Maternità e lavoro: che cosa ci ha insegnato il coronavirus

Oltre il 50% delle lavoratrici del nostro Paese nel corso della propria carriera deve fare i conti con degli ostacoli che hanno a che fare con la maternità. Se in linea teorica questa fase della vita dovrebbe essere protetta, se non addirittura valorizzata, la realtà dei fatti mostra una situazione ben diversa. Infatti, più della metà delle donne italiane sarebbe disponibile a fare a meno di uno stipendio più elevato pur di beneficiare di condizioni migliori, a cui si può giungere oggi attraverso il potenziamento dello smart working e investendo sui congedi. Tutto questo diventa vero a maggior ragione in considerazione di quello che ci ha insegnato il coronavirus, che avrebbe dovuto rappresentare un’opportunità per incentivare le policy di conciliazione di famiglia e lavoro.

La cultura della maternità

Il sostegno alla conciliazione, per altro, non deve essere un’utopia a cui anelare per un futuro chissà quanto lontano, ma è un diritto che la Costituzione già stabilisce. Le donne sono quasi portate a domandare scusa per il disturbo, e sono perfino propense a ricevere uno stipendio più basso per beneficiare di migliori condizioni. È come se la maternità fosse soprattutto una questione di soldi, la ricerca di un equilibrio tra fatiche e costi. Le donne vorrebbero avere almeno due figli, eppure il tasso di natalità è di 1.3: segno che c’è qualcosa che non va. Un Paese come l’Italia sembra non apprezzare le mamme, e ha dei problemi ad accettare le mamme che ambiscono ad avere una carriera.

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