cinquanta per settanta

Il pc era poggiato sul ripiano della cucina. Non dovrei metterlo lì, finisce sempre per sporcarsi e non c’è come mouse pad marmellatato per compromettere la formattazione di un file excel. Ho fatto due giri su me stessa perché ogni novanta gradi di giro cambiavo idea, poi ho aperto la chat e ho scritto “non so se chiederti di accompagnarmi a fare st’ecografia”. Che io gli esami medici sono diciannove anni che vado a farli sempre rigorosamente da sola. Che magari poi sono nervosa e finiamo per litigare. Che mi sembra vagamente autocentrato, chiedergli di sostenermi in questa cosa mentre lui e il suo compagno neanche possono sperare di adottare. Che forse per chiederlo a qualcuno avrei dovuto chiederlo a mio marito Marco, non al mio amico Martino.

Quando telegram mi notifica con il cling il suo “Se vuoi, volentieri” penso uno dei grazie più di cuore della storia e mando giù altre due valeriane.

La scena dopo siamo nella sala d’aspetto del centro PMA, io faccio scorrere senza guardare il biancoblu di facebook sul telefono mentre Martino legge divertito le lettere di ringraziamento che accompagnano le foto dei neonati alle pareti. Quattro cornici a giorno cinquanta per sessanta straripanti di bambini, di una retorica del noi ce l’abbiamo fatta che forse nell’intenzione di quello che ha martellato al muro quei chiodi avrebbe dovuto dare speranza a chi invece sta facendo più fatica. Io, non lo so. Non so qual è stato il punto della mia vita in cui ho pensato che arei voluto dei figli. Non so quanto ho fantasticato sull’essere madre e poi, quando ho incontrato Marco cinque anni fa, sull’essere genitori. Non so neanche se possiamo o non possiamo avere figli. Non è una condizione netta. Dice che ci sono tanti fattori. Dice fai una vita regolata. Dice Ma mangi bene? Dice non pensarci, succede quando non ci pensi.

So che siamo venuti qui per la prima volta in un pomeriggio di ottobre, e abbiamo detto ad una dottoressa vestita di verde di cui non ricordo assolutamente il volto che stavamo provando da due anni avere figli. E lì, nello studio della ginecologa con alle spalle il lettino con le staffe, la palla di ferro ha iniziato a scivolare giù dal binario. La dottoressa ci ha indicato gli esami da fare, con i modi cordiali della ragazza del bar che ti dice “prima fai lo scontrino”. Un sequenza di azioni semplici e decise altrove, di cose che succedono al tuo corpo e sul tuo corpo e che è del tutto scontato che tu sia disposto a fare. Se vuoi il gelato, prima fai lo scontrino. Il fatto che Marco ed io non vogliamo il gelato, ma una famiglia, con tutto quello che questa parola significa e ha significato nella storia di ciascuno di noi e da qualche anno a questa parte di entrambi, non sembra semplicemente a tema.

“Adesso piantala con ste foto e vieni a sederti”. Martino non mi obbedisce mai, ma con le foto la pianta subito, anzi farfuglia pure delle scuse. E viene a sedersi. Inizia a parlarmi parla fitto di qualcosa che ora non ricordo. So solo che con lo sguardo cerca di capire se deve continuare, oppure tacere.

L’ecografista è una ragazza carina e cortese. Fossero almeno antipatiche potrei prendermela con loro. “Buongiorno, si tolga pantaloni e mutandine”. Mi domando a sproposito se anche quelle degli uomini le chiamino “mutandine”. Penso che è buffo, chiedere a qualcuno di togliersi le mutande dandogli del lei. Penso che questo non è l’ordine giusto. L’ordine giusto è: primo, mi spieghi cosa stai per farmi, secondo, mi spieghi il perchè, terzo (solo terzo) mi dici cosa devo fare io. Non glielo dico così, ma glielo dico. Lei naturalmente si scoccia. Almeno ora è antipatica, così siamo in due.

Adesso il punto in cui siamo è questo qui, Marco dice “un punto sospeso”. Monitoraggio del ciclo naturale, spermiogramma, esami che coinvolgono tutte le parti dei nostri corpi che fino ad ora avevamo pensato di condividere solo a nostra discrezione. E poi? La palla continua a rotolare. Se vuoi questo devi fare così. Io per adesso resto ferma in mezzo al bar, a guardare il bancone dei gelati, e mi sento in una commedia dell’assurdo in cui non posso andare a fare lo scontrino e allo stesso tempo non posso non farlo.

E forse il gioco è tutto e soltanto continuare a respirare. Non chiudere, non spegnere, non scappare. Piantarla con quelle foto (ma come gli viene in mente quella pioggia di neonati nella sala d’aspetto? Ma veramente?) e sedersi qui. E stare. Qui, che è ciascun giorno in cui lavoriamo di scalpello e pennellino, per mantenere l’immaginario sulla nostra famiglia a colori. Per non lasciare andare il desiderio e la speranza in dolore e fatica. Per non pensarci. Perché prima regola: non pensarci, non pensarci mai. Succede quando non ci pensi (se per dire sei lì con un ecografo infilato nella vagina, tu fai finta che sia, non so la pulizia dei denti quella col laser. Guarda te che tecnologie, che si inventano, al giorno d’oggi). Non pensarci, ma non negarlo. Non smettere di riderne, ma stare dentro. Per stare dentro e non soffocare. Per mantenere la nostra intimità ad un livello accettabile, sfiorando il fantasy per creare giochi erotici da uno stick di ovulazione clearblue. E dimenticarsi il volto della dottoressa, anche se non posso odiarla perché era gentile. E poggiare il pc sul ripiano della cucina, e pazienza anche se si sporca. Essere grati per le persone attorno, per i cling di telegram, per ogni passo che si fa, ogni contatto, ogni pensiero buono, ogni risata, che aiuta a non affondare.

Nessun ostacolo riuscirà a farmi arrendere

Quando ci siamo conosciuti entrambi avevamo avuto la sensazione ďi conoscerci da tempo tanto si era instaurato subito quel rapporto di unione e complicità delle coppie già mature…

Abbiamo subito cercato un figlio poiché volevamo una famiglia tutta nostra e fantasticavamo su come saremmo stati come genitori e già mi immaginavo i nostri figli che giocavano dando voce alla nostra casa..dopo quasi un anno la ginecologa mi iniziò a fare degli esami per controllare se fosse tutto a posto e così seppi di avere la tuba destra compromessa, non pensavo sarebbe stato un problema ed abbiamo cercato di mirare il nostro amore tramite i monitoraggi ma ci sentivamo in gabboa non riuscendo a concludere niente..insieme non ci siamo arresi e abbiamo consultato un centro di PMA. Dopo un altro anno stando dietro a mille esami mi hanno fatto una laparoscopia ed hanno visto che purtroppo sono affetta da endometriosi e che una gravidanza sarebbe una fortuna averla. Non ci perdiamo d’animo e facciamo la prima FIVET, riponiamo in questa tecnica i nostri sogni e le nostre speranze ma invano..la cicogna tarda a fare la sua comparsa..

È un duro colpo da digerire per il mio compagno che ci credeva molto più di me ed ora che il suo sogno si è infranto lo vedo e percepisco sempre più distante, pensavo fosse un periodo passeggero che gli permettesse di poter superare il lutto della perdita e così poco prima di un altro tentativo di FIVET crolla dicendomi che per lui è “sfibrante sperare che chi ci mette l’ago faccia un buon lavoro, ed è  sfibrante sperare che dopo averci messo l’ago tutto vada per il meglio, e lui non ha un carattere per una cosa del genere, ci ha provato fallendo” . Mi è crollato il mondo addosso ritrovandomi da sola senza un compagno e con evidenti difficoltà da affrontare.

Ho trovato la forza dentro di me e sto cercando di andare avanti perché anche io ho avuto un lutto che mi porterò per sempre nel mio cuore e sapere che ho perso il mio piccolo mi fa stare davvero male.. sapere che l’uomo che amavo ha mollato mi fa capire una cosa soltanto che non devo arrendermi difronte agli ostacoli che mi si presentano perché prima o poi riuscirò a diventare madre a costo di essere una madre single.

Sono Mamma grazie alla PMA

Per anni non sono riuscita a dire che ero mamma grazie alla PMA, mi vergognavo quasi fosse una colpa.

Poi arriva il giorno dove fai pace con te stessa e ti perdoni.

Ti perdoni per non esserti accettata così come sei.

Ti perdoni perché hai avuto la fortuna di raggiungere il tuo più grande desiderio.

Ti perdoni perché invecchiando cambiano i punti di vista.

Ti perdoni perché hai capito che non è una colpa.

Da sempre il mio unico desiderio era quello di avere una famiglia e dei figli, tanti figli.

Volevo diventare mamma da giovane, volevo godermi con un po’ più di leggerezza e incoscienza la crescita dei bambini.

Non avevo preso in considerazione la possibilità di non avere figli, di non trovare il compagno giusto, o qualsiasi altro impedimento, la cosa che da sempre per me era la più naturale e normale per ogni donna non poteva non accadere.

Ma la vita non è mai andata da subito come immaginavo e allora dopo i primi mesi dove anche se un figlio non arriva è tutto normale, iniziarono le ansie, le preoccupazioni, e le paure per l’impossibilità di rimanere incinta.

Prima di accettare l’evidenza e decidere se ricorrere alla procreazione medica assistita provi di tutto:

provi a non pensarci e fai l’amore quando ti va

provi a pensarci e fai l’amore solo nei giorni giusti

provi a prendere la temperatura basale (termometro speciale, sveglia sempre alla stessa ora e grafici per capire dopo mesi qual è il giorno perfetto e sperare che non scenda mai…)

provi a  prendere integratori consigliati dalle amiche (perché tutte abbiamo un’amica che è rimasta incinta dopo aver preso qualche “bacca miracolosa“)

provi a monitorare l’ovulazione con gli stick canadesi (anche qui mesi e mesi di studio per comprendere come mai quelle lineette non sono mai così nitide come quelle del foglietto illustrativo)

provi, provi e provi…

Ma ogni mese alla vista del ciclo ti si spezza il cuore.

Perché se cerchi un figlio così intensamente, altrettanto intensamente la tua mente si burlerà di te facendoti percepire tutti i possibili sintomi di una gravidanza già dal giorno dopo il rapporto perfetto (quello avuto esattamente il giorno nel picco dell’ovulazione confermato dagli stick, muco, e dolorini alle ovaie).

Quanti test negativi, fatti da sola senza confidarlo a nessuno e buttati via con le lacrime agli occhi.

Dopo averle provate tutte senza alcun risultato ho iniziato a vergognarmi, come fosse una colpa.

La colpa di non riuscire a fare un figlio.

La colpa di essere una donna a metà.

La colpa di sentirmi sbagliata.

Ma le colpe sono altre!!

Così dopo aver sempre sorriso e risposto un secco ma poco convinto “non adesso!” all’unica domanda che non avrei mai voluto sentire :”Allora, quando lo fate un figlio?”, è arrivata la consapevolezza del “così non può continuare”, dovevo decidere se davvero desiderassi un figlio e farmi seguire in un centro per l’infertilità o farmene una ragione accettando quello che la vita aveva in serbo per me senza sensi di colpa vivendo il presente senza SE e senza MA.

Ai sensi di colpa per fortuna c’è una fine e scatta qualcosa nella mente che ti dona la consapevolezza di un futuro felice qualunque esso sia.

Questa è la prima volta che scrivo e parlo della mia infertilità, delle difficoltà vissute prima di stringere tra le braccia il dono più prezioso, non riuscivo ad accettarlo, ma dopo la malattia vedo il mondo da un’altro punto di vista e anche quello che prima mi lacerava l’anima adesso mi sembra un dono.

Mi sembra un dono essere riuscita a partorire in casa dopo aver scelto durante la gravidanza di farmi seguire dall’ostetrica.

Vorrei che nessuna donna mai si sentisse come mi sono sentita io, inadeguata, sbagliata, in colpa e vorrei che ogni donna un giorno potesse come me ritenersi fortunata.

Mi sento una donna fortunata perché ho avuto la possibilità di avere due bimbi, uno è arrivato grazie alla testardaggine della sua mamma e del suo papà che non si sono mai rassegnati ad una vita senza figli e hanno fatto più tentativi di procreazione medica assistita, fino al positivo di novembre 2011. Eravamo seguiti presso il Promea da dicembre 2010 ed era il mio terzo ed ultimo tentativo.

Hai presente quelle date che non si scordano mai?

Una di queste per me è il giorno in cui, dopo aver fatto (tremando e pregando chiunque fosse in ascolto) l’esame del sangue 14 giorni dopo la ICSI, mi hanno chiamata dal centro di PMA per comunicarmi l’esito delle Beta Hcg: “Signora sono positive, lei è incinta!”

Il cuore sembrava esplodermi nel petto, non si fermava più!!! E continua a battere ancora così ogni volta che guardo Sara dopo quasi 5 anni.

L’altro piccolo è arrivato in maniera naturale e inaspettata dopo 3 tentativi andati male di PMA come spesso accade quasi a burlarsi di tutte le sofferenze. Perché anch’io potessi dire una cosa nella quale non credevo e che detestavo sentirmi dire:  “Ma lo sai che quando ho smesso di pensarci è arrivato!!”

Le colpe sono altre e ricorrere alla PMA per realizzare un sogno ed avere la famiglia che desideravo non è una cosa di cui vergognarsi.

Mi piacerebbe essere d’aiuto alle donne che sono all’inizio di questo difficile, duro e a volte lungo percorso, così ho deciso di raccogliere e condividere testimonianze, emozioni ed esiti positivi per dare speranza a tutte le future mamme.

 

Post pubblicato sul blog Lettoaquattropiazze.it

Volevo diventare papà. Storia di un sogno e di una lotta d’amore

Come per magia, nei giorni successivi quasi tutte le nostre decennali paure sarebbero lentamente scomparse. La barriera della prudenza era crollata quasi definitivamente, e tutte quelle angosce con le quali avevamo imparato a convivere, quella difficoltà nel gestire contemporaneamente timori e speranze, quel pessimismo da autodifesa che avevamo imparato ad utilizzare come uno scudo per le nostre sofferenze, tutto questo era stato travolto da uno tsunami di gioia, di ottimismo, di positività. I miei piccoli problemi quotidiani scomparivano subito, come per magia, al solo pensiero di quelle immagini, che avevo come stampate nella testa e nel cuore: quel moto perpetuo, quella manina che si muoveva e sembrava volerci salutare, quelle braccine che si strofinavano gli occhi, appena accennati eppure già così espressivi. Sì, quel 25 marzo 2008 non ce lo saremmo mai dimenticati, per quanto il risultato finale fosse ancora lontano sei mesi.

 

Non sarebbe passato molto tempo prima che la realtà ci riportasse con i piedi per terra. Eravamo a metà della quattordicesima settimana, ed avevo appena finito di giocare a calcetto con gli amici, come facevo ogni martedì. Accesi il cellulare, e trovai una chiamata da casa. Richiamai subito. Rispose mia madre, che era scesa da noi.

 

“Andrea, vieni subito a casa, dobbiamo andare in ospedale. Ha delle perdite rosse”.

 

Per un minuto, non capii letteralmente più nulla. Non potevo credere che stesse accadendo davvero. Era come se fossi affacciato alla finestra e stessi assistendo ad una vicenda che riguardava un’altra persona. Vestito com’ero, in pantaloncini e maglietta, mi fiondai verso la macchina e mi diressi verso casa. Durante il tragitto, pregai anche ciò in cui non credevo. Non portarmi via anche questo, ti prego, non portarci via il nostro bambino, continuavo a ripetere ad alta voce, come un automa. E nemmeno sapevo a chi stavo rivolgendo quelle parole.

Arrivai a casa e la trovai sul divano, bianca come un lenzuolo. E mia madre era conciata anche peggio. Mi cambiai velocemente, senza nemmeno sapere cosa mi stavo mettendo addosso, e dopo aver atteso anche l’arrivo di mia cognata corremmo in ospedale. Era la stessa, precisa, identica scena vissuta il 3 gennaio 2007, e l’incubo che anche l’esito potesse essere lo stesso ci stava letteralmente devastando. Anche lo studio all’interno del quale ci trovavamo era lo stesso. La gentile infermiera ci fece subito accomodare, ma il ginecologo di turno era appena uscito. Attendemmo il suo arrivo per oltre mezz’ora, periodo che trascorsi cercando di calmarla e di calmarmi. Lei si sdraiò sulla poltrona, io iniziai a camminare avanti e indietro per il reparto, prima passando di fronte alla stanza dov’era stata ricoverata per il raschiamento e poi arrivando di fronte alla vetrata dei neonati. La prima la superai velocemente, come ad esorcizzare la paura di rivedere mia moglie lì dentro, mentre davanti alla seconda mi fermai, e guardando le culle ricominciai a bofonchiare qualcosa d’indefinito, probabilmente pregando ancora una volta qualcosa e qualcuno che non sapevo. Di certo pensai “tra cinque mesi mio figlio deve essere lì”.

Tornando verso lo studio all’interno del quale si trovava mia moglie, mentre pensieri positivi e negativi si accavallavano senza soluzione di continuità, incontrai una donna col pancione tipico dei nove mesi, evidentemente prossima al parto (o forse intenta a passeggiare proprio per accelerare il processo), e riuscii a sorriderle. Il medico non era ancora arrivato, ed allora controllammo e ricontrollammo: delle perdite non c’era più traccia. Cercavo comunque di prepararmi al peggio, ovviamente mostrando una faccia completamente diversa, sicura ed ottimista, salvo poi concludere che stavolta non era davvero possibile essere pronti. Mentre l’accarezzavo, lei mi disse “se va male, voglio una pastiglia per morire“. Io manco riuscii a risponderle. Forse perché quell’ipotetica pastiglia l’avrei voluta anch’io.

Finalmente, arrivò il dottore. L’ennesimo, perché non l’avevamo mai visto prima. Per dissimulare la tensione che mi attanagliava pensai a quanti medici, infermiere e specialisti vari avessero visto mia moglie in tutti quegli anni, e conclusi che il numero superava abbondantemente la doppia cifra. Informammo anche lui sul nostro background e sugli eventi di quella sera, dopodiché cominciò la procedura dell’ecografia. Mi accomodai sulla sedia che si trovava di fianco alla poltrona, ed iniziai a stringermi il volto tra le mani, proprio come avevo fatto un anno prima, e probabilmente rendendo la mia espressione ancora più trasfigurata di quanto già non fosse per conto suo. Pochi secondi di silenzio, dopodiché sullo schermo, pian piano, iniziò a comparire qualcosa. Lui sorrise, appoggiò una mano sul ginocchio di mia moglie (che non voleva vedere) e le disse “girati, e guarda tuo figlio”. Quel sorriso e quella frase ci avevano già detto tutto ciò che volevamo sentire: il bambino era in perfetta salute, ed il cuore batteva come un tamburo. 75 millimetri di gioia. Come da copione, io iniziai a singhiozzare ed a baciarla sulla fronte, mentre lei era ancora una maschera di paura. Avevamo superato anche quella.

Armato della foto del nostro bambino (ormai avremmo potuto completare un album solo con le ecografie), uscii subito a comunicare la notizia a mia cognata ed a mia madre, che ovviamente si mise a piangere. Le perdite erano quasi certamente effetto delle punture di eparina, come ci avrebbe confermato il giorno dopo il nostro angelo di Varese, ed alla fine quell’enorme spavento, quella serata che avrebbe potuto sconvolgere la nostra vita in un modo che nemmeno potevamo immaginare, si trasformò in un ulteriore iniezione di fiducia, anche grazie alle confortanti parole del dottore. Poteva finire col desiderio di assumere una pastiglia per morire, ma stavolta noi eravamo dalla parte della vita. E sentivamo che ci saremmo rimasti, forse perché avvertivamo tutta la valenza simbolica dell’essere riusciti a superare quell’ultimo ostacolo, dell’aver esorcizzato il peggiore dei nostri incubi esattamente laddove aveva preso forma, cioè fra quelle stesse mura che poco più di un anno prima avevano testimoniato la nostra disperazione. Ed era bello pensare che quelle macchie rosse fossero state il modo attraverso il quale il nostro bambino aveva deciso di comunicarci quel messaggio.

Uscendo dallo studio, transitammo davanti alla “stanza del raschiamento”. La porta era aperta, la luce spenta, entrambi i letti vuoti. Passammo oltre con un sorriso, ma fatto qualche passo decisi improvvisamente di tornare indietro verso quella stessa camera, quindi afferrai la maniglia e chiusi la porta. E stavolta quel rumore, decisamente meno soffice ed impercettibile di quello delle porte scorrevoli, mi sembrò una musica celestiale.

 

Estratto di “Volevo diventare papà. Storia di un sogno e di una lotta d’amore”, Andrea Rosselli per la Casa Editrice Mammeonline.

Essere donna. Nascere madre – 2

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La mattina seguente mi svegliai con la triste inquietudine di chi ha fatto un brutto sogno, ma il mio incubo non svaniva alle luci dell’alba, il mio “uomo nero” non spariva sgranando gli occhi.

Tutto mi sembrava surreale, impalpabile e non riuscivo a smettere di pensare a come si fosse intrecciato questo particolare momento della mia vita, un tempismo da brivido, come se un genio maligno, un folletto dispettoso, si divertisse a mandare all’aria la mia vita nel momento esatto in cui ero pronta a compiere il primo importante passo verso di te, dopo inutili settimane di terapia; tutte quelle inutili lacrime, tutto quel turbolento e doloroso viaggio dell’anima per accettare e affrontare la tua assenza, tutto svanito in un secondo, tutto vano, perso. Bruciavo di rabbia e amarezza, poi Vittoria mi disse: “Tuo figlio è un eroe, si è sacrificato fino ad ora per te!”

E se fosse realmente stato così? E se il mio bimbo non fosse stato altro che il mio angelo custode? Certamente, se non avessi cercato di raggiungerlo, i miei occhi non si sarebbero curati del mio collo, la mia mente non si sarebbe interrogata sulla mia tiroide, non avrei mai scoperto la mia malattia o, peggio, sarebbe stato troppo tardi. Fino alla mattina del ricovero in ospedale mi sentivo abbastanza serena, sapevo di non aver scelta, non potevo sottrarmi alla mia vita, dovevo affrontare tutto e più fossi riuscita a restare calma, più sarebbe stato facile questo viaggio e presto sarebbe rimasto un lontano ricordo. Ma quella mattina andando via da casa crollai, sentii le mie gambe cedere al peso delle mie paure, tremavo e mi lasciai andare in un pianto silenzioso, mentre salutavo ogni angolo del mio piccolo nido che in quel momento mi sembrava una reggia; tutto, anche l’oggetto più banale era importante, aveva un valore speciale e sentivo di non potermene separare:«Io torno, perché tutto questo è la mia vita, perché nulla altrimenti avrebbe avuto un senso. Io riprenderò la mia vita e realizzerò tutti quei sogni che ho custodito nei miei cassetti.» Chiudendo la porta, però, inevitabilmente la paura parlò per la mia coscienza: «Chissà se tornerò.» Il primo giorno in ospedale fu lungo e interminabile, ma mi aiutò a capire cosa avrei dovuto attendermi dall’intervento e, giunta la notte, il mio pensiero era solo per te.

Amore di mamma, Angelo mio, sono qui questa sera sola e nel silenzio di questa corsia d’ospedale, le mie paure urlano come anime dannate. Avrei voluto più di qualunque altra cosa vivere di te, nutrirmi dei tuoi sorrisi, scaldarmi con i tuoi abbracci; ho creduto in questi mesi di essere io, forte, per noi, di poter affrontare tutto per te, per la nostra famiglia, ma tu hai già fatto per me più di quanto non abbia fatto io per te, l’eroe sei davvero tu. Io non ho ancora saputo donarti la vita e tu già mi stai dando la possibilità di rinascere un’altra volta. Prendimi per mano, piccolo mio, e portami a vincere la nostra battaglia, tu sei la mia arma migliore, tu sei il faro che ha acceso questo cammino e io non posso deluderti. (…)

 

Estratto di “Essere donna. Nascere madre”, Valentina Campanella per Rapsodia Edizioni.

Essere donna. Nascere madre – 1

EssereDonnaNascereMadre-1920x820… Continuai il protocollo come indicato dal medico, acido folico in compresse dal primo giorno del ciclo e gonadotropina sottocute dal secondo al quarto. Io che ho sempre avuto una paura ancestrale per gli aghi e le punture, non saprei dire quante volte, in questi mesi, abbia chiuso gli occhi per farmi “bucare”: adesso anche la mia pancia diventava un colabrodo. Ogni sera alla stessa ora, come un rito, lasciavo che Andrea si occupasse di me, di noi, e mi somministrasse il farmaco; in fondo, fare l’iniezione per lui era l’unico modo per partecipare attivamente a questa avventura o, forse, era l’unico modo per sentirmi meno sola: quel momento, quel fastidio, quella battaglia, così, diventava anche sua, ed io avevo meno paura. Al quinto giorno del ciclo feci il primo monitoraggio ecografico e il primo dosaggio di estradiolo post stimolazione: ero emozionata, non avevo idea di cosa mi aspettasse, continuavo a chiedermi come le mie ovaie avessero risposto a quei giorni di trattamento ed ero terrorizzata all’idea che mi dicessero: “Qui tutto tace!” o, al contrario: “Siamo in iperstimolazione, dobbiamo sospendere tutto.”  E la mia mente non riusciva a far altro che riportare alla luce le emozioni provate ad Alcamo, quando durante l’ecografia Giorgio mi aveva detto che le mie ovaie non avevano risposto adeguatamente al CLOMID ed io avevo creduto di morire.

Questa volta però mi sentivo diversa: non ero sola, Andrea era al mio fianco, e tutto mi sembrava essere gestito con un’attenzione e una professionalità alle quali non ero abituata, ma che mi aiutavano a stare più serena e, soprattutto, alla luce di quanto vissuto fino ad allora, ero cosciente del fatto che non potevo far altro che stare a guardare e mettere la mia famiglia e la tua vita nelle mani di Dio. Trascorsero i giorni e un’ecografia dopo l’altra si avvicinava il momento della IUI: tutto procedeva al meglio e i medici mi seguivano con attenzione accompagnandomi in questo tortuoso cammino. Tutti disponibilissimi, mi sentivo quasi coccolata, un’atmosfera surreale ogni mattina in quella sala
d’attesa dove ormai gli stessi volti erano quasi familiari, altre coppie che come noi cercavano di coronare il loro sogno di famiglia, altre donne che come me vivevano l’angoscia di non poter essere madri, i nostri occhi si scrutavano timidi, una frase ogni tanto, ma tanta silenziosa complicità, accomunate dallo stesso terribile dolore.

Era quasi tutto pronto; al controllo del 25 marzo il medico mi disse che stavamo raggiungendo la condizione ideale, ancora un paio di giorni e avremmo potuto procedere.
Le mie emozioni avevano ormai preso il volo: se nei primi giorni dominava la paura della delusione adesso mi ero abbandonata alla piacevole sensazione della speranza, in fondo, c’era davvero la possibilità che tutto andasse bene e io volevo crederci, mi sentivo forte, felice, serena. Quella stessa mattina ricevetti la mail del dottor Attardi, l’endocrinologo, il quale mi chiedeva di incontrarci il giorno seguente al suo studio: era pronto l’esame citologico dell’agoaspirato tiroideo. Già, perché tra le altre cose, senza dargli alcun peso, mi ero fatta “pungere” il collo, certa, come tutti, che sarebbe stato negativo. Visto il mio quadro clinico, francamente associabile a tiroidite autoimmune, la scelta di fare il citologico era dettata solo dal voler scongiurare la maledizione delle diagnosi tra colleghi; il dottor Attardi, infatti, mi aveva più volte ripetuto sdrammatizzando:
“L’agoaspirato è praticamente superfluo, ma visto che sei una collega e moglie di collega lo facciamo, perché le cose storte capitano sempre con i colleghi.”
E con questo spirito acconsentii, seppur infastidita dall’idea di quella mega puntura.

Era un martedì sera, dopo una pesantissima giornata di lavoro: andai con Andrea all’appuntamento con l’endocrinologo, dopo una breve attesa ci accomodammo in una delle due sale da visita e sulla scrivania l’efficiente assistente aveva già preparato i miei referti, ma il medico non c’era ancora, così chiesi ad Andrea, ridendo come un bimbo che fa una marachella, di sbirciare. «Vale, non vedo bene, guarda che non arrivi nessuno… Tireociti… inclusi nucleari… È tutto normale!» «Andrea, scusa, ma nel linfonodo non devono esserci tireociti!» «Sì, ma sono nel nodulo… o nel linfonodo? Non vedo bene.» «Va bene, dài, lascia stare, che sto già per sentirmi male. Adesso, ce lo dirà lui.» Arrivò il medico: «Vieni, dottoressa.» Mi prese per mano e mi portò nell’altra stanza per una nuova ecografia. Qualcosa cominciava a non quadrare: «Perché di nuovo?» Chiesi.
«Questo linfonodo è ripetitivo, ci sono cellule tiroidee… Dottoressa, la dobbiamo togliere.» «Ma cosa?» «La tiroide… è un carcinoma.»

Ancora una volta, come una ghigliottina sul collo, la vita mi veniva addosso con rapida violenza, senza neanche darmi il tempo di capire, di pensare… Ancora una volta mi perdevo nel mio spazio virtuale sordo e muto, non poteva essere vero, e mentre Andrea mi asciugava le lacrime, ancora stesa sul lettino non potevo non pensare a te… Ancora una volta ero stata scaraventata lontano dal mio angelo proprio a un passo dall’accarezzarlo. La settimana a un tratto cambiò colori e profumi, dacché mi aspettavo giorni sereni di speranza a che ero finita nel baratro più buio… Avevo un cancro! Il dolore, la paura, la disperazione mi paralizzavano, non riuscivo a smettere di piangere, continuavo a chiedermi cosa avessi fatto per meritare tutto questo, come potesse Dio aver un simile progetto per me. All’improvviso, il mio orizzonte si era ridotto a un punto, tutte le possibili strade della mia vita erano sparite, ero di fronte a un unico terrificante tunnel senza luce né aria. Ancora una volta dovevo piegarmi al volere degli eventi e accettare di rinunciare a te e questa volta non solo a te, ma a tutto quello che fino a quel momento aveva dato un senso alla mia vita… mio marito, la mia famiglia, le mie amiche… Tutto l’amore che avevo dato e ricevuto era perso, avrebbe lasciato spazio a un immenso incolmabile vuoto, freddo e informe, solo bruciante dolore!

 

Estratto di Essere donna. Nascere madre”, Valentina Campanella per Rapsodia Edizioni.

continua…

Madri comunque

“Niente contiene più stereotipi del mondo della maternità. E ne hai la conferma quando diventi mamma. Tutti ti dicono che è la cosa più bella che potesse capitarti, ora sei una donna completa, felice, forte, devi comportarti così, cosà, cosù, cogiù. Come dicono loro.  Perché si fa così, da sempre. C’è chi questa nuova condizione la veste a pennello. E allora sì, tutto vero. Finalmente. Ma c’è anche chi, invece, lì dentro fa fatica a muoversi e si sente da subito inadeguata. Però fa finta di nulla, per non sembrare pazza, squilibrata, fuori dal gruppo. E allora, finge.  Fingi, perché avresti un modo tutto tuo di comportarti, con tuo figlio. Che senti dentro, da dove non sai, ma c’è, e ti parla.  Senti, che tipo di mamma sei, tu, anche se non è esattamente quello che dicono gli altri. E i loro consigli, le frasi fatte, il perbenismo imperante, oltre che starti stretto, ti dà fastidio.  Reciti, scegli una parte e segui il copione. Ti adegui.  Così sorridi, a chi da te si aspetta un sorriso.  Rispondi Bene, a chi ti chiede retoricamente Come va. Ringrazi chi regala l’ennesimo giochino al nuovo nato, e non porta un pensiero per te. Tante sanno di cosa si tratta. Poche ne parlano. Tutte dicono essere un sogno, nessuna ammette che a volte è un incubo. Perché o la maternità è bella o diventa tabù. Non sono concessi giudizi negativi, non è concesso dire che è fatica, sacrificio, stanchezza, dolore, a volte disperazione. No, vietato. Da quando sono mamma, ho iniziato a guardarmi attorno, ad osservare le mamme in modo diverso. Ho capito che facciamo parte di un mondo dove sì, c’è tanto luccichio, tanto brillio, tanta felicità, ma ci sono tanti lati intoccabili, inviolabili, oscuri, che non si dicono. Perché di no. Ho esplorato, piano piano, l’universo della maternità attraverso le sue protagoniste. Le madri.  Donne che si sentono madri fin da bambine e donne che lo diventano con calma, col passare dei mesi. Ragazze che decidono di non diventarlo mai o che non vedono l’ora di esserlo. Uomini che sono molto più madri delle donne stesse, madri di figli naturali e di figli adottivi, madri in affido e donne che fanno diventar madri, madri violente e madri ferite a morte, donne disposte a tutto e donne che decidono di abortire. Donne della porta accanto che fanno i miracoli nella vita frenetica di tutti i giorni e donne manager, madri sostenitrici di ogni scelta dei figli e adolescenti che si trovano un pargolo tra le braccia. Madri, comunque. Ognuna a proprio modo entra a far parte di un universo dove i termini giusto e sbagliato lasciano il tempo che trovano, dove le convenzioni sociali, le opinioni degli altri e soprattutto i giudizi dovrebbero solo starne fuori. Fosse facile.  Non lo è per niente, facile. Perché quando si parla di madri, si parla di figli e si parla di vita. E la vita è come una funzione matematica, piena di variabili soggettive, non risolvibile con un’unica formula: ce n’è una per ogni essere umano, quindi una diversa dall’altra.  Meno male. Le testimonianze di questo libro descrivono alcuni modi di essere madri, sicuramente non tutti. Perché sarebbe impossibile racchiudere in un centinaio di pagine tutti i percorsi possibili, e quindi tutte le conquiste, della maternità.  Perché ognuna è una madre diversa dall’altra”

Tratto da “Madri comunque”, di Serena Marchi, Fandango Libri

Sta capitando proprio a me!

Tutti i cambiamenti mi spaventano. Ne fuggo. Li Rimando. A volte vorrei non avvenissero mai.

Così mi sposo e all’inizio mi prendo quello che oggi considero un lusso, non avere figli. Un cambiamento alla volta, mi dico. Non sono pronta, mi dico. Voglio concedermi di pensarci bene e di decidere se lo voglio davvero. Un figlio non è uno scherzo e nemmeno un passaggio obbligato. E mentre io mi trastullo in tutte queste profondità evanescenti, arriva l’esame di mio marito e piomba su di me, sbarra con violenza la mia strada verso il desiderio di maternità e diventa il punto zero, quello da cui tutto è cominciato o finito e ricominciato. E così proviamo, riproviamo, speriamo, ci illudiamo, soffriamo, litighiamo, ci allontaniamo. Scopro che un figlio lo volevo davvero e che ero solo un pò preoccupata, e scopro anche che forse non potrò mai averlo. Scopro entrambe le cose contemporaneamente dentro di me. Pazzesco. Niente di più lacerante e contraddittorio. Ma la mia vita è tutta una contraddizione. Mi professo scoraggiata, ma spero profondamente e fortemente ogni mese che il miracolo (di questo si tratterebbe) avvenga. E piango ad ogni falso ritardo. E piango ad ogni annuncio di gravidanza delle amiche, piango ad ogni battesimo e ad ogni regalino da comprare. E già perchè non sono proprio tutti così puliti e belli i sentimenti che questa disavventura ti porta a provare. E così la stima di te diminuisce sempre un pò di più. Non hai realizzato nulla, nel sul lavoro, nè sull’ambito personale. Non sei capace di condividere la gioia delle tue amiche che restano incinta con tutta la naturalezza possibile. Quella che anche tu avevi sognato e immaginato. Quella che capisci giorno dopo giorno che non avrai mai. E di questo devi elaborare il lutto.

Capisci che nessuno capisce. E questo fa male. Tutti sono pronti a minimizzare, a raccontarti la storia di quella gravidanza impossibile accaduta davvero, ma tu non ci credi alle favole, non ci crei più. Ti senti solo e ti isoli. E la vita di coppia è un’altalena, vacilla. A volte lo fai sentire così in colpa, che poi te ne vergogni. A volti senti che ti è rimasto solo lui.

Così ti apri alla pma, entri in questo mondo che è lontano un miglio dal tuo modo di essere, cerchi di convincerti che ce la farai ad affrontare tutte quell invasività, proprio come fanno altri.

Invece è pesante, avevi ragione. E’ qualcosa che ti scava al confine tra il fisico e l’emotivo, è qualcosa che ti cambia per sempre, è qualcosa che ti costringe a portare allo sbaraglio la tua intimità più profonda. Eppure lo fai. E c’è solo un embrione, un’unica possibilità congelata,in attesa dell’impianto. E che dire? Che leggere qui di chi ce l’ha fatta commuove e riscalda il cuore, che leggere di chi ha provato tantissime volte senza mollare ti fa vedere un altro modo di vivere la cosa che non sai se ti appartiene, ma la paura è davvero tanta e la forza a volte sembra venire meno completamente e la speranza è opportunamente seppellita da calcoli e percentuali, così per crearsi l’illusione di una protezione che forse non ci sarà mai.

Perchè una cosa ho capito, questa della maternità è una ricerca a carne viva e a cuore aperto, senza paracaduti nè protezioni.

La mia avventura più bella

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Come la maggior parte della coppie anche io e mio marito, dopo qualche anno di convivenza, desideravamo un figlio e così, dopo il matrimonio, abbiamo inziato a provare a realizzare il nostro sogno. I primi mesi la gravidanza, o meglio, la mancata gravidanza, non era per noi un peso insopportabile, anche la ricerca del figlio non era ancora diventata una nostra ossessione, ma poi, i mesi passavano e non c’era mai nessun ritardo.

Ci siamo confrontati e poi rivolti a degli specialisti, abbiamo fatto analisi, controlli, visite, code interminabili, abbiamo navigato su internet alla ricerca di risposte, abbiamo capito che la fecondazione assistita sarebbe stata la nostra nuova avventura.

Inizialmente non l’abbiamo presa bene, inutile negarlo, ci vergognavamo quasi a parlarne, poi abbiamo capito che non c’era niente di male, niente di vergognoso, avevamo un problema (uno dei tanti) e come tutti i problami andava affrontato e, magari, risolto.

Non è stato facile, mi sembrava di vedere ovunque donne incinte e neonati, carrozzine e tutine, probabilmente non era così, probabilmente camminando per strada è fisiologico incontrare una donna incinta o una donna con un neonato nella carrozzina, ma a me sembrava di vederle ovunque.

Dopo tutti i controlli abbiamo iniziato a “bucarci” in senso buono, era il momento degli ormoni, piccole punture sulla mia pancia che si preparava ad ospitare mio figlio.

L’avventura della maternità è così iniziata ancora prima di rimanere incinta, perchè prepararsi per la fecondazione assistita significa preparare il corpo a qualcosa che forse, e solo forse, accadrà.

E’ stato un percorso difficile ma, se mi guardo indietro oggi, non mi ricordo neanche il dolore o l’attesa,  se mi guardo indietro mi guardo con tenerezza, con il sorriso.

Non avrei mai pensato che sarebbe successo a me, forse è questo quello che ci frega, forse il fatto di non essere preparate all’eventualità, alla possibilità che avere un figlio non sia una cosa semplice o naturale è l’ostacolo ‘mentale’ è quello  più difficile da superare.

Un ostacolo che dobbiamo saltare, per noi, per i nostri figli, per aiutarli a non cadere nel pregiudizio e nella paura che, a volte, qualcosa può andare storto, può andare diversamente da quanto pianificato, per aiurali a comprendere e a capire che l’infertilità è una malattia e come tale va curata, non è un capriccio, è un desiderio che per prendere corpo ha bisogno di farmaci, fatica e qualche aiuto in più.

E poi, solo poi, arriverà la pancia, le nausee, il travaglio e quei leggerissimi tre chili sulle braccia che, se ti guardi indietro, ti fanno dimenticare tutto, anche la paura di non farcela.

Cronache dalla Clinica

Nel 2005 avevo 23 anni e piena fiducia nel potere della protesta e dell’informazione. Non esisteva Facebook però avevo un blog con un discreto numero di seguaci e una rete di connessioni virtuali su cui contavo molto. Fu la mia prima propaganda online. Volevo a tutti i costi che il referendum del giugno 2005, quello relativo alla legge 40 e alle “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” avesse successo. Speravo ancora che il nostro Paese fosse abbastanza avanti per potersi dotare di una legislazione un po’ più libertaria perlomeno quando si trattasse di innalzare il tasso di natalità. D’altronde pure il mio sussidiario delle elementari diceva che in Italia si fanno pochi figli!

Avevo soprattutto argomenti personali sul tema. Due cugini gemelli nati grazie a una fecondazione in vitro, una (ormai ex) suocera che lavorava in un centro pubblico all’avanguardia nella riproduzione assistita. Mi sembrava assolutamente fuori da ogni logica che un referendum così importante cadesse nel vuoto dell’astensionismo. Eppure così fu. E ci rimasi molto male.

Nel 2012, dopo un taglio netto alla mia vita in Italia, mi sono ritrovata a vivere a Barcellona. Il fato ha voluto che il mio primo datore di lavoro all’estero fosse proprio una clinica privata di riproduzione assistita. Non è che sapessi esattamente cosa vuol dire lavorare in una clinica così. Ci sono entrata senza un briciolo di istinto materno, coi miei 30 anni appena compiuti, una crisi esistenziale sulla coscienza e una fuga da una vita italiana che sembrava andare su dei binari di cui non condividevo più la direzione.

La mia esperienza con la riproduzione assistita era legata esclusivamente al lato affettivo ed empatico della ricerca di un figlio da parte di altri. Avevo condiviso la speranza della zia che si stimolava a forza di iniezioni di Puregon e che alla fine grazie a una tecnica di laboratorio si era ritrovata con due fagiolini disegnati sulla prima ecografia; e poi sapevo del lavoro quotidiano della ex suocera, infermiera nell’ospedale in cui erano nati quei due embrioni che poi sono diventati i miei cugini gemelli. Però pochissime idee, e confuse, sul percorso di chi quel figlio lo vuole ma che non può farlo in Italia.

Nel corso dei miei tre anni di lavoro alla clinica di fertilità ho visto centinaia di coppie. Venivano da Europa, Africa e zone recondite dell’emisfero australe in un meltingpot di razze e unioni che ogni tanto mi hanno fatto domandare fra me e me ‘ma come avranno fatto a conoscersi? Coshanno in comune? Come sono arrivati alla decisione di venire a Barcellona per avere un figlio?

Ho parlato con moltissime donne italiane, di alcune sono diventata quasi una confidente.

Ero la loro “coordinatrice”, quella che chiede di essere chiamata quando arriva la mestruazione (e molte volte si sorbisce dettagliatissime descrizioni su colori e texture del flusso mestruale). Sono stata la persona che organizzava il calendario e definiva la data in cui fare l’iniezione di Decapeptyl. Quella che spiegava come inserire un ovulo vaginale (si, a volte ho dovuto spiegare anche questo…) e che sceglieva la donatrice di ovuli che assomigliasse il più possibile alla paziente che di ovuli propri non ne aveva più.

Sono stata anche la persona che cercava di consolare il loro pianto quando il valore della betahcg era inferiore a 5 e no, purtroppo nemmeno stavolta è rimasta incinta e che gioiva insieme a loro quando finalmente il test di gravidanza era positivo.

Sono la stessa persona che aveva pianto di rabbia quando il referendum del 2005 era fallito e che per tre anni ha passato otto ore al giorno a parlare di mestruazioni, inseminazioni ed embrioni con coppie speranzose di diventare genitori.

Non so ancora se sarò madre, un giorno. Ho le idee molto più confuse delle pazienti con cui ho parlato durante i miei tre anni alla clinica. Ma è anche grazie alle loro storie che ho avuto modo di imparare quanto possiamo essere forti, noi donne, e quanti sacrifici siamo disposte a fare pur di essere felici. Le “donne della clinica” mi hanno insegnato molto più di quanto immaginano: mi hanno dato un esempio di cosa vuol dire inseguire con determinazione un sogno, quello di diventare madre.