La morte in utero, l’impatto psicologico sulla madre

I risvolti emotivi dopo la perdita. La depressione di Marta dopo la perdita del suo bimbo

“Cara Signora, abbiamo perso il battito. Ma non si preoccupi, lei è giovane, può farne un altro”. Con queste frasi, più o meno sintetiche, alcune donne che hanno perso il loro bambino vengono riconsegnate alla loro quotidianità. Lo hanno perso prima che nascesse e potesse crescere. Insieme a quella perdita hanno perduto una parte di sé, quella parte intima e viscerale fatta di inconscio.

Per alcune persone la morte in utero non è considerata una morte vera e propria. Non c’è una bara, non c’è un corpo da seppellire. Non c’è una malattia e nemmeno un’agonia. C’è il destino avverso, c’è una presunta anomalia genetica, c’è una buona dose di mistero e forse di fortuna. C’è la selezione naturale. C’è quel puntino, che così come si era insediato è andato via, misteriosamente. Smette di esistere, semplicemente. Ma insieme a lui non smette di esistere il suo ricordo, le fantasie su di lui, il desiderio di averlo in grembo e in braccio.

La perdita

La morte in utero può avvenire in qualunque momento, anche dopo qualche mese dal concepimento. In questi casi, quando malauguratamente il puntino ha già qualche settimana o qualche mese – per una mamma i mesi non seguono il calendario ma i battiti e il desiderio – l’unica soluzione rimane il raschiamento (svuotamento e revisione uterina). E tutto finisce più o meno lì.

La salute della donna

Qualche giorno di riposo e la salute della donna torna a splendere; ma la salute non è fatta di solo corpo ma di tantissimo altro di invisibile e di inesprimibile. La donna prende una pausa dalla sessualità e dal suo desiderio di maternità, si riposa per qualche tempo e ricomincia, pronta per nuovi tentativi di concepimento.

Del suo cuore e del suo ventre, correlato al cuore, nessuno se ne occupa. Delle sue angosce profondissime, della disperazione che sente dentro, di quell’utero che considera ‘guasto’, che non è stato all’altezza di tenere attaccata a sé la vita, di quel sentimento strisciante di inadeguatezza e solitudine nessuno se ne cura.

Stiamo parlando di corpo, solo corpo, di utero, solo utero, di dosaggi ormonali, di emorragia e farmaci. Il resto non conta. In realtà per elaborare, non tacitare, un dolore bisogna ricordarlo non dimenticarlo, dargli lo spazio (interno) che esige. Evitare di far finta che non ci sia.

La psiche

Quel rivolo di sangue che dichiara l’avvenuta perdita del bambino grida per avere un ascolto adeguato, altrimenti tornerà nel tempo sotto altre forme: depressione mascherata, ansia, infertilità sine causa organica che fa propendere per un blocco psichico profondo, crisi di coppia e tanto altro. Senza sottovalutare le caratteristiche della successiva gravidanza post-aborto. Sarà intrisa di angosce e di paure, e il legame con il bambino che nascerà verrà caratterizzato da elevate quote d’ansia, di apprensione incontenibile e notevoli limitazioni della sua possibilità di esplorare il mondo, per paura che gli possa succedere qualcosa di drammatico o di irreparabile.

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