Costi elevati, liste d’attesa infinite: perché gli italiani vanno all’estero per la fecondazione assistita

Tremila coppie all’anno su 14.000 casi totali di fecondazione assistita vanno all’estero. Il presidente SIRU: “Costrette a questo ‘esilio riproduttivo’ dalla disorganizzazione italiana”

“Ci rendiamo conto della tragedia che vive chi vuole avere dei figli e non riesce ad averne? Aspetta anni, finisce in liste d’attesa infinite, spende soldi, non trova una spalla nel Sistema sanitario nazionale e alla fine è costretto a rivolgersi all’estero. Abbiamo una responsabilità verso queste persone, che non possiamo ignorare”. Sono queste le parole del ginecologo Antonino Guglielmino, presidente della Società italiana di riproduzione umana (Siru), che ad HuffPost commenta il caso di Cristina Toncu, la trentenne residente in Italia e deceduta in Moldavia dopo essersi sottoposta ad un intervento di fecondazione assistita. Perché – nonostante la Corte Costituzionale, a partire dal 2014 abbia autorizzato la fecondazione eterologa (cioè con la donazione di ovuli o spermatozoi da parte di un donatore esterno alla coppia) inizialmente proibita dalla legge – si continua ad andare all’estero? Nel Bel Paese la procreazione assistita è, di fatto, indietro: la donazione non è incentivata e la legge 40 del 2004 che la regola prevede ancora molti limiti, nonostante le modifiche negli anni.

“Quali sono i motivi per cui questa giovane si è rivolta ad un trattamento di Pma in Moldavia? Voleva cercare un posto in cui costasse meno e non voleva farlo sapere. Non so quale sia la cosa più grave tra le due – afferma Guglielmino -. Da una parte abbiamo, ancora, nel 2021, lo stigma dell’infertilità, la discriminazione e la vergogna che sentono le coppie che non riescono ad avere un figlio spontaneamente e che evitano di parlarne, talvolta anche al medico curante, per imbarazzo. Non si sentono capite, non sono indirizzate, cercano di cavarsela da sole, di trovare soluzioni dove e come possono. Dall’altra abbiamo i costi, che qui in Italia sono maggiori rispetto all’estero per un discorso che riguarda il nostro Sistema sanitario nazionale, che ancora non riconosce in modo ufficiale le pratiche di Pma nei LEA (Livelli essenziali di assistenza), nonostante nel 2017 esse siano entrate a farne parte”. Il provvedimento prevede che, tra le prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale deve erogare ci sia anche la procreazione medicalmente assistita, omologa ed eterologa. Le cure e le prestazioni per la Pma devono essere garantite dal Ssn in tutto il territorio italiano, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket (determinato dalla singole Regioni). “La norma c’è – sottolinea Guglielmino – basterebbe solo applicarla”.

Poi c’è il fattore tempo: “Abbiamo calcolato che il tempo che perde una coppia tra quando si rende conto che non ce la fa a concepire spontaneamente a quando ottiene una diagnosi adeguata è di circa quattro anni. Non possiamo permettere che aspetti tanto. Questa perdita di tempo è incompatibile con l’età delle donne che solitamente si sottopongono ai trattamenti e che, in media, è di 36,7 anni. Più si perde tempo, più diminuiscono le possibilità di concepire, più le donne entrano in uno stato di forte stress, più le coppie iniziano a cercare in modo spasmodico un luogo più facile in cui tentare il trattamento, magari all’estero, dove i costi sono minori e dove le liste d’attesa non sono infinite. E così ha inizio quello che possiamo chiamare ‘esilio riproduttivo’, questa specie di turismo che turismo non è, di persone che vanno fuori dal proprio Paese in cerca di una speranza. Dobbiamo rendere la Pma una strada come un’altra per avere figli, intraprendere un processo di normalizzazione della pratica che passi attraverso una risposta adeguata da parte della medicina e delle istituzioni al desiderio di diventare genitori”.

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