte con i primi esami: tutto ok per entrambi, classificati “sine causa”. Due IUI fallite, altri esami e un valore non torna. A 32 anni ho una riserva ovarica paragonabile ad una donna di 42: classificata “scarsa riserva ovarica”.

Passiamo alla fecondazione in vitro e nel giro di un anno e mezzo ci proviamo per ben 4 volte! Noi siamo determinati, vogliamo il nostro bimbo ma non basta e con noi la medicina fallisce miseramente. Due fecondazioni complete con risultato negativo e due bloccate a metà strada per scarsa risposta ovarica.

Siamo stanchi, gli anni passano, il tempo vola e noi non ci evolviamo, siamo fermi, inermi e non ce la facciamo più. Comincia un periodo di elaborazione di coppia dove cerchiamo di riprendere in mano la nostra vita. Ci rassegniamo alla mia infertilità ma non all’idea di avere un bambino e quindi a dicembre del 2016 decidiamo di iscriverci al corso preadottivo per capire se quella può essere la nostra strada. A Febbraio del 2016 decido di provare per l’ultima volta con la pma, la prendo sportivamente, sono certa della non riuscita ma non voglio rimpianti e provo per l’ultima volta. Quarta stimolazione in cui so che sarà l’ultima volta che mi buchero’ la pancia per imbottirmi di ormoni. Dopo sei giorni di punture mi danno lo stop della terapia: “signora qui non c’è più nulla di buono, cominci a pensare all’eterologa”. Una grossa delusione ma anche una grande liberazione! L’eterologa non fa parte dei nostri piani, non è una cosa che ci sentiamo di fare e quindi chiudiamo il capitolo del mondo della pma. Una grande liberazione, nessuno da chiamare, nessuna visita, nessuna incertezza sul centro da scegliere ma soprattutto addio stimolazioni, interventi e grosse aspettative!

Il 2 aprile, convinti più che mai siamo davanti il tribunale dei minorenni e depositiamo la nostra domanda di adozione. Un mese dopo, esattamente il 12 Maggio alle 17:00 in punto, dopo giorni di dolori premestruali, sono in bagno con, per la prima volta in vita mia, un test in mano. Un test che mostra subito e senza esitazione quelle due linee che per anni ho sognato di vedere! Il 12 maggio scopro di essere incinta!

Guardo quel test che ancora oggi è lì nel cassetto del bagno e sono sconvolta di quello che sta accadendo. Il 12 maggio del 2016 riprende la mia vita da quel San Valentino del 2012 in cui decidemmo di avere un figlio!

E stato uno shock incredibile! Così incredibile che sia successo tutto in modo naturale che nonostante sentissi i suoi calcetti e avevo la pancia,  non potevo credere che stesse succedendo proprio a me!

L’8 gennaio del 2017  è nato il nostro miracolo!

Mi sono sentita dire tante volte “non ci pensare” e tutte le volte mi arrabbiavo perché è impossibile non pensarci. L’equilibrio mentale l’ho raggiunto quando io e mio marito abbiamo deciso di abbandonare la medicina. Quei tre mesi in cui abbiamo pensato solo alla domanda di adozione e al benessere di noi due sono stati bellissimi ed è lì che è successo l’incredibile!

io non so se è stato un miracolo o la semplice botta di c… ma oggi mi guardo indietro e sono contenta del percorso che io e mio marito abbiamo fatto. Abbiamo sofferto tanto e ci siamo rialzati tante volte e se oggi siamo ancora più uniti lo dobbiamo a tutto quello che abbiamo passato!

Oggi il mio bimbo ha sei mesi, a volte penso all’adozione e a quel percorso che avevamo scelto e sono sicura che saremmo stati ugualmente felici perché quello che conta è la forza della coppia… la forza dell’amore!

www.maiunpositivo.blogspot.it

Un dolore senza colore (infertilità, sogni, realtà)

Ami correre.

Più di ogni altra cosa al mondo.

E sei pure brava. Hai grandi potenzialità. Chissà, potresti diventare una grande maratoneta, un giorno.

Hai intenzione di allenarti a fondo per riuscirci, perché questo è il sogno della tua vita.

Un giorno sei coinvolta in un incidente, senza averne alcuna colpa. Entrambe le gambe ti vengono amputate.

In un istante, la tua intera esistenza viene stravolta. I tuoi piani, annullati dal destino.

Non puoi più correre.

Non puoi più fare ciò ami di più.

Non potrai mai realizzare il tuo sogno.

Imprechi, ti chiedi “perché proprio a me?”, urli contro il cielo, ma non serve a niente. Non esiste risposta.

I medici dicono che, grazie alle protesi, forse potrai tornare a correre, un giorno. Ma è una strada lunga e faticosa, che non sai se riuscirai mai a percorrere fino alla fine. Insomma, il sogno di vincere maratone ora è veramente lontano anni luce.

Ti senti (sei!) mutilata, nell’anima ancor prima che nel corpo. Ti senti brutta, inutile, non vedi più un futuro. Continua a leggere

Un bimbo che per cento lune è stato solo un’idea

La storia tutta, intesa come avevo concepito di raccontarla, non la posso donare poiché è un romanzo edito. Posso donarvi comunque – in una sorta di metanarrazione – la storia della storia.

Mio figlio è stato solo un’idea per cento lune. Che, se fate i conti, fanno quasi otto anni. Otto anni come tante li hanno conosciuti, fatti di cortometraggi immaginari, odore di disinfettante, un’infertilità a cui non hanno mai saputo trovare un aggettivo, sale d’aspetto dall’aria viziata, vene pregiudicate, un aborto devastante, beta che erano sempre zerovirgola, scelte che arginavano il fato, corsi alle asl, corsi agli enti. E lacrime cacciate indietro, espressione celata delle stimmate del corpo e dell’anima. E poi è arrivata quell’estate. Quella di un paio di anni fa era rovente quanto quella di quest’anno. Ed eravamo sereni, finalmente. La disponibilità all’adozione era stata spedita da poco, e anche le parole che non avevo detto in tutti quegli anni, e che avevo messo su carta, erano state spedite a qualche editore selezionato. All’inizio del mese di agosto mi aveva contattato il direttore di Autodafé Edizioni di Milano, facendomi una proposta allettante per il mio “Cento Lune”, romanzo dal titolo provvisorio che è diventato definitivo. Dieci giorni dopo ho perso il mio gatto. A Ferragosto il ciclo che aspettavo non arrivava. Pensavo fosse il dolore per la scomparsa del gatto.

E invece era Fabio.

Era quella possibilità che non avevo considerato nemmeno remota, prima di quel ritardo di dieci giorni, tanto apprezzabile da diventare convincente, accompagnato com’era da un imbarazzo di stomaco. Il gatto era tornato, e il cinico bastonico che non aveva mai due linee, come realtà e finzione avevano spesso dimostrato, aveva due linee nette. Indiscutibili. Quel giorno di fine estate è stato l’inizio di una storia in tre. Da quel giorno, mi è parso di seguire un fato non dettato dalla volontà ma da qualche meccanismo onirico che mi lasciava fuori dal processo decisionale. Mi sembrava di sognare, sì, ma non mi sono mai sentita la salvata tra i sommersi. Mi sono sempre sentita Persona e Donna completa. Persona e Donna completa anche grazie al mio ventre che per tanto tempo è rimasto vuoto.

Un momento di straripante magia

Potevamo soltanto aspettare.

Che peso, l’attesa! Non potevamo aggrapparci a nulla, se non a quella telefonata. Nessun segnale fisico, nessuna indicazione nel documento che mi aveva rilasciato l’ospedale, nessuna statistica incoraggiante, nessuna esperienza che potesse darci qualche spiraglio. Niente. Dovevamo necessariamente imparare ad attendere.

Ma quella telefonata arrivò, e fu meravigliosa: i miei pochi e sgangherati ovuli, uniti agli spermatozoi di mio marito, avevano prodotto tre embrioni di buona qualità. Potevo presentarmi in ospedale per il trasferimento in utero.

Così feci, da sola. La procedura non richiedeva che la donna fosse accompagnata perché il trattamento era senza anestesia e indolore. “Io sono abituata a cavarmela da sola”, pensai, e condivisi con mio marito che avrebbe potuto risparmiarsi l’onere di un’altra lunga attesa.

Quando mi presentai al solito posto, in ospedale, scoprii che tutte le altre donne presenti erano con i propri compagni. Iniziai ad interrogarmi sul senso di quella scelta. La mia, la loro. Ero più forte? O ero meno disposta ad aprirmi al supporto degli altri? Ero più pragmatica? O non avevo compreso il senso profondo di quel momento? Non ero ancora giunta ad una risposta definitiva quando accanto a me si sedette un’altra donna. Sembrava sola anche lei. Questo mi rassicurò. E iniziammo a parlare.

Finalmente, ero riuscita ad entrare in contatto con una mia sconosciuta compagna di viaggio. Con facilità ci scambiammo pareri, informazioni, esperienze e timori. L’attesa si alleggerì e poi entrammo, quasi insieme.

Eravamo vicine di letto, come il giorno del prelievo. Questo ci consentì di proseguire la nostra chiacchierata per tutto il tempo. E quando fu il momento di salutarci, sentimmo entrambe il desiderio di restare in contatto, scambiandoci i numeri di telefono.

Anche in questa occasione, il via vai tra la sala operatoria, la stanza dei trasferimenti ed il salone con i letti, era frenetico. Sembrava che nulla fosse cambiato, che ogni giorno si ripetesse esattamente uguale al precedente ed al successivo. Per fortuna, anche la calda accoglienza e la simpatia del personale di supporto era una costante.

Un attimo… è il mio turno! Percorro qualche passo per raggiungere la stanza, sento il cuore che inizia a battere forte nel mio petto. E’ buio. La procedura sembra essere seguita a menadito. La biologa mi dà qualche spiegazione. L’infermiera mi aiuta a sistemarmi in posizione ginecologica. C’è un monitor anche davanti a me, mi domando a cosa serva. All’arrivo della dottoressa tutto è pronto. Mi spiega i passi che sta compiendo. L’infermiera, accanto a me, mi indica sul monitor cosa sta succedendo e cosa sto guardando.

Non mi sembra vero. E’ incredibile. Sono senza parole. Distinguo chiaramente la cannula introdotta nell’utero, e improvvisamente vedo esplodere un bagliore dentro di me. Eccoli, sono loro: sono i nostri embrioni! Sono entrati dentro di me accompagnati da una luce. La nostra luce. Per un istante, sento tutta la potenza e la bellezza del miracolo della vita. E l’inestimabile valore del progresso scientifico.

Quello che prima mi sembrava un limite tremendo – non riuscire a concepire un figlio naturalmente – ora mi appare come un’occasione di portata eccezionale: avevo potuto vedere il momento magico in cui io e loro ci eravamo uniti.

“Il trasferimento è perfettamente riuscito, in bocca al lupo signora”. Lo sguardo della dottoressa e delle altre donne presenti nella stanza mi rincuorarono. Fu il primo, vero momento di umanità che sentii in quel travagliato percorso di ricerca.

Aspettai un’ora sdraiata e immobile, come richiesto.

piantinaPoi mi avviai verso casa, con la dolce consapevolezza di avere dentro di me il frutto dell’unione tra me e mio marito. Questa volta erano lacrime di emozioni intense, speranze e aspettative. Dentro di me c’era la vita. Una vita da custodire e coltivare con cura. Non mi ero mai sentita così. Era un’esperienza del tutto sconosciuta e travolgente. “Benvenuti amori miei!”, esclamai.

Le ferite del corpo

«Mi metto seduta, preparo la siringa, mio marito mi guarda non sapendo cosa fare, osservo l’ago a lungo, mi fa paura infilarlo nel ventre. Mi dico: è solo un attimo, forza… – Mi sento sola – Perché tocca a me e non a lui? – Premo veloce il liquido, cerco di non pensare che gli ormoni fanno venire i tumori – Chissà quante ne dovrò fare ancora? Non sono così coraggiosa. – Ormai è andata, forza liquido fai il tuo dovere, verso i follicoli via… – In quel momento mi sento già mamma, perché una mamma dà tutto quello che ha per i suoi figli, ma la mia pancia è vuota e il mio bambino non c’è ancora», racconta Elisabetta.

Intraprendere un percorso di fecondazione assistita significa per una donna affrontare prove molto difficili dal punto di vista personale: innanzitutto vuol dire spogliarsi dei propri vestiti e mostrare le parti intime del proprio corpo allo sguardo di molti. Gli accertamenti clinici, volti ad approfondire le cause mediche dell’infertilità, per la donna sono molteplici e a volte dolorosi. L’aspetto è tutt’altro che irrilevante per il valore che assume il vissuto del corpo nella sterilità. Il corpo che non genera è innanzitutto sentito come inadeguato, vuoto, difettoso, mancante; è un corpo tradito e nello stesso tempo, traditore eppure è anche un corpo vivo, pieno di desiderio e di speranza. Il corpo sterile è un luogo di conflitto. Nudo nei suoi timori, bisognoso di ascolto e di attenzione.
Nell’atto di spogliarsi la donna scopre anche la propria fragilità e la mette a nudo di fronte al professionista di turno.
La superficialità con il quale viene trattato il corpo e l’invasività fisica, ma soprattutto psichica, rappresentata dalle visite specialistiche e dalle cure mediche, possono avere una natura traumatica e lasciare ferite difficili da identificare.

Estratto da “La cicogna distratta: Il paradigma sistemico-relazionale nella clinica della sterilità e dell’infertilità di coppia”, Franco Angeli Edizioni.

DUE. ANNA

È l’11 aprile del 2015 e io oggi compio quarantuno anni. Alle ore 13,00 di questo giorno ho avuto in mano i risultati dell’esame bhcg del mio sangue, fatti questa mattina appena sveglia.

La segretaria del centro di analisi sta chiudendo le pratiche della giornata, è sabato, probabilmente nel pomeriggio non riapriranno me c’è fretta di uscire al sole, perché oggi è il primo vero giorno di primavera. Ho richiesto i risultati on line ma qualcosa non ha funzionato e allora, siamo tornati per averli in mano, perché la carta certifica ancora meglio ciò che si attende da anni, e perchè c’è voglia di mostrare in giro un pezzo di carta, da incorniciare eventualmente.

Noi, mio marito ed io, siamo seduti in attesa, mentre l’addetto delle pulizie ci spazza tutto intorno, probabilmente anche infastidito dalla nostra presenza lì a quell’ora. Hope, il terzo componente della famiglia, un jack russell di tre anni, esemplare atipico e molto presente nelle nostre vite emotive, osserva le nostre dita tamburellare sulle sedie di plastica e i piedi fare un movimento preciso, costante e sottilmente percettibile.

La ragazza ci dice che sono pronti e sta stampando, ci viene incontro, si china su di Hope per accarezzarlo e dirgli quanto è carino e lui si ritrae infastidito, si alza e nel consegnarmi i fogli di cartoncino lucido con sopra stampata una mamma in attesa mi dice che il risultato è negativo.

Estratto da “Do i numeri perchè cerco te”, Nicole Vian e  Anna Marzoli, Armando Editore

UNO. NICOLE

Stamattina alle 8,23 ero al mio appuntamento numero 4 dell’ambulatorio numero 3. In anticipo di 7 minuti. Davanti a me una porta con apertura anti-panico, e una porta allarmata da non aprire, che bisognerebbe parlare di questa scelta terminologica troppo probabilmente del Centro di Scienze della Natalità. Un corridoio marroncino chiaro, sedie troppo appiccicaticce da non poter stendere le gambe, come su un Ryan Air vicino all’ala di sinistra. Da qualche tempo i medici non chiamano più per nome, ma hanno ideato un sistema di cifre e iniziali. La privacy sembra il bozzolo di una farfalla, che ci protegge da cosa e chi non ho mica capito. A me piaceva tanto il mio nome chiamato da Paola. Lei lo dice così, con quel modo giusto per lei, mettendo un accento sbagliato: e legittima ore di pensieri in autostrada, di sogni tra l’ammorbidente e ti dà quel sale della speranza, che le cifre delegittimano in un solo soffio. Ma certe cose ai medici come gliele spieghi?

La lei di fronte a me si allaccia un cinturino di silicone che mi sembra un braccialetto o un orologio, non sono sicura, ma non posso mica fissarla! Il colore della plastica è un rosa acceso, come una kaipiroska di un locale all’aperto in un mese d’estate, ma 0 zanzare. Ora le direi che sarebbe bello avere il coraggio di raccontarsi. Perché il racconto è un dono. E a me piace donarmi. Ma il rumore dei freni supera la musica dei nostri auricolari e la frenata fa cadere i nostri cappotti e la sua borsa. Nell’ ondeggiare sembra di essere in barca; porgendole il cappotto ho l’illusione che lo sappia che lei è felice. Sembra me lo dica tra la sua lana nera e la mia rossa, che lo sappia che in mezzo ai suoi tacchi desideri di altri sembrano calpestati sotto e sembra anche che le mie suole piatte sfiorino il blu come al mare con un temporale inventato. Ma inventato così bene che lo potrei ascoltare e raccontare. Comunque a me il silicone non piace perché ho sempre il panico (vedi sopra il concetto legato alla porta dell’ospedale) che sia lattice e io sono allergica a mille cose, tra cui il lattice. Lei si mette il mascara e io penso che non lo metto da almeno due anni il mascara.

Perché quel giorno di maggio, ero felice anche io, indossavo una salopette sopra una pancia di nove mesi, sopra un bimbo di 3,5 chili. Mi colava il mascara e formava dei segmenti neri che si infrangevano sul collo diventando puntini neri. Non c’è battito. E il mio bambino alle ore 12 era morto dentro di me, senza aver mai conosciuto la mia me fuori, ma solo il mio corpo buio dentro, per 9 lunghi e bellissimi mesi in cui eravamo 1 cosa sola anche se 2. In cui i miei pensieri erano i suoi e mi immaginavo cosa bellissime da fare insieme, noi 3 come una famiglia normale. (…)

Estratto da “Do i numeri perchè cerco te”, Nicole Vian e  Anna Marzoli, Armando Editore

Dedicato a chi non molla

Mi chiamo Cristina,
a vent’anni mi è stata diagnostica l’endometriosi, una malattia cronica che può portare a gravi forme di invalidità e anche all’infertilità.  All’epoca ero troppo giovane per pensare di diventare mamma, ma lo ero anche per accettare l’idea che forse non lo sarei mai stata.

Nonostante i numerosi interventi subiti e l’aver fatto da cavia a tante case farmaceutiche, l’endometriosi non mi ha mai abbandonato. Diventi donna, impari a convivere con il dolore, un po’ con i segni evidenti degli interventi subiti e anche con la mancanza di quei pezzettini di carne che ti vengono asportati di volta in volta…

Quello con cui non riesci a convivere e ad accettare è la modalità con cui devi “gestire” la tua intera esistenza, il tuo quotidiano.
Una vacanza,una cena con gli amici… perfino l’amore… Già, perché quando le amiche vivono con spensieratezza la loro sessualità, tu provi vergogna nel confidare anche a te stessa che fare l’amore non è proprio tra le cose che desideri di più.
Difficile spiegare cosa provi, figuriamoci farlo comprendere a chi, da “fuori” ti vede come il ritratto della salute.

Si, perché le donne affette da endometriosi sorridono molto più delle altre, sanno godere di ogni istante senza dolore, consapevoli che questo potrebbe ritornare in ogni momento, portandoglielo via… quel sorriso.
Ti matura a tal punto che ti sembra di aver vissuto dieci vite… in fondo il tuo corpo è nato e morto decine, centinaia di volte…
Ma tu sei qui, ogni volta a rimettere insieme quello che resta di te, del tuo indistruttibile SORRISO.
Quante volte mi sono sentita sola, quante volte mi sono vestita di complimenti per paura di mettere a nudo la fragilità di questa maledetta malattia.

Non c’è donna che l’abbia conosciuta che si veda bella, non c’è donna che per quanto amata non si sia sentita in colpa per ciò che in fondo sapeva di non poter dare… se stessa.
Una parte di noi lotta, l’altra si arrende… ed è questa battaglia impari che fa si che l’endometriosi, spesso, vinca.
Perché parlarne???

Perché trovare qualcuno che veda oltre il sorriso fa si che nella battaglia contro l’endometriosi ci siano degli alleati pronti a combattere, quando chi lotta… pensa di doversi arrendere.

#dedicatoachinonmolla #iohovinto #allafamigliachehoscelto