Dopo due figli nati grazie alla fecondazione assistita, è arrivata la gravidanza naturale

Questa settimana racconterò la storia di una donna che ha combattuto una battaglia importante, come quella della fecondazione assistita, affinché la sua testimonianza possa offrire coraggio a chiunque stia affrontando questo doloroso percorso. 

Emilia Schipilliti è un’eroina moderna che ha lottato per realizzare il sogno più bello per una donna: quello di diventare madre. Ecco il suo delicatissimo, commovente e straordinario racconto…
«Se dovessi scrivere la storia della mia vita, verrebbe fuori una cosa del tipo “Enciclopedia spostati”, ma mi soffermerò su un periodo che mi ha segnata profondamente. Conclusi gli studi universitari, mi sono sposata, consapevole e lieta che la mia vita sarebbe stata quella di moglie e madre, dal momento che mio marito ha un lavoro, che spesso lo porta lontano da casa per diversi periodi. Quindi ho scelto di seguirlo o comunque aspettarlo, facendo da fulcro a questa famiglia appena formata. Sposati da un anno, non avevamo ancora avuto la gioia di un figlio, ma inizialmente non avevamo dato peso alla cosa, se non fosse che la gente del paese in cui viviamo, ovvero Messina, non smetteva di seccarci con le solite domande inopportune: “Bimbi niente ancora?” oppure: “A quando un bimbo?”. Noi rispondevamo serenamente, ma intanto qualche dubbio, dentro di noi, iniziava a sorgere. Passato qualche tempo, abbiamo deciso di effettuare dei controlli, dai quali non è stato riscontrato alcun problema, pertanto la situazione iniziava a turbarci, tanto più che le “Voci esterne” diventavano sempre più fastidiose, con punte di cattiverie gratuite.  A un certo punto, per motivi di lavoro, mio marito è partito e io sono rimasta sola a combattere le malelingue e la cocente frustrazione di non riuscire ad avere figli. I medici, infatti, non riuscivano a spiegarsi i motivi per i quali non restassi incinta e la loro diagnosi era “Sterilità inspiegata”. Io soffrivo terribilmente, soprattutto perché se ci fosse stata una causa sarei riuscita a rassegnarmi, ma in me tutto era perfetto. Soprattutto soffrivo perché non mi capiva nessuno, nemmeno mia madre, mi accorgevo di essere guardata con pena e commiserazione. Tutti, intorno a me, si sposavano e avevano subito figli, mentre io mi ritrovavo da sola, senza mio marito, ad affrontare tutto e tutti. Non ero invidiosa per i figli degli altri, ma mi dispiaceva per me stessa. Mi sentivo sola, diversa, sbagliata, inadeguata, tuttavia continuavo a lottare contro i pregiudizi, l’ignoranza e la cattiveria. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato quando una conoscente, per strada, mi chiese: “Ho saputo che stai divorziando, perché non puoi avere figli”. Mi sono sentita morire e da quel momento ho smesso di uscire di casa. Decidemmo di ricorrere alla fecondazione assistita, ma nonostante cure, soldi, stress non arrivava nessun risultato, solo delusioni. Fino a quando, ciliegina sulla torta, mio marito viene trasferito d’autorità a Cagliari, con un preavviso di 15 giorni. Ho deciso di seguirlo, almeno eravamo insieme e mi sarei allontanata da tutti. Nel capoluogo sardo eravamo completamente soli, non ci sentivamo accolti, gente molto diversa da noi, poco calorosa. All’inizio non pensavamo di continuare il progetto di avere figli, volevamo solo trovare un equilibrio in questa nuova vita, ma in segreto ci pensavamo sempre. Un giorno ci siamo detti all’unisono: “Dato che il destino ci ha portati qui, proviamo a cercare un medico in grado di aiutarci?” Iniziai la mia ricerca, che mi condusse ad un nome, un certo professore Monni. Lo chiamai, gli spiegai a grandi linee il mio percorso e mi diede appuntamento per il giorno seguente. Ci incontrammo e scopro che è il migliore nel campo dell’infertilità, primario dell’ospedale Microcitermico di Cagliari, con titoli e cattedre in tutto il mondo. Il dottore decide di farci fare la “Fivet” (fecondazione in vitro con trasferimento dell’embrione). Protocollo lungo, fatto di cure, visite, ormoni, monitoraggi, ma eravamo più rilassati, soprattutto perché, lontani da casa, non dovevamo rendere conto a nessuno. Il giorno del prelievo ovocitario, ho incontrato tante coppie tristi come noi, ma speranzose, col bisogno di parlare della loro esperienza. Così per la prima volta, dall’inizio di questa storia, non mi sono più sentita  isolata. Finalmente qualcuno capiva come ci sentivamo, ascoltavo parlare quelle coppie in maniera sincera. Ciò non succedeva nella mia città, dove tanti pensano che sia una vergogna non riuscire ad avere figli. Dopo la Fivet, finalmente, rimango incinta di due gemelle. Una gioia senza limite, non potevo credere di aver ottenuto questa benedizione dopo sei anni di sofferenza e lacrime nascoste. La gravidanza è stata dura, ero a Cagliari da sola, mio marito spesso mancava, io rimanevo a casa con tutti gli acciacchi possibili, ma mi sentivo invincibile! A fine percorso, 38 settimana, ci rechiamo in ospedale per decidere la data del cesareo, ma dall’ecografia è risultato che una delle bimbe era morta. Mi sono ritrovata, all’improvviso, in sala parto con mio marito accanto. Inutile dire che il nostro cuore era spezzato in due: è nata Miriam, ma Elisa è morta, non ci sono parole adatte per descrivere tanto dolore. Il doverci prendere cura di Miriam ha fatto in modo che non ci lasciassimo andare alla depressione post-parto, lei è stata la nostra salvezza. Il dolore per la perdita della mia bambina non andrà mai via, è una ferita incancellabile, ma abbiamo imparato a essere resilienti. Sui social questa parola si spreca, ma il suo vero significato pochi lo comprendono.

Continua a leggere.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento