La medicina non risolve tutti i casi di infertilità: l’informazione corretta che manca alla Pma

La Pma in Italia è ancora un tabù, “una scelta che si fa ma non si dice.” Sono passati più di 40 anni dalla nascita di Louise Brown, la prima bambina in provetta. Nonostante questo, in Italia la procreazione medicalmente assistita (Pma) continua a essere vissuta come “un tabù, una cosa che si fa ma non si dice”. Ne è convinta la ginecologa Alessandra Vucetich che in questa chiacchierata fa il punto sulla legge 40.

Pma, una scelta che si fa ma non si dice

Qualche settimana fa, alla Casa delle Donne di Milano, disse che l’idea di fare figli quando si vuole è un “grande inganno”. Ce lo spiega?
«Negli ultimi decenni si è diffusa una falsa credenza: che ognuno possa gestire il proprio percorso procreativo senza tenere conto del tempo che passa. Le donne hanno deciso di posticipare sempre più la ricerca di un figlio, convinte del fatto che “tanto poi la medicina avrebbe risolto tutti i casi di infertilità”. Questa convinzione invece è sbagliata, un grande inganno che sta penalizzando soprattutto le donne di 35/40 anni le quali hanno ignorato il fatto che con il progredire dell’età la fertilità femminile si riduce in maniera considerevole. Esistono giustamente campagne informative per molti problemi di salute (tipo il diabete, le malattie cardiovascolari, i tumori) ma non c’è nulla di simile nel campo del benessere riproduttivo e della preservazione della fertilità. Non è il caso di ripescare gli slogan ideati dal ministero della Salute per fertility day del 2016, quelli con la clessidra e il claim “Datti una mossa, non aspettare la cicogna”. Però credo serva una maggiore informazione culturale e sociale che aiuti le giovani a fare delle scelte consapevoli, prima che sia troppo tardi»

Alcuni sostengono che la crioconservazione di ovociti potrebbe evitare molte delusioni, soprattutto dopo i quaranta anni. Cosa ne pensa?
«Da pochissimi anni è possibile raccogliere e congelare sotto azoto gli ovociti di una donna fino a quando non si manifesti per lei la necessità di utilizzarli in un percorso di fecondazione extracorporea. Questa tecnica (che dovrebbe essere effettuata preferibilmente tra i 25 e i 35 anni), costituisce una buona possibilità di preservare la propria fertilità. Al momento se ne parla poco e invece credo che le nuove generazioni debbano essersene informate. Anche della possibilità di donare ovociti e spermatozoi si parla pochissimo. I nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza- ndr) prevedono l’attuazione di campagne di informazione e incentivazione a favore della donazione di cellule riproduttive (ovociti, spermatozoi). Ma queste indicazioni sono disattese. Proprio pochi giorni fa, domenica 14 aprile, è stata la giornata nazionale della donazione di organi: con rammarico ho notato che sui media non si è parlato di donazione di gameti. Credo che l’opinione pubblica non venga deliberatamente aiutata a diventare consapevole di questa possibilità. Eppure, dato che il nostro è uno dei paesi europei con i più alti tassi di fecondazione eterologa (con donazione di cellule riproduttive da soggetto terzo), la penuria di gameti ha conseguenze pesantissime: siamo costretti ad acquistare ovuli e spermatozoi dalle banche estere anche per quei trattamenti che vengono poi eseguiti in Italia, in alcuni casi a carico del sistema sanitario nazionale (come avviene in Toscana ed in Friuli). Evidentemente si preferisce tenere sotto traccia questo fenomeno.»

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