La pandemia ha fermato la procreazione assistita. Nei primi mesi dell’anno 10mila cicli in meno

Circa 10mila cicli di procreazione medicalmente assistita in meno, 1.500 bambini mai nati, il 60 per cento dei centri chiusi e l’attività di quelli aperti ridotta del 40 per cento. È l’impatto di Covid-19 sulle procedure di fecondazione assistita nei primi quattro mesi del 2020 calcolato dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso la survey online del Registro Nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita. 
L’indagine ha riguardato 201 centri, sia pubblici che privati, a cui lo scorso maggio è stato inviato un questionario sulla loro attività. In quel momento 191 centri erano attivi e 176 hanno risposto al sondaggio. Di questi, solo 3 (1,7%) hanno dichiarato di aver proseguito tutte le attività anche se non agli stessi ritmi del periodo pre-Covid. La quasi totalità dei centri (77,8%) ha invece sospeso ogni tipo di procedura. I nuovi cicli non sono stati avviati mentre i trattamenti in corso sono stati terminati ricorrendo al congelamento  congelamento di ovociti e/o embrioni o al trasferimento embrionario. Altri 36 centri hanno sospeso ogni attività proseguendo soltanto con visite e prescrizione di esami. 


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Inchiesta maternità /1: Il bambino che vorrei


C’è un prima, c’è già – più ancora si vedrà – un dopo. Lo spartiacque lo fa la pandemia che – la previsione è unanime a meno che molte, troppe palle vadano in buca – raggelerà ancor di più lo scenario di un Paese che fa pochi figli, ma soprattutto ne fa meno di quanti desidererebbe chi lo abita. C’è una simbolica quota in una curva che da molto tempo non cessa di scendere: 400mila nati l’anno. Ebbene, il 2021 – la notizia arriva dall’Istat – sarà con ogni probabilità il momento in cui questa soglia verrà infranta dal moltiplicarsi delle difficoltà che non aiutano il progetto di mettere al mondo un figlio. I nudi numeri già avvertono: tra gennaio e maggio 4500 nascite in meno rispetto allo stesso periodo del 2019, anno in cui sono nati 435mila bambini; il saldo 2020 dovrebbe chiudersi poco sopra la quota simbolica, mentre l’anno prossimo si potrebbe scendere a 396mila nati.

Midwife Sarit Shatken-Stern holds her daughter, Ramona, shortly after giving birth.

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Mamma positiva al Covid abbraccia la figlia nata prematura 19 giorni dopo il parto: “Che emozione”

Delizia, 37 anni, ha dovuto attendere 19 giorni prima di vedere la figlia appena partorita all’ospedale Niguarda di Milano: la piccola è stata trasportata in terapia intensiva neonatale mentre la mamma è risultata positiva al Covid. Fino al lieto fine di qualche giorno dopo: “Ricordo chiaramente quella domenica non appena è arrivato l’esito negativo del tampone siamo corsi a Niguarda. Erano le dieci di sera. Finalmente l’abbiamo vista, era uno scriciolo nel suo lettino. È stata un’emozione travolgente”, ha raccontato la neomamma.

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Giornata Mondiale della Prematurità: anche le terapie intensive neonatali si confrontano con l’emergenza Covid

Il 17 novembre è la ‘Giornata Mondiale della Prematurità’, istituita per richiamare l’attenzione sul delicato tema. In Italia sono più di 30.000 i bambini nati ogni anno prematuri, ovvero prima della trentasettesima settimana, cioè prima del nono mese di gravidanza. Si tratta di bimbi ad alto rischio di complicazioni dopo la nascita, perché maggiormente vulnerabili rispetto ai nati a termine.
Anche in tempo di pandemia da Covid-19 in Italia molte sono le iniziative volte a sensibilizzare e accrescere la consapevolezza sul problema delle nascite premature. Nella nostra città due porte si coloreranno di viola: Porta Romana e Porta alla Croce.

Nel corso degli ultimi decenni c’è stata un’evoluzione nella cura del bambino nato pretermine e insieme ai progressi della medicina si è assistito anche ad una sempre maggior attenzione per un trattamento che assicurasse benefici nella crescita e nell’equilibrio psicologico del bambino, oltre che assistenza alla sua famiglia.

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Maternità e lavoro: che cosa ci ha insegnato il coronavirus

Oltre il 50% delle lavoratrici del nostro Paese nel corso della propria carriera deve fare i conti con degli ostacoli che hanno a che fare con la maternità. Se in linea teorica questa fase della vita dovrebbe essere protetta, se non addirittura valorizzata, la realtà dei fatti mostra una situazione ben diversa. Infatti, più della metà delle donne italiane sarebbe disponibile a fare a meno di uno stipendio più elevato pur di beneficiare di condizioni migliori, a cui si può giungere oggi attraverso il potenziamento dello smart working e investendo sui congedi. Tutto questo diventa vero a maggior ragione in considerazione di quello che ci ha insegnato il coronavirus, che avrebbe dovuto rappresentare un’opportunità per incentivare le policy di conciliazione di famiglia e lavoro.

La cultura della maternità

Il sostegno alla conciliazione, per altro, non deve essere un’utopia a cui anelare per un futuro chissà quanto lontano, ma è un diritto che la Costituzione già stabilisce. Le donne sono quasi portate a domandare scusa per il disturbo, e sono perfino propense a ricevere uno stipendio più basso per beneficiare di migliori condizioni. È come se la maternità fosse soprattutto una questione di soldi, la ricerca di un equilibrio tra fatiche e costi. Le donne vorrebbero avere almeno due figli, eppure il tasso di natalità è di 1.3: segno che c’è qualcosa che non va. Un Paese come l’Italia sembra non apprezzare le mamme, e ha dei problemi ad accettare le mamme che ambiscono ad avere una carriera.

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Infertilità maschile: cause, test e approccio terapeutico

Secondo la Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità (SIAMS), in Italia un uomo su tre è a rischio di infertilità. Fra le varie cause che possono determinare una situazione di infertilità nell’uomo possiamo annoverare le patologie dell’apparato genitale maschile, congenite o acquisite (p. es. alterazioni genetiche, testicoli ritenuti, infiammazioni e/o infezioni delle vie genitali e della prostata, malattie sessualmente trasmissibili, varicocele, tumori testicolari), terapie interferenti con la sfera riproduttiva (p. es. antibiotici, antidepressivi, antiandrogeni, farmaci anabolizzanti, chemio-radioterapia), così come fattori ambientali e comportamentali (p. es. inquinanti, fumo di sigaretta, alcool, alimentazione scorretta o disturbi del comportamento alimentare, droghe, doping).
L’andrologo è il medico specialista più indicato per la valutazione della funzione riproduttiva maschile e delle condizioni cliniche a rischio di infertilità, anche a scopo preventivo.

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Endometriosi, i falsi miti che bisogna sfatare per una maggiore consapevolezza

Secondo la definizione riportata sul sito del ministero della Salute, «l’endometriosi è la presenza di endometrio, mucosa che normalmente riveste esclusivamente la cavità uterina, all’esterno dell’utero». Già questa prima definizione dovrebbe sfatare alcuni falsi miti, ma purtroppo intorno a questa malattia femminile, spesso, c’è molta disinformazione.
Basti pensare che, solo in Italia, sono affette da endometriosi il 10-15% delle donne in età riproduttiva e che questa patologia interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficoltà a concepire. Sono almeno 3 milioni le donne italiane con diagnosi conclamata. Considerando che ci sono molti casi senza diagnosi, si può ragionevolmente pensare che il numero di donne che soffrono di endometriosi sia ben più alto.
Nonostante questi dati mostrino l’ampia diffusione della patologia, purtroppo ancora oggi l’endometriosi è una malattia poco conosciuta. Si tratta di una patologia cronica particolarmente invalidante, perché condiziona la salute e il benessere generale – fisico, ma anche emotivo e sessuale – delle donne che ne sono affette, per di più spesso la diagnosi è tardiva e il trattamento non tempestivo. A tutto questo si aggiunge anche una mancanza di informazione diffusa, che non di rado fa sentire poco comprese le donne che ne soffrono, cosa che aumenta il malessere anche psicologico causato dalla patologia stessa.



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Depressione post-partum, perché a volte dura anni e cosa fare

Che gioia. Il bimbo emette i primi vagiti, si fa sentire per casa, va nutrito. Eppure per la neo-mamma, in alcuni casi, tutto questo diventa un momento complesso da affrontare sul fronte psicologico.
A porre l’attenzione sulla possibilità che questa forma di “Baby Blues” possa permanere a lungo è una ricerca dell’NIH (National Institutes of Health), condotta su 5000 donne che avevano partorito pubblicata, non a caso, sulla rivista scientifica Pediatrics.
Stando ai risultati di questa osservazione mediamente quasi il 25 per cento di chi ha concluso la gravidanza ha riportato sintomi significativi di depressione dopo aver partorito, ma con una curiosità. A volte i problemi si sono manifestati anche nei tre anni successivi al termine della gravidanza, quindi non a breve distanza del parto.
Questo tipo di analisi mette in guardia, oltre ai neo-genitori e ai familiari, anche i pediatri, che diventano veri e propri “osservatori” non solo della crescita e del benessere del bambino ma anche della neo-mamma.

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