Inchiesta Maternità/5: fecondazione e adozione, l’attesa più lunga

Mamme contro ogni avversità e ogni ostacolo. Forti del desiderio di un figlio, il più grande di qualunque altro: pronte ad affrontare il lungo percorso di una fecondazione assistita oppure ad accogliere un bambino rimasto solo, anche se bisogna andare a prenderlo dall’altra parte del mondo. Neppure la pandemia ha spezzato i sogni delle donne che per diventare madri devono imboccare vie più tortuose del solito, come la Pma (Procreazione medicalmente assistita) o un’adozione: le difficoltà sono aumentate durante il lockdown e ancora oggi la strada non è in discesa, ma chi vuole essere mamma può superare tutto. E sono tante le luci in fondo al tunnel.
PMA e Covid
La fecondazione assistita, per esempio, ha risentito moltissimo della chiusura improvvisa e generalizzata dei centri per la Pma a marzo e aprile: il 60 per cento ha sospeso ogni attività entro il 17 marzo. «Lo stop peraltro sarebbe stato comprensibile se fosse servito a “reclutare” ginecologi per le sale parto o per fronteggiare l’emergenza, ma non è stato così: i medici delle strutture private sono rimasti a casa, si sarebbe potuto pensare ad attivare convenzioni perché potessero proseguire le cure, almeno con le pazienti più urgenti» osserva Andrea Borini, direttore di 9.Baby, network di centri dedicati alla fertilità. «Le donne l’hanno vissuto male, perché è passato il messaggio che la Pma sia qualcosa di superfluo. Anche la proroga dei termini di età per accedere alla fecondazione assistita, chiesta per “recuperare”un po’ il tempo perso con il lockdown, dal punto di vista biologico è un assurdo: una donna con più di 40 anni non ha certo più probabilità di restare incinta man mano che i mesi passano. La ricerca di un figlio non è rimandabile a data da destinarsi causa Covid-19».

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