DUE. ANNA

È l’11 aprile del 2015 e io oggi compio quarantuno anni. Alle ore 13,00 di questo giorno ho avuto in mano i risultati dell’esame bhcg del mio sangue, fatti questa mattina appena sveglia.

La segretaria del centro di analisi sta chiudendo le pratiche della giornata, è sabato, probabilmente nel pomeriggio non riapriranno me c’è fretta di uscire al sole, perché oggi è il primo vero giorno di primavera. Ho richiesto i risultati on line ma qualcosa non ha funzionato e allora, siamo tornati per averli in mano, perché la carta certifica ancora meglio ciò che si attende da anni, e perchè c’è voglia di mostrare in giro un pezzo di carta, da incorniciare eventualmente.

Noi, mio marito ed io, siamo seduti in attesa, mentre l’addetto delle pulizie ci spazza tutto intorno, probabilmente anche infastidito dalla nostra presenza lì a quell’ora. Hope, il terzo componente della famiglia, un jack russell di tre anni, esemplare atipico e molto presente nelle nostre vite emotive, osserva le nostre dita tamburellare sulle sedie di plastica e i piedi fare un movimento preciso, costante e sottilmente percettibile.

La ragazza ci dice che sono pronti e sta stampando, ci viene incontro, si china su di Hope per accarezzarlo e dirgli quanto è carino e lui si ritrae infastidito, si alza e nel consegnarmi i fogli di cartoncino lucido con sopra stampata una mamma in attesa mi dice che il risultato è negativo.

Estratto da “Do i numeri perchè cerco te”, Nicole Vian e  Anna Marzoli, Armando Editore

UNO. NICOLE

Stamattina alle 8,23 ero al mio appuntamento numero 4 dell’ambulatorio numero 3. In anticipo di 7 minuti. Davanti a me una porta con apertura anti-panico, e una porta allarmata da non aprire, che bisognerebbe parlare di questa scelta terminologica troppo probabilmente del Centro di Scienze della Natalità. Un corridoio marroncino chiaro, sedie troppo appiccicaticce da non poter stendere le gambe, come su un Ryan Air vicino all’ala di sinistra. Da qualche tempo i medici non chiamano più per nome, ma hanno ideato un sistema di cifre e iniziali. La privacy sembra il bozzolo di una farfalla, che ci protegge da cosa e chi non ho mica capito. A me piaceva tanto il mio nome chiamato da Paola. Lei lo dice così, con quel modo giusto per lei, mettendo un accento sbagliato: e legittima ore di pensieri in autostrada, di sogni tra l’ammorbidente e ti dà quel sale della speranza, che le cifre delegittimano in un solo soffio. Ma certe cose ai medici come gliele spieghi?

La lei di fronte a me si allaccia un cinturino di silicone che mi sembra un braccialetto o un orologio, non sono sicura, ma non posso mica fissarla! Il colore della plastica è un rosa acceso, come una kaipiroska di un locale all’aperto in un mese d’estate, ma 0 zanzare. Ora le direi che sarebbe bello avere il coraggio di raccontarsi. Perché il racconto è un dono. E a me piace donarmi. Ma il rumore dei freni supera la musica dei nostri auricolari e la frenata fa cadere i nostri cappotti e la sua borsa. Nell’ ondeggiare sembra di essere in barca; porgendole il cappotto ho l’illusione che lo sappia che lei è felice. Sembra me lo dica tra la sua lana nera e la mia rossa, che lo sappia che in mezzo ai suoi tacchi desideri di altri sembrano calpestati sotto e sembra anche che le mie suole piatte sfiorino il blu come al mare con un temporale inventato. Ma inventato così bene che lo potrei ascoltare e raccontare. Comunque a me il silicone non piace perché ho sempre il panico (vedi sopra il concetto legato alla porta dell’ospedale) che sia lattice e io sono allergica a mille cose, tra cui il lattice. Lei si mette il mascara e io penso che non lo metto da almeno due anni il mascara.

Perché quel giorno di maggio, ero felice anche io, indossavo una salopette sopra una pancia di nove mesi, sopra un bimbo di 3,5 chili. Mi colava il mascara e formava dei segmenti neri che si infrangevano sul collo diventando puntini neri. Non c’è battito. E il mio bambino alle ore 12 era morto dentro di me, senza aver mai conosciuto la mia me fuori, ma solo il mio corpo buio dentro, per 9 lunghi e bellissimi mesi in cui eravamo 1 cosa sola anche se 2. In cui i miei pensieri erano i suoi e mi immaginavo cosa bellissime da fare insieme, noi 3 come una famiglia normale. (…)

Estratto da “Do i numeri perchè cerco te”, Nicole Vian e  Anna Marzoli, Armando Editore

Dedicato a chi non molla

Mi chiamo Cristina,
a vent’anni mi è stata diagnostica l’endometriosi, una malattia cronica che può portare a gravi forme di invalidità e anche all’infertilità.  All’epoca ero troppo giovane per pensare di diventare mamma, ma lo ero anche per accettare l’idea che forse non lo sarei mai stata.

Nonostante i numerosi interventi subiti e l’aver fatto da cavia a tante case farmaceutiche, l’endometriosi non mi ha mai abbandonato. Diventi donna, impari a convivere con il dolore, un po’ con i segni evidenti degli interventi subiti e anche con la mancanza di quei pezzettini di carne che ti vengono asportati di volta in volta…

Quello con cui non riesci a convivere e ad accettare è la modalità con cui devi “gestire” la tua intera esistenza, il tuo quotidiano.
Una vacanza,una cena con gli amici… perfino l’amore… Già, perché quando le amiche vivono con spensieratezza la loro sessualità, tu provi vergogna nel confidare anche a te stessa che fare l’amore non è proprio tra le cose che desideri di più.
Difficile spiegare cosa provi, figuriamoci farlo comprendere a chi, da “fuori” ti vede come il ritratto della salute.

Si, perché le donne affette da endometriosi sorridono molto più delle altre, sanno godere di ogni istante senza dolore, consapevoli che questo potrebbe ritornare in ogni momento, portandoglielo via… quel sorriso.
Ti matura a tal punto che ti sembra di aver vissuto dieci vite… in fondo il tuo corpo è nato e morto decine, centinaia di volte…
Ma tu sei qui, ogni volta a rimettere insieme quello che resta di te, del tuo indistruttibile SORRISO.
Quante volte mi sono sentita sola, quante volte mi sono vestita di complimenti per paura di mettere a nudo la fragilità di questa maledetta malattia.

Non c’è donna che l’abbia conosciuta che si veda bella, non c’è donna che per quanto amata non si sia sentita in colpa per ciò che in fondo sapeva di non poter dare… se stessa.
Una parte di noi lotta, l’altra si arrende… ed è questa battaglia impari che fa si che l’endometriosi, spesso, vinca.
Perché parlarne???

Perché trovare qualcuno che veda oltre il sorriso fa si che nella battaglia contro l’endometriosi ci siano degli alleati pronti a combattere, quando chi lotta… pensa di doversi arrendere.

#dedicatoachinonmolla #iohovinto #allafamigliachehoscelto

Buona festa della mamma anche a chi sta lottando per diventarlo

Anche quest’anno contavo su un’estate tranquilla, senza alcol (!) e con un bel pancione
E invece a volte, senza motivi precisi, il corpo non collabora a fare la cosa più naturale del mondo. E allora iniziano (per chi sceglie questa strada) i test, decine e decine di ecografie, infiniti prelievi del sangue e punture sulla pancia, alcune gravidanze finite troppo presto, un bel po’ di lacrime.

Per mesi mi sono sentita sbagliata, sfigata e diversa da tutte le altre. Poi ho iniziato a parlarne e ho scoperto un mondo di coppie che condividono lo stesso dolore. Ma nessuno ne parla. Come se fosse una colpa, un difetto da nascondere o una debolezza di cui vergognarsi.

Nessuno si diverte a parlare di cose così personali e così dolorose. Ma dobbiamo sapere che sono problemi COMUNI. Non siamo perfette e i problemi di infertilità non ci definiscono. Ma il modo in cui li gestiamo e cosa facciamo della nostra sofferenza possono fare la differenza, non solo per noi stesse ma per altre donne.

Non voglio compassione ne’ incoraggiamento, strano a dirsi ma non mi sono mai sentita così forte in vita mia. Sfatare questo tabu’ e’ il mio modo per tirar fuori del bene da una cosa dolorosa, in modo che altre persone ne soffrano un po’ meno. Parlarne può aiutare tanto.

E allora buona festa della mamma anche a chi sta lottando per diventarlo, ma non si lascia indurire dalla frustrazione e continua a sorridere.

 

Infertilita inspiegata

Tutto inizia 4 anni  fa.. quando noi, io e il mio compagno credavamo che bastasse un rapporto libero per avere un figlio, ignari da cosa stavamo andando incontro. Passano mesi nulla. Dopo l anno primi controlli nulla tutto ok.. esami visite nulla. I medici “ma voi un figlio lo potete fare anche a casa”. Nulla di fatto e continuiamo con visite su visite. Visto che un figlio non arrivava e nn c erano problemi ci hanno indirizzato in un centro infertilita e anche li stessa diagnosi ma per aiuto proviamo con 4 iui. Negativo dopo negativo alla terza decidiamo di fermarci. Sembrava di perdere tempo. Un problema ci deve essere per forza. E se  come dicono una iui e poco piu di un rapporto naturale inutile continuare e cosi insieme ai dottori passiamo a fivet. Anche li.. nulla di fatto..  e ora siamo in lista per la successiva . Arrivera prima o poi me lo sento. Molti dicono non ci pensare che arriva. Piu ci pensi piu non arriva. Ma come si fa a non pensarci? A questa domanda nessuno sa rispondere.

30 gennaio 2007

Di bambini ne ho visti tanti in vita mia. Ma bello come te, mai. Giuro. Sei bellissimo. Sei un bambino, un maschietto. Me lo sentivo che saresti stato maschio, anche se so che adesso è troppo facile dirlo. Sei nato il 17 novembre del 2005, lo stesso giorno in cui tua mamma entrava in una clinica di Torino per sottoporsi a un intervento chirurgico che le ha negato la possibilità di poter concepire un figlio biologicamente.

Eppure non ricordo più quel dolore. Nel cuore ho solo tanta gioia. In mano stringiamo una foto, tuo papà e io. Sei tu. hai una tutina gialla e blu, e gli occhi spaventati. Sei in piedi e probabilmente non hai nessuna voglia di farti fotografare. In una manina hai un biscotto, forse un cracker. Roby dice che stai mangiando una “bugia”, i dolcetti tipici di Carnevale, qui da noi, in Italia. Non provo neppure a convincerlo che in Cambogia non ci sono le “bugie”, mi sembra davvero convinto di quello che dice.

Hai i piedini scalzi. Uno, due, tre, quattro, cinque. Uno, due, tre, quattro e cinque. Le dita dei piedi ci sono tutte. Sei bellissimo. Sei mio figlio. È incredibile come basti una foto a creare un legame. Ti amo più della mia vita. Non ti ho mai visto di persona, eppure farei pazzie di qualunque tipo per te.

da “Appunti di viaggio”, Paola Strocchio, Bradipolibri

Volevo la pancia, questa è la realtà

Chiunque abbia difficoltà di procreazione si è sentito dire a un certo punto “perché non adotti? Ci sono tanti bimbi abbandonati, almeno fai del bene”…è successo anche a me.Tralascio il fatto che tutta questa abbondanza di bambini è in realtà apparente, perché si aprirebbe un capitolo lunghissimo su affidabilità vs adottabilità, case famiglia eccetera.

Tralascio anche il fatto che aborro profondamente la visione dell’adozione come di un atto di generosità, visto che per me è semmai l’incontro di due esigenze e non solo un modo di far del bene a qualcuno. Diversamente adotterebbero solo quelli che i bambini li possono avere e non gli infertili, che hanno bisogno anche di far del bene a se stessi oltre che a un piccolo. Credere di essere benefattori e avere per questo diritto a una riconoscenza eterna penso sia il miglior modo per veder fallito un progetto adottivo. Perché forse non tutti lo sanno, ma anche le adozioni falliscono. Capita.

Non ho mai messo scuse in campo…ci vuole troppo tempo, ci vogliono troppi soldi, è un percorso troppo pesante. Nel mio iter pma ho speso tantissimo, ho visto volar via mesi e mesi, mi sono vista rivoltare come un calzino e ho affrontato pesantissimi conti con me stessa, psicologici e fisici. Ho portato avanti battaglie. Ho superato dolori. Il 21 luglio 2010 ho perso un bambino e credevo di morire. Sono morta anzi…e sono tornata solo per andare avanti e arrivare a mio figlio, che sapevo che mi stava aspettando e che sarebbe arrivato prima o poi. Ero io a dovermi impegnare per raggiungerlo.

Non ho mai nemmeno parlato del problema dell’abbandono. “Devi essere forte per adottare, sono bambini abbandonati”. Francamente non mi ha mai spaventata questo…e di certo non è stata la base delle mie scelte. Fossi stata convinta avrei affrontato anche quello con umiltà e voglia di imparare. Non si nasce genitori, comunque arrivino i figli. E’ un processo che evolve di giorno in giorno, nasce una famiglia e cresce insieme a un bambino. Non esistono manuali e non esistono esperti.

La realtà era più semplice e non me ne sono mai vergognata: io volevo la pancia. VOLEVO LA PANCIA. Volevo iniziare a conoscere mio figlio e a fantasticare su di lui fin da quando, lungo 3 mm, lo avrei visualizzato in una ecografia, il cuoricino che batteva e lui a forma di virgoletta. Volevo l’ansia che prende tra una visita e l’altra, il desiderio di comprarti sofisticate apparecchiature milionarie per monitorare giorno e notte la sua crescita.

Volevo vederlo diventare da virgoletta mini bimbo, con tutte le sue cose a posto, fare scommesse sul sesso, pensare a 200 nomi e ripeterli 200000 di volte per vedere “che effetto fa”. Volevo un giorno star seduta davanti alla TV e improvvisamente toc toc eccolo lì, avere il privilegio per settimane di sentirlo solo io, svegliarmi la notte e lui attivo e arzillo. Volevo comprarmi i vestiti e ridere dei miei pantaloni troppo stretti, passeggiare parlando con lui e nascondendomi dagli altri per non essere presa per matta, raccontargli che mondo gli stavo preparando e che madre sarei stata, consapevole che poi tutto sarebbe stato stravolto dal suo arrivo, anche io. Nulla di quello che avevo progettato si è poi verificato, sono una madre senza programmi, a volte variabile. Piuttosto flessibile.

Volevo arrivare ai monitoraggi, quelli in cui ti mettono quella grande cintura e tutto il reparto sente TUM TUM TUM, tu sorvegli quella carta che scorre, un elettrocardiogramma d’amore. Volevo esserci dai suoi primi momenti, volevo mi guardasse appena nato e scoprisse che ero io quel cuore che lo cullava, quella voce che gli parlava, quell’amore che lo aveva amato da prima che esistesse. Volevo provare ad allattarlo e se non ci riuscivo pazienza, volevo farmi due lacrimucce e passare ad un confortante biberon, volevo pesarlo, cambiarlo e essere fiera della sua crescita.

Non ero pronta a rinunciare a tutto questo. Ergo non ero pronta ad adottare. Semplicemente. Per farlo ci vuole prima di tutto una mancanza di rimpianto per tutti questi passi che non vivrai. E io non l’avevo. Sarei stata piena di rimpianti. Non è giusto, per nessuno. Non sarebbe stato giusto per il bimbo, che avrei certo amato ugualmente, dei geni mi importa meno di zero, dell’eventuale colore della pelle idem. Ma non sarebbe stato giusto nemmeno per me. Mi sarei privata di qualcosa cui non ero pronta a privarmi.

Non credo ci sia nulla di male, non accetto classifiche, non ne faccio e non ne voglio per me stessa. Ho sempre reagito molto male alle frasi fatte, al “quella sì che è una scelta d’amore”, al facile e becero giudizio di chi non si trova a dover fare scelte…e quindi sta in una posizione comodissima. Su un pulpito generalmente.

Nessuno è bravo o egoista. Siamo tutti qui con un desiderio, una strada per raggiungerlo e le nostre armi per farlo. Diventare genitore è una scelta d’amore e d’egoismo contemporaneamente. Tutti fanno un figlio…o lo adottano…per se stessi, di certo non per beneficiare l’umanità. Siamo miliardi, non serve certo nostro figlio per migliorare il mondo. E visto che per ogni bimbo adottabile ci sono dalle 5 alle 10 coppie disponibili…pure se non adotti di certo non cambia molto l’equilibrio dell’universo.

Scegli di provare a diventare genitore perché lo desideri. Per te. Per la tua vita.

Credo si debba essere sempre orgogliosi delle proprie scelte. Sono le nostre. Sono personali. Vergognarsene e accampare scuse è svilirsi. E svilirle.

Per prima cosa occorre cercare dentro di sé la cosa più importante: la verità.

 

Il post è sul mio blog https://fertilemente.wordpress.com/

Chi siamo?

«Non credo che tu sia la persona in grado di guarirmi dalle ferite interiori; ma forse, in questa fase della mia vita, non ho tanto bisogno di un medico quanto di una persona che abbia una ferita simile alla mia».

David Grossman

Tutto ha avuto inizio con una storia,la mia.

Maglia in cotone rosa, pagina bianca di word davanti agli occhi e mille parole in circolo che, dalla mente e dal cuore, si dirigevano, accalcandosi nello spazio angusto dei capillari, fino ai polpastrelli, vibranti e pulsanti nella danza sulla tastiera.

Tac tac tac tac. Punto. Pausa di silenzio.

E, dopo una manciata di istanti, ancora la melodia dei tasti premuti troppo in fretta, con passione veemente, come quando si accarezza il volto di un innamorato da cui si è stati separati per lungo, troppo tempo.

Ricordo distintamente di quando mio marito, agli esordi della nostra relazione, trascorse, per esigenze professionali, due mesi e mezzo in Giordania, lontano da me. Ci rincontrammo in una stazione del sud Sardegna, illuminati dagli ultimi raggi del sole che cedeva al tramonto, e le nostre mani, avvolte attorno al viso dell’altro, parlavano, nel silenzio delle bocche, dell’euforia di un nuovo inizio.

Conoscevo, dunque, quella sensazione: esprimere con le dita il desiderio di fermare il tempo, nell’ardore di sfiorare l’eternità.

Inizialmente mi proponevo di scrivere una sincera e non vittimistica testimonianza inerente all’endometriosi, malattia che ha segnato il destino di mia madre e il mio, entrambe unite da amore, DNA e diagnosi, e sulle conseguenze che essa comporta sulla fertilità e sulla vita quotidiana.

In realtà, cercavo “Emma”, la volevo tenere stretta, al caldo, in sintonia con i battiti del mio cuore, ma ho allargato le braccia, nuda e disarmata, e ho trovato centocinquanta donne.

Mentre stilavo la storia, infatti, i miei sensi si acuivano, tutti. Vivevo in un mondo in cui colori, sapori, suoni, aromi e consistenze tattili erano all’ennesima potenza. 

Mi pareva di essere cambiata, stentavo a riconoscermi. Invece stavo liberando dalla prigione della coscienza, immortalandolo nero su bianco, chi, realmente, ero e sono. 

Ma, soprattutto, non ero più in grado di leggere solo libri, ma anche animi.

«È bello leggere le persone. Quelli tutti uguali cercano di sembrare diversi, i diversi tentano di sembrare uguali. I liberi se ne fregano. Ogni ruga una riga, ogni smorfia un epigramma, ogni sbadiglio un aforisma scontato. Le persone sono una biblioteca pubblica. E non lo sanno».

Andrea G. Pinketts

Mi rendevo conto, progressivamente, che le dinamiche della mia vita non solo mostravano punti di contatto notevoli con quelle di altre, apparentemente accomunate a me solo dal verdetto di un ginecologo, ma che ero legata, tramite fili invisibili, a donne, anch’esse figlie e madri come me, nella medesima, e peculiare, accezione.

In principio ho voluto esaminare la questione da un punto di vista prettamente scientifico, documentandomi sull’esistenza, e interrogandomi sulla conseguente validità, di studi che si propongono di dimostrare, tramite un campione statisticamente accettabile, una connessione fra l’infertilità, dovuta a svariati fattori, e un vissuto familiare complesso, se non addirittura traumatico.

Mi sono imbattuta in svariate teorie, alcune delle quali riconducono la causa di molteplici malattie, fra cui quelle oggetto del mio interesse, non solo all’infanzia, ma perfino alla storia degli avi, la quale, ovviamente, precede la nostra nascita.

Tuttavia, in questo libro, non disserterò su questioni cliniche, scientifiche o pseudo tali. Ho voluto adottare un approccio narrativo, lasciando al lettore la scelta di compiere o meno successivi approfondimenti.

Quanto anima e ha animato il mio scrivere è, pertanto, il tentativo caparbio di dare voce ad una minoranza, che non accetta più di essere negata e relegata, e di gettare un fascio di luce su una porzione della realtà, vera e innegabile, che si presta a molteplici interpretazioni di carattere sociale e antropologico, ma che, soprattutto, coinvolge a livello puramente emotivo.

 «Siamo legati da infiniti fili sottili, facili da recidere a uno a uno, ma che essendo intrecciati tra loro formano corde indistruttibili». 

Isabel Allende

Un tardo pomeriggio di fine estate, ho compiuto un atto di coraggio: mi sono tuffata da una scogliera a picco per essere seguita in acque pure a me ignote.

Ho formulato un invito, servendomi di alcuni forum, a quante, dietro alle sillabe e ai numeri di un nickname, mostravano ciò che nessun esame diagnostico, sebbene invasivo, può rivelare.

Ho chiesto loro di raccontarsi a me, ad una sconosciuta, promettendo di leggere ogni parola. Anche quella non espressa palesemente.

Sono stata sommersa, nel giro di pochi mesi, da decine e decine di stralci di vita intrisi di coraggio, scritti non da vittime, ma daeroine sopravvissute; non da atleti seduti in panchina, ma da chi ha alzato la coppa della vittoria, madido di sudore e incurante dei rivoli di sangue, verso il cielo. 

Vi aspettano, dunque, brevi storie, da leggere tutte d’un fiato.

Non si tratta di semplici boccate d’ossigeno, che rigenerano corpo e spirito dopo aver percorso, canticchiando, un sentiero di montagna. Sono, piuttosto, convulse fami d’aria, come quelle che seguono all’imposizione di una mano vigorosa, premuta su una bocca alla quale viene negato un urlo.

Tuttavia, al termine della lettura, lo spasmo dei polmoni si attenua, per scandire, con respiri regolari, il tempo che segue alla conclusione della narrazione. Ogni storia è intensa, a tratti cruda e crudele, ma contempla una resurrezione catartica, una volta spostata la pietra chiudeva il sepolcro del silenzio.

 «Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta».

Giovanni, 20, 1

 […]

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Estratto dal libro “Vite di madri. Storie di ordinaria anormalità” di Emma Fenu, edito da Milena Edizioni

La mia esperienza a Madrid

La mia esperienza risale al 2014.

Io e mio marito venivamo da anni di inutili speranze e da due tentativi falliti di fivet in Italia.

Dopo l’ennesimo insuccesso, avevamo deciso di desistere; il percorso della procreazione assistita era stato lungo, snervante e deludente, sotto diversi punti di vista. A prescindere dalle difficoltà fisiche legate alle preparazione ormonali, era stato soprattutto l’aspetto psicologico quello più duro: eravamo sempre stati trattati con freddezza, come semplici numeri, lasciati soli a noi stessi, alle nostre paure e ai nostri dubbi e la sensazione che ogni tentativo aveva lasciato, da un punto di vista professionale, era stato di estrema “improvvisazione”.

In fondo, però, soprattutto io volevo darmi un’ultima possibilità. Avevo deciso per l’estero, ma la scelta era infinita, soprattutto tra le cliniche spagnole. Ad un certo punto lessi, su internet che una di queste cliniche, sarebbe venuta a Roma di lì a poco per dare l’opportunità, a chi fosse interessato, di avere un colloquio di persona. Mi sembrò un segno.

Sin da quella prima chiacchierata, cominciammo a sperare di nuovo. La dottoressa e la sua assistente, nonostante la nostra sfiducia e il nostro pessimismo, ci hanno fatto subito sentire capiti e supportati; sono riuscite addirittura a convincerci a provare di nuovo l’omologa, invece di passare direttamente all’ovodonazione, come era nelle nostre intenzioni.

Siamo andati a Madrid solo per il prelievo degli ovuli, ho eseguito l’intera preparazione in Italia, ma ogni volta che ho avuto dubbi o incertezze, nonostante la distanza geografica, ho sempre ricevuto una risposta immediata, sentendomi così seguita e guidata, molto più di quanto non fosse accaduto qui.

E a Madrid l’umanità e la professionalità dell’intero staff sono stati impagabili. Nessuna falsa promessa da parte loro, ma, quando sei lì ed esprimi le tue paure, le tue ansie, senti che ti sono veramente vicini e percepisci, oltre alla loro competenza, la passione che mettono in quello che fanno.

Quando quindici giorni dopo ho fatto le analisi e ho realizzato di essere incinta, sono stati i primi a saperlo, prima ancora di parenti e amici… In fondo era stato solo merito loro se avevamo deciso di riprovare e se, questa volta, avevamo finalmente la concreta speranza di diventare genitori.

Per nostra figlia abbiamo scelto un nome spagnolo e il rapporto con lo staff medico ancora oggi che la bimba ha 20 mesi continua. Seguono la sua crescita a distanza e sono le zie che la piccola non ha.

Ho consigliato la clinica a due mie amiche che sono andate e sono diventate mamme anche loro, nel corso di questi due anni.

Questa è stata la nostra esperienza: consiglierei a chiunque si trovi a vivere il percorso della procreazione assistita con tutte le sue difficoltà, che conosce solo chi ne ha esperienza diretta, di andare a Madrid; lì troveranno ciò che in altri luoghi non c’è, il bellissimo connubio di professionalità e amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Reazioni

Quando si riceve e si prende coscienza di avere un problema di fertilità, le reazioni vostre, del partner e di chi vi sta vicino, come familiari e amici, possono essere diverse, soprattutto da come ve le aspettate.

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