Carmen Russo: “La mia battaglia per avere Maria”

Carmen Russo nella vita ha dovuto affrontare varie battaglie, superare sempre con al proprio fianco l’amato marito, Enzo Paolo Turchi. La ballerina e showgirl ha combattuto a lungo anche per avere sua figlia, Maria, nata quando aveva 53 anni. Una maternità cercata per vari anni, fino a quando non ha scelto di ricorrere alla fecondazione assistita per realizzare il suo sogno. Come raccontato qualche tempo fa a ‘Io Donna’: “Ricordo ancora quel giornoEro distesa su quel letto nella clinica di Barcellona che in otto anni aveva assistito alla mia battaglia più grande, quella per diventare madre. Il mio cuore batteva all’impazzata. Mi ero appena sottoposta all’ennesima fecondazione assistita e dopo avere pregato la Madonna affinché mi proteggesse ho detto a me stessa: ‘Carmen questa è l’ultima volta’. Hai 52 anni, o la va o la spacca’”.

Alla fine, nonostante le difficoltà, il desiderio di Carmen Russo si è avverato ed è diventata mamma di una bambina. La scelta di avere un figlio in età avanzata non è mai stato un problema per la ballerina: “Non è che mi sono svegliata a 50 anni, che comunque, con tutto il rispetto è possibileIo ho iniziato che avevo 42 anni, quando mi sono resa conto che avevo delle difficoltà. Lo rifarei immediatamente, la mia vita potrebbe essere anche uno spot per sostenere ma maternità in un’età un pochino più over”.

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Mamma dopo i 40 anni, solo il 5% ci riesce in modo naturale

“La società è profondamente cambiata e si è evoluta. Ma non si può dire altrettanto del nostro sistema riproduttivo, che infatti segna sui 35 anni l’inizio del declino della curva della fertilità femminile. Secondo l’American Society for Reproductive Medicine, la possibilità di concepire spontaneamente all’età di 40 anni è pari al 5% ad ogni ciclo, purché la donna ovuli regolarmente e l’uomo abbia una qualità seminale sufficiente”. Lo afferma Daniela Galliano, ginecologa e specialista in medicina della riproduzione, direttrice del Centro Ivi di Roma, specializzato in fecondazione assistita.

Con l’aumentare dell’età della donna, spiega ancora Galliano, “aumentano i rischi durante la gravidanza, non solo per la madre, ma anche per il bambino. Per la madre c’è un rischio maggiore di diabete gestazionale e ipertensione associata alla gravidanza, che possono essere trattati. Anche il rischio di parto cesareo e parto prematuro è più elevato, così come il rischio di aborto nel primo trimestre aumenta a partire dai 35 anni. Non si può non tenere in considerazione il fatto che l’impatto di una gravidanza sul fisico di una over 40 può essere tollerato con più difficoltà rispetto ad una donna di 20 o 30 anni”. Ma ci sono anche i vantaggi di diventare mamme quando si è più adulte. A partire “da un migliore sviluppo affettivo del bambino, un ambiente economicamente più stabile e, di conseguenza, maggiori possibilità di garantire una buona istruzione”, dice l’esperta.

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La consapevolezza dell’infertilità parte dalla relazione di coppia

Ecco come affrontare le conversazioni più difficili quando si intraprende la strada del concepimento.

La consapevolezza dell’infertilità parte dalla relazione di coppia e dal modo in cui essa viene gestita. Tuttavia, la verità è che i problemi di concepimento possono portare alla solitudine e all’isolamento anche se si ha una relazione seria. Solo perché il vostro partner può essere letteralmente la metà dell’equazione nel fare un bambino, non significa che sappia tutte le cose giuste da dire in un momento così vulnerabile, ma la comunicazione è un must per rimanere uniti durante il processo.

Quanto è importante la comunicazione per le coppie che hanno a che fare con problemi di fertilità?

La comunicazione è fondamentale in qualsiasi relazione, ma quando si tratta di infertilità avere una comunicazione diretta è incredibilmente utile. A volte il vostro partner è l’unica persona che può capire cosa state passando e spesso chi ha problemi di fertilità non si sente a proprio agio a parlarne con amici e familiari.

Per questo motivo è necessario che i partner siano una squadra per discutere insieme dei problemi di fertilità, prima di tutto.

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Spermatozoi recuperati da pazienti a rischio infertilità, l’intervento che ridà speranza a due futuri genitori

Potranno coltivare il sogno di diventare padri i due pazienti operati nei giorni scorsi al Papardo. Gli interventi sono stati eseguiti nel Centro di Procreazione medica-assistita dal’equipe di urologia composta dal direttore Mastroeni e dal direttore Dominici. Su due uomini infertili, il primo azoospermico (assenza di spermatozoi) è stato sottoposto a biopsia testicolare (Tese), l’altro, affetto da fibrosi cistica, ad aspirazione degli spermatozoi dall’epididimo (PESA).

Tali interventi hanno consentito il recupero di spermatozoi idonei alla crioconservazione nella criobanca del Centro, ad opera della dottoressa Ferro A e dal dottor Liuzzo. In futuro, avvalendosi di tecniche di riproduzione assistita, questi pazienti potranno colmare il loro desiderio riproduttivo utilizzando gli spermatozoi in precedenza crioconservati.

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Tumore all’ovaio: tutte le risposte della Fondazione Umberto Veronesi

Quanti tipi di tumore all’ovaio esistono? Come si manifestano? Quanto conta la genetica? È possibile fare prevenzione? Tutte le risposte degli esperti della Fondazione Umberto Veronesi, da sempre al fianco delle persone con tumore e della ricerca scientifica

Ogni anno solo in Italia sono oltre cinque mila le nuove diagnosi di cancro alle ovaie, un tumore estremamente aggressivo di cui molte donne sanno ancora troppo poco. I suoi sintomi, vaghi e aspecifici, sono infatti spesso scambiati per disturbi gastrointestinali e di conseguenza la malattia viene diagnosticata già in fase avanzata, quando sconfiggerla è molto più difficile. Conoscere questo tumore, in cui l’8 maggio si celebra la giornata mondiale, è pertanto il primo passo per affrontarlo in modo tempestivo ed efficace.

Quanti tipi di tumore all’ovaio esistono?

Il tumore all’ovaio deriva dalla proliferazione incontrollata delle cellule che costituiscono i tessuti delle ovaie. Nella maggior parte dei casi, il tumore si sviluppa dalle cellule che formano l’epitelio che ricopre la superficie esterna delle ovaie, ma può originare anche dalle cellule germinali (quelle che danno origine agli ovuli) e dalle cellule stromali (quelle che producono e rilasciano gli ormoni femminili).

Chi sono i soggetti più a rischio?

L’età è uno dei principali fattori di rischio per il tumore all’ovaio: la maggior parte dei casi si registra infatti nelle donne oltre i 50 anni. Altri fattori di rischio importanti sono il sovrappeso, la durata del periodo ovulatorio e l’assenza di figli. Mentre l’aver avuto più figli, l’allattamento al seno e l’uso prolungato della pillola contraccettiva sembrano avere un effetto protettivo.

Quali sono i sintomi a cui prestare attenzione?

All’esordio, il tumore alle ovaie è spesso asintomatico o si manifesta con sintomi non facilmente identificabili e questo ne complica la diagnosi precoce, fondamentale per un trattamento efficace della malattia. I sintomi diventano più evidenti con il progredire della malattia e i principali sono:

  • gonfiore addominale persistente
  • necessità di urinare spesso
  • dolore pelvico e addominale persistente
  • perdita di appetito
  • senso di pienezza anche dopo un pasto leggero e nausea
  • perdite ematiche vaginali
  • variazioni delle abitudini intestinali

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Lea. Ok del ministero alle nuove tariffe per la Pma, l’omologa in provetta vale 2.700 euro

Ne ha dato notizia la Sigo. Il coordinatore del tavolo tecnico che ha lavorato alla definizione delle tariffe, Luca Mencaglia : “Finalmente la Pma sarà garantita in tutta Italia”. Le tecniche sono molteplici, per ognuna ci sarà una tariffa specifica, ma per avere un’idea Mencaglia suggerisce di prendere a riferimento la fecondazione omologa in provetta, che riguarda il 75-80% delle prestazioni eseguite in Italia e per la quale è stata stabilita una tariffa di 2.700 euro. Ma per l’entrata in vigore bisognerà aspettare la definizione di tutte le tariffe Lea del decreto

Il decreto tariffe sui nuovi Lea approvati nel 2017 ha compiuto un nuovo passo avanti. È arrivato infatti ieri il via libera del ministero della Salute alla proposta del Tavolo Tecnico per la Ricerca e Formazione nella Prevenzione e Cura dell’Infertilità alle tariffe per i rimborsi delle procedure di Procreazione medicalmente assistita (Pma).

“Era il capitolo più delicato del decreto tariffe, perché la Pma è entrata per la prima volta tra i Lea e dunque non c’era una tariffa precedente da aggiornare ma un lavoro da fare dal principio”, spiega a Quotidiano Sanità Luca Mencaglia, coordinatore del tavolo. Solo alcune Regione, infatti, prevalentemente del Nord, avevano negli ultimi anni autonomamente introdotto la Pma tra le prestazioni garantite dalla Regione, stabilendo ciascuna Regione una propria tariffa. “In Toscana quella per una prestazione classica di PMA di II livello omologa era di 1600 euro”, spiega Mencaglia. 

Il tavolo tecnico ha quindi svolto un lavoro “molto lungo e articolato” per arrivare alla definizione dei “costi reali di una prestazione ad alta tecnologia quale è quella di Pma”, prosegue Mencaglia che esprime soddisfazione perché “il ministero ha completamente accettato le nostre istanze”. 

Le tecniche utilizzate in questo campo sono diverse, diventa quindi difficile entrare nei dettagli. Per dare un’idea delle decisioni assunte, il coordinatore del tavolo spiega che “per una fecondazione in provetta omologa è stata stabilita una tariffa pari a 2.750 euro. Una cifra congrua” e che può essere presa “a riferimento perché questo tipo di tecnica riguarda oltre il 75% delle prestazioni di Pma in Italia”. 

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Mamme con la sindrome fibromialgica, la testimonianza di Dosolina: “Non rinunciate al desiderio di diventare madri”

Dosolina De Rose vive a Grimaldi (in provincia di Cosenza) ed è la mamma di tre figli. È la referente dei malati della Sezione AISF Onlus Calabria di Cosenza

bdr

Qual è la tua storia con la sindrome fibromialgica?

Mi è stata diagnosticata nel 2012 a Pisa dopo vari consulti avuti con alcuni specialisti sia in Calabria che fuori dalla Regione. Dopo la diagnosi, nonostante diversi piani terapeutici, non ho avuto nessun riscontro positivo ed è così che mi sono rivolta all’Ospedale Sacco di Milano. Qui i medici mi hanno trovato un’efficace cura farmacologica grazie alla quale sono riuscita a stare meglio, ristabilendo un equilibrio e ricominciando anche a lavorare.

Cosa hai provato il giorno nel quale hai scoperto di essere incinta del tuo terzo figlio?

Durante le mie prime due gravidanze non mi era ancora stata diagnosticata la malattia. La terza gravidanza è arrivata inaspettata e confesso di aver avuto tanta paura, visto che in quel periodo stavo usando parecchi farmaci per le mie cure.

Affrontare una gravidanza con la sindrome fibromialgica. Quali sono le principali difficoltà? Hai mai avuto paura di non riuscire a portarla a termine?

Per tutto il corso della gravidanza ho avuto paura che i farmaci assunti potessero creare qualche danno al feto. La mia terza gravidanza è trascorsa al meglio, avevo una grande energia e tutti i sintomi legati alla sindrome fibromialgica, in quel periodo, sembravano essere scomparsi. Il mio timore più grande però, come mi aveva spiegato qualche dottore, era quello che il trauma del parto potesse rischiare di peggiorare la sintomatologia della mia malattia.

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L’urgenza di non lasciare sole le coppie nel desiderio di genitorialità. Intervista alla fondatrice della onlus “Strada per un sogno”

“Le emozioni sono tutte molto amplificate: paura, rabbia, senso di colpa, invidia, competizione, disperazione, smarrimento, solitudine, pietà”, spiega a Interris.it l’avvocato Matilde Percolla. L’esigenza di recuperare la serenità interiore

Il desiderio di maternità e paternità non può talvolta prescindere dall’esigenza di un supporto. Soprattutto in un percorso verso la genitorialità lastricato di difficoltà. “Le emozioni sono tutte molto amplificate- spiega a Interris.it l’avvocato Matilde Percolla, fondatrice della onlus “Strada per sogno“-.  Paura, rabbia, senso di colpa, invidia. Competizione, disperazione, smarrimento, solitudine, pietà. Nella maggior parte dei casi, però, finito il percorso verso la maternità, facilmente si recupera una serenità interiore capace di cancellare tutto il vissuto”.

La strada verso la maternità

Aggiunge l’avvocato Percolla: “A volte lo stato psico-fisico alterato, porta alcune coppie, a rinunciare al progetto di diventare genitori. Ecco perché ‘Strada per un sogno onlus’ ritiene importante dedicare gran parte della propria attività al supporto psico-fisico delle coppie. Proprio al fine di evitare che lo stress vissuto durante il loro cammino possa diventare un problema più serio”.

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Fertilità e Social freezing: perché sempre più donne vogliono farlo? Risponde la ginecologa

Le risposte ai dubbi più comuni sulla ginecologia, a cura della Dottoressa Raffaela Di Pace, ginecologa, Dottore di ricerca in Fisiopatologia della Menopausa e Consulente sessuologo

Il Social Freezing può essere una soluzione per tutte quelle donne che non possono avere un figlio o che decidono di averlo più avanti negli anni. Ecco di che cosa si tratta.

Social Freezing, fertilità e giovinezza prolungata: le ragioni sociali

Con il passare degli anni in Europa e soprattutto in Italia il tasso di natalità si è di molto ridotto. Nel 2019 è stato di 1,53 figli per donna. Inoltre si sta alzando rapidamente l’età media in cui le donne europee e soprattutto italiane, hanno il primo figlio: i dati del 2020 ci dicono a 31.4 anni.

Il più alto livello di scolarità, l’immissione in modo più massiccio delle donne nel mondo del lavoro, spesso con ruoli che prevedono una possibilità di carriera e anche i cambiamenti nelle relazioni di coppia, portano  a programmare la gravidanza sempre più tardi.

Ovociti, spermatozoi e il tempo che passa

Se però le migliori condizioni economiche e sociali portano verso una giovinezza prolungata, nulla è possibile fare dal punto di visto della fertilità. Quando il patrimonio ovocitario (cioè i follicoli che restano e che possono permettere di concepire) si riduce in termini quantitativi e peggiora in termini qualitativi, nemmeno le tecniche di procreazione medico assistita (PMA) possono permettere di ottenere una gravidanza. Il tasso di successo infatti dipende comunque dall’età della donna e dal suo patrimonio follicolare.

Se questa valutazione vale per il sesso femminile – in cui sappiamo che la fertilità raggiunge il suo picco massimo tra 20 e 30 anni, è ancora buona tra i 30 e 35, ma si deteriora rapidamente tra i 35 e 40 – riguarda anche l’uomo. In cui, con l’età, anche se in modo più graduale, vi è comunque una ridotta capacità di produzione di spermatozoi in grado di arrivare al concepimento.

La crioconservazione degli ovociti, una soluzione

Proprio per questo è in aumento il numero di bambini che nasce dopo fecondazione eterologa (utilizzando cioè ovociti o spermatozooi da donatore). Ma cosa si può fare per cercare invece di preservare la propria fertilità, cioè la capacita di avere anche in età più avanzata un figlio geneticamente proprio?

Nata come tecnica per preservare la fertilità in quelle persone che per motivi di salute – in primis un cancro e le relative terapie o una chirurgia – avrebbero perso la capacità riproduttiva, la crioconservazione degli ovociti in assenza di indicazioni mediche sta invece diventando una tecnica che sempre più donne richiedono, in quanto consente loro di preservare la possibilità di avere figli propri in un’epoca posticipata allargando la finestra della opportunità di diventare genitori.

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Cos’è l’anovulazione, una delle cause più frequenti di infertilità

I principali segni d’allarme e i trattamenti

C’è una falsa credenza secondo cui quando una donna ha il ciclo mestruale, ha sempre la possibilità di rimanere incinta. Tuttavia, a volte, nonostante il sanguinamento mensile, è possibile essere di fronte a un disturbo chiamato anovulazione. Esso si verifica quando le ovaie di una donna non sono in grado di rilasciare ovuli in nessun momento del ciclo mestruale e, quindi, non essendoci ovociti, la fecondazione non può avvenire. Non è raro che ciò accada occasionalmente, con un ciclo anovulatorio un mese, per poi ovulare normalmente il mese successivo. L’anovulazione cronica, invece, rappresenta la causa più frequente di infertilità femminile.

La diagnosi dell’anovulazione può essere complicata. L’origine può essere dovuta a una malattia cronica o a qualcosa di circostanziale come lo stress o il basso peso corporeo. A seconda della causa, quindi, lo specialista farà una diagnosi personalizzata. Ma quali sono i principali sintomi da tenere sotto controllo? Cicli mestruali molto irregolari o assenti, cicli più lunghi di 35 giorni, assenza di cambiamenti nel muco cervicale, eccessivo sanguinamento uterino e infertilità.

L’identificazione di una paziente con anovulazione richiede diversi esami: oltre un esame pelvico e un’anamnesi approfondita, verranno eseguiti dei test di follow-up del ciclo mestruale, tra cui diversi esami del sangue per misurare i livelli di progesterone nei giorni 21 e 23 del ciclo per determinare che le ovaie funzionino correttamente. Se, infatti, i livelli di questo ormone non cambiano, è probabile non ci sia stata ovulazione.

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