Frosinone, la paura del virus e la riscoperta del parto in casa: le storie di chi lo ha fatto

Il coronavirus ha scardinato la normalità, dalla scuola al lavoro, al divertimento senza tralasciare le ripercussioni in ambito sanitario ed economico. In questo contesto si inserisce, e non in maniera marginale, un altro aspetto della vita che ha subito un notevole sconvolgimento: il parto.
Partorire ai tempi del coronavirus, con le misure restrittive di contenimento del virus, in atto anche nei reparti di ostetricia e ginecologia, non è stata sicuramente l’esperienza che i neogenitori avrebbero mai potuto immaginare durante i nove mesi di gravidanza. Quello che può essere considerato tra i periodi più importanti per la vita di una coppia spesso si è trasformato in un momento di angoscia. In alcuni casi la paura del contagio, di dover affrontare tutto da sole non potendo avere accanto a sé i propri affetti ha spinto le donne a rivolgersi ad un’ostetrica per informazioni sul parto in casa o in casa maternità, non consapevoli del fatto che si trattasse di una decisione da prendere per tempo e non a gravidanza ormai conclusa e che presuppone una serie di condizioni che riguardano in primis la salute della mamma e del bimbo.

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La gravidanza nell’arte

Il ritratto di “Donna in rosso” di Marcus Gheeraerts del 1620 di un’anonima elegantissima signora incinta e la celebre foto del 2017 di Beyoncé con il pancione su uno sfondo di fiori vista milioni di volte su Instagram. Queste due immagini danno un’idea dell’ampio spettro della mostra “Portraying Pregnancy” che ha appena (ri)aperto al Foundling Museum di Londra.
Incredibilmente si tratta della prima mostra mai dedicata a questo tema: come gli artisti nel corso di cinque secoli abbiano rappresentato il corpo femminile durante la gravidanza.
Il luogo è particolarmente adatto: quello che è ora il museo infatti era il Foundling Hospital, l’antica casa fondata nel 1739 per accogliere trovatelli e bambini abbandonati, con tanto di ruota degli esposti.Fino all’arrivo della contraccezione nel Ventesimo secolo le gravidanze erano un fenomeno ricorrente e occupavano molti anni della vita di gran parte delle donne.

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#Wombstories, meraviglie e abissi del corpo delle donne

Il piacere, il dolore, l’amore, l’odio. Non è mai semplice”. Si chiude con questa frase il filmato dell’azienda inglese Bodyform che lancia il tema delle “storie di utero” (#wombstories): storie tutte femminili, terribilmente naturali e comuni eppure mai viste, mai viste così.

Con un avvincente mix di musica perfetta (“Priestess” di Pumarosa), e di immagini reali e immaginarie di quel che avviene dentro e fuori le donne ogni giorno in ogni parte del mondo, il filmato fa vedere, sentire, toccare tutti gli aspetti del nostro essere creature doloranti, desiderose, spaventate, benedette e condannate, fertili e infertili, sempre di fronte a delle scelte, sempre piene di fisicità invadente, sia nella presenza che nell’assenza.

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Incinta dopo il cancro. Giovanna: Così mi sono ripresa la vita

Giovanna Marrone: quando scopri il cancro a 29 anni ti senti la più sfortunata dell’universo

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“Quando ti diagnosticano un tumore al seno, tra l’altro tra i più aggressivi un cosiddetto triplonegativo, a 29 anni ti senti la più “sfigata” dell’universo. Non mi piacciono le etichette, quelle che parlano di percorsi di crescita e maturazione interiore affrontati col cancro, racconti di percorsi di cambiamento, di miglioramento emotivo… la malattia non ti migliora semmai di aiuta a dare il giusto peso al tempo , che comprendi quanto sia davvero prezioso.
Ogni donna che si sente dire quella parola non credo voglia sentirsi affibbiare etichette e luoghi comuni. No, non chiamatemi guerriera, non ho voluto io questa guerra e sono consapevole di essere stata più fortunata di tante altre donne “.
Dalla diagnosi del cancro alla guarigione. Il prima e il dopo di una vita con al centro la battaglia più dura: quella contro il cancro al seno.
La storia di Giovanna Marrone è una di quelle storie che danno grande speranza, perché Giovanna è riuscita a sconfiggere un tumore e ora aspetta una bimba.

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Noi che sogniamo un figlio durante la pandemia

Gli interventi di procreazione assistita bloccati dal lockdown, le cliniche che non riaprono, i prezzi e i tempi dei trattamenti che aumentano. Per migliaia di coppie la speranza di diventare genitori si sta trasformando in un miraggio
«Sento che il destino mi sta dicendo qualcosa: forse non devo essere mamma». Alice sussurra questa frase trattenendo a stento le lacrime. Quarantanove anni, ricercatrice universitaria e insegnante, sta provando a dare un volto a quel bimbo che immagina dentro di sé da anni. Nei mesi passati tutti abbiamo provato sulla nostra pelle il lockdown: famiglie chiuse in casa, saracinesche dei negozi abbassate, città deserte… Per le donne come Alice e per i loro partner, però, a interrompersi con violenza è stato il sogno di una vita. Sono le coppie che cullavano il desiderio di diventare genitori e che dopo anni di dubbi, fallimenti e peregrinazioni, avevano finalmente trovato una speranza grazie alla Pma, la procreazione assistita. Ora quella speranza rischiano di vedersela scivolare tra le dita.

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Endometriosi, dopo il lockdown si allunga l’attesa per una visita

È tra le patologie «femminili» più temute poiché può compromettere la possibilità di avere figli. Secondo le stime, nel nostro Paese 3 milioni di donne, una su 10 in età fertile, soffrono di endometriosi, malattia cronica dovuta al crescere e proliferare del tessuto endometriale in altre sedi quali ovaie, peritoneo, tube, setto retto-vaginale, diverse da quella fisiologica, cioè la cavità uterina. Una «migrazione» anomala che causa infiammazioni, dolori anche lancinanti specie durante le mestruazioni, difficoltà nei rapporti sessuali e altri disturbi.
Ancora oggi la diagnosi di endometriosi arriva in media dopo sette anni, complici anche i tabù e la scarsa conoscenza di una malattia che tocca la sfera intima femminile. Ma questo ritardo può provocare conseguenze invalidanti per le donne colpite, oltre a procurare sofferenze fisiche e psicologiche già a partire dall’adolescenza e gravi limiti nella vita quotidiana, dalla scuola al lavoro, alle relazioni affettive e sociali. «Avere un trattamento tempestivo vuol dire anche prevenire l’infertilità» spiega Annalisa Frassineti, presidente di Ape-Associazione progetto endometriosi.

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Ecco “HappyMamma”, l’app della Regione per le donne in gravidanza

Implementare il percorso nascita regionale attraverso modalità digitali integrate, aggiornare il sistema “HappyMamma” e integrare l’offerta di corsi di accompagnamento alla nascita online. Sono questi gli obiettivi principali del progetto approvato dalla Giunta e proposto nell’ambito della convenzione tra Regione e Scuola Sant’Anna di Pisa a integrazione del Piano di attività del Laboratorio management e sanità (Mes) 2020.
La delibera, proposta dall’assessore al diritto alla salute, Stefania Saccardi, assegna, inoltre, 100 mila euro per la realizzazione del progetto, le cui attività sono coordinate dal Mes del “Sant’Anna”.
“Il progetto – spiega Saccardi – prevede interventi evolutivi del sistema “HappyMamma”, uno strumento innovativo per promuovere la salute della mamma e del bambino, che abbiamo attivato il primo marzo 2019, con l’obiettivo di offrire indicazioni georeferenziate sui servizi consultoriali e ospedalieri, relativi al percorso nascita.
Le donne che scoprono di essere in stato interessante hanno a disposizione uno strumento digitale, che le accompagna dalla gravidanza fino a tutto il primo anno di vita del bambino, fornendo indicazioni e informazioni per facilitare l’accesso e la fruizione dei servizi offerti dal nostro servizio sanitario.

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Conegliano, al via il nuovo servizio di diagnostica prenatale per genitori ciechi

Nuovo innovativo servizio di diagnostica prenatale all’Ospedale di Conegliano. Prende il via il progetto “Volto fetale 3D”, messo a punto dal dottor Alberto Rossi, direttore del Servizio di Diagnostica Prenatale nell’ambito dell’Unità Operativa di Ostetricia-Ginecologia, diretta dal dottoressa Antonello Azzena. Grazie a quest’iniziativa le persone ipovedenti o cieche potranno, d’ora in avanti, sperimentare la gioia di “toccare” il volto del proprio futuro figlio a seguito dell’ecografia.
«Con questo progetto, che siamo gli unici a realizzare a livello del Nord Italia – spiega il dottor Rossi – daremo ai genitori che non possono visualizzare le immagini dell’ecografia la possibilità di vivere un’esperienza sensoriale tattile senza precedenti: grazie all’utilizzo di una stampante tridimensionale, che permette di trasformare in modelli reali e concreti al tatto le immagini ottenute dall’ecografia effettuata tra la 26ma e la 32ma settimana, la forma del volto e l’espressione fetale del loro futuro figlio prenderanno forma in un calco resinoso. Sarò io personalmente a consegnarlo ai futuri papà e mamme, facendo contemporaneamente sentire il battito del cuore del loro bimbo, in modo da permettere un’importante esperienza sensoriale che permetterà loro di superare la limitazione visiva.  Va ricordato che la “visione” del feto aumenta il legame affettivo tra i genitori e il bambino».

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Cellule staminali degli spermatozoi coltivate in laboratorio

L’idea di contrastare l’infertilità maschile intervenendo sui precursori degli spermatozoi è ora un po’ meno astratta, grazie allo sviluppo di una tecnica affidabile per riconoscere, isolare e far moltiplicare in laboratorio le cellule staminali che danno origine ai gameti dell’uomo. Gli scienziati della Scuola di Medicina dell’Università di San Diego hanno messo a punto un metodo per ottenere in provetta gli spermatogoni o cellule staminali spermatogoniche (SSC), le cellule che permettono agli uomini di generare migliaia di nuovi spermatozoi ogni pochi secondi, e di diventare padri anche in età molto avanzata.
[…] Le prospettive, tuttavia, sono interessanti: riuscire a isolare gli spermatogoni dai testicoli permetterebbe, per esempio, di preservare la fertilità di quanti affrontano terapie oncologiche da bambini, prima ancora che gli spermatozoi vengano prodotti; ma anche di correggere, con l’editing genetico, le mutazioni che in alcuni casi impediscono alle staminali di generare spermatozoi.

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Coronavirus, fecondazione assistita: boom di richieste dopo il lockdown. «Ha aumentato il desiderio di genitorialità»

Il temporaneo stop alla Pma durante la pandemia è arrivato in un periodo dell’anno, la primavera, in cui la domanda era più alta. Tanto che i cicli riproduttivi non effettuati nei mesi di marzo, aprile e maggio hanno portato, secondo la Siru, a circa a 30.000-35.000 trattamenti saltati e 4.500 nascite in meno. Il boom di richieste di cure per l’infertilità che ora si registra non è rappresentato però solo da tutte le coppie che avrebbero voluto, e non hanno potuto, intraprendere il percorso di genitorialità nei mesi del lockdown. A pesare, infatti, sono almeno altri due fattori. «Da un lato, la paura di nuove chiusure per eventuali seconde ondate di contagi spinge a voler approfittare del momento attuale. Dall’altro, è indubbio che la pandemia ha suscitato in molte persone una maggior desiderio di famiglia», chiarisce Guglielmino. Un aspetto indicativo in questo senso è la richiesta di trattamenti anche ad agosto, «periodo in cui normalmente si sospendono i cicli, mentre quest’anno la maggior parte dei centri resterà aperto». Una necessità dettata anche dall’esigenza di smaltire gli arretrati che sono stati accumulati in oltre tre mesi di chiusura. Altra novità della fecondazione assistita in Fase 3 riguarda i progressi fatti verso la digitalizzazione, che si sono conservati anche nel post lockdown.

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