Paola Turani: «Sarò mamma nonostante una diagnosi di infertilità»

La modella e influencer ha scoperto di essere incinta poco prima d’iniziare il percorso della fecondazione artificiale

«E voi, figli ancora niente?». Quante coppie si sono sentite fare questa domanda da zie impiccione, conoscenti invadenti, amici indelicati e, come nel mio caso, followers un po’ troppo inopportuni? Una curiosità espressa, evidentemente, a cuor leggero che, però, spesso non tiene conto del dolore di chi, invece, quel figlio lo vorrebbe (eccome se lo vorrebbe!) ma per un motivo o per un altro non arriva. Incredibile come cinque sole parole, buttate lì tra un click e l’altro o infilate spensieratamente in chiacchiere da bar, possano ferire il tuo cuore già malconcio e sbatterti ancora una volta in faccia la realtà con la quale, a insaputa di molti, stai facendo i conti ormai da tempo. Perché là fuori, nelle stesse strade in cui si vedono sfilare decine di pancioni e passeggini che a te sembrano centinaia, ci sono anche tantissime donne che non riescono ad avere un bambino, prigioniere non solo di un vuoto interiore difficile da colmare ma anche di un tabù sociale che talvolta diventa pregiudizio, che fa sentire diverse, inadatte, un po’ difettose e infligge grandi sofferenze a te, al tuo compagno. Alla coppia.

Credits: foto di Adolfo Franzò

Col passare degli anni l’assenza di un figlio ha preso il sopravvento

Avvilita, sfiduciata, delusa. È così che mi sono sentita, a fasi altalenanti, per otto lunghi anni, prima di scorgere, lo scorso gennaio, le due tanto agognate lineette sul test di gravidanza. Sì, avete letto bene: dopo una diagnosi d’infertilità, che ha confermato clinicamente quello che dentro di me già sapevo, sono rimasta incinta, naturalmente e del tutto inaspettatamente. Ma nonostante mi sia capitato questo dono incredibile, non dimentico ciò che c’è stato «prima».

Nel 2013 io e Riccardo, che all’epoca non era ancora mio marito, ci sentivamo pronti per iniziare una nuova avventura, quella della genitorialità. Abbiamo deciso di provarci, con la mente serena, senza premura né frenesia, assecondando l’ordine naturale degli eventi. Inizialmente, complici la giovane età, i crescenti impegni lavorativi, la nuova attività intrapresa sui social, ci siamo lasciati trasportare dalla filosofia del «quando arriva, arriva», senza mai trasformare il desiderio di una gravidanza in un’ossessione, in un chiodo fisso. Ci siamo goduti la nostra vita a due, sognando un futuro a tre, ci siamo buttati sulla carriera, abbiamo viaggiato, accolto due cagnoloni nella nostra famiglia e, due anni fa, ci siamo sposati. Il tempo passava, le nostre vite erano «piene» ma c’era sempre qualcosa che mancava. E, se per un certo periodo l’assenza di un figlio è rimasta in un angolo delle nostre esistenze, col passare degli anni ha preso il sopravvento e si è fatta sentire prepotentemente. Ma quel «serpellino» (dal cognome – Serpellini – del futuro papà) tanto voluto e cercato non arrivava mai: il desiderio di stringere tra le braccia un piccoletto rimaneva tale, non riusciva a concretizzarsi.

Non sono mancate le pressioni esterne

Ed è nell’intimità del mio nido familiare che ho iniziato a sospettare che ci fosse qualcosa che non andava e che gli anni di tentativi falliti alle spalle non rappresentassero – come dire – la «prassi» ma, al contrario, fossero l’espressione di un problema nascosto che stava effettivamente ostacolando il concepimento. In quei momenti avrei voluto essere una madre, e lo avrei voluto con tutta me stessa, ma non riuscivo per qualcosa che non potevo controllare e sul quale non avevo libero arbitrio: questo pensiero mi faceva impazzire, mi logorava. E se da un lato c’erano la mia infelicità per il bimbo che non arrivava e le inevitabili tensioni con Riccardo, che ha sempre combattuto al mio fianco e sostenuto ogni mia fragilità, dall’altro non mancavano le pressioni esterne, che non facevano altro che destabilizzare ulteriormente i miei stati d’animo.

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