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Calo nascite, Sifes-Mr: fare di più per chi vuole una famiglia

Istat certifica nuovo minimo storico bebè in Italia

Le nascite in Italia scendono per la prima volta sotto le 400mila, facendo segnare un nuovo minimo storico. “Il calo demografico sembra andare di pari passo con la pandemia Covid-19, facendo segnare alti e bassi in corrispondenza delle varie ondate di contagi. Quello che serve, è un piano che preveda una vasta gamma di aiuti agli aspiranti genitori e alle famiglie, sia dal punto vista sociale, economico, lavorativo, che, soprattutto, sanitario, allargando l’accesso ai servizi pubblici di medicina della riproduzione in tutto il Paese”. Lo evidenzia Filippo Maria Ubaldi, presidente della Società italiana di Fertilità e Sterilità-Medicina della riproduzione (Sifes-Mr), commentando i dati del rapporto Istat ‘Dinamica demografica 2021’.
I nati della popolazione residente nel 2021 sono stati 399.431, in diminuzione dell’1,3% rispetto al 2020 e quasi del 31% a confronto col 2008, anno di massimo relativo più recente delle nascite.

“I dati ci confermano anche che gli italiani fanno sempre meno figli, sempre più avanti con gli anni – sottolinea Ubaldi – e sappiamo che il problema infertilità aumenta con l’età. I centri di Procreazione medicalmente assistita in Italia hanno standard alti, ma non tutte le coppie che hanno bisogno di curare la loro infertilità hanno l’opportunità di accedervi. Le liste d’attesa sono lunghe, lunghissime in molti casi, e la scelta di spostarsi in altre zone d’Italia, o persino all’estero, è obbligata per molti aspiranti genitori. Avevamo richiesto al Governo di mettere in campo una serie di iniziative volte a facilitare questo accesso e di stanziare dei fondi, ma le nostre proposte sono rimaste inascoltate. C’è invece bisogno che l’occhio delle istituzioni sia sempre vigile nei confronti di questo tema e che si passi dalle parole all’azione”.

Parità di genere, Farmindustria: il calo di natalità si combatte con lavoro femminile e welfare

Dal convegno “Le imprese del farmaco per la natalità, welfare e cure” una riflessione sul lavoro delle donne nel settore farmaceutico e sulle politiche aziendali a favore delle famiglie

Il declino demografico del nostro Paese è sempre più un problema sociale ed economico. I nati in Italia nel 2021 per la prima volta sono scesi sotto la soglia dei 400mila. Il calo della natalità è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più complesso che coinvolge le istituzioni, le aziende e la società civile. Nella Giornata internazionale della donna, Farmindustria ha promosso insieme con la Fondazione Onda un evento su “Le imprese del farmaco per la natalità, welfare e cure”, per sottolineare l’importanza di un impegno concreto per invertire il trend demografico ribassista. Secondo le stime Istat, infatti, la popolazione residente passerà dai 59,6 milioni di abitanti nel 2020 ai 58 nel 2030, fino a 54,1 nel 2050 e ai 47,6 milioni nel 2070. Il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3 nel 2050 mentre la popolazione in età lavorativa scenderà in 30 anni dal 63,8% al 53,3% del totale.

Welfare, ricerca e giovani

Il convegno, che si è svolto a Roma e al quale hanno partecipato, tra gli altri, anche Enrica Giorgetti, direttore generale di Farmindustria, Francesca Merzagora, presidente della Fondazione Onda, Massimo Scaccabarozzi, presidente Farmindustria, Marco Marsili, direzione centrale delle statistiche demografiche e del censimento della popolazione Istat, diversi rappresentanti delle istituzioni e delle aziende farmaceutiche, è stato l’occasione per fare il punto sulle azioni da intraprendere. Tre i temi principali: welfare, ricerca e giovani. “Il bilancio di genere che fa il Mef ogni anno – dice Enrica Giorgetti, direttore generale di Farmindustria – sottolinea che per sostenere la natalità e la parità di genere servono politiche sistemiche e i dati dell’Ispettorato del lavoro mostrano che la difficoltà di conciliare tempi di vita e di lavoro causa l’85% delle dimissioni. Oggi discutiamo del perché e del come nel settore farmaceutico le donne possono fare figli e le famiglie crescere grazie a politiche aziendali che lo favoriscono. Le aziende del nostro settore promuovono la natalità e anche il percorso professionale delle donne”.

Occupazione delle donne

Per quanto riguarda l’occupazione femminile, nelle imprese del farmaco, come sottolinea Farmindustria, le donne rappresentano il 43% del totale degli addetti, molto più che negli altri settori (29% in media). Una quota che è identica tra i dirigenti e i quadri. Nella ricerca poi, superano il 50%. Tra gli under 35 la presenza femminile arriva al 50% con punte del 55% tra dirigenti e quadri. “Nel nostro settore – evidenzia Enrica Giorgetti, direttore generale di Farmindustria, nel suo intervento introduttivo – le donne sono il 43% del totale occupati, di gran lunga superiore alla media delle donne impiegate nel settore industriale, che è del 30%. Un numero importante. La parità per noi non è solo uno slogan numerico, ma è qualcosa di concreto: le donne e gli uomini hanno gli stessi incarichi e la possibilità di carriere identica. Anche tra i giovani sotto i 35 anni più della metà sono donne. Lavoriamo sul ricambio generazionale in maniera equa e senza distinzioni”.

Welfare aziendale

Un altro aspetto sottolineato nel convegno è il modello di welfare aziendale adottato dalle imprese del farmaco, al fine di favorire la conciliazione vita-lavoro, soprattutto delle donne, principali caregiver della famiglia. Nel 91% delle aziende sono presenti da molto tempo, anche prima della pandemia, forme di flessibilità oraria e misure come il part time, lo smart working; la flessibilità in ingresso e uscita, i permessi retribuiti aggiuntivi.

Sostegni alle famiglie

Nel 60% delle aziende farmaceutiche ci sono anche sostegni per gli asili nido, l’assistenza domestica, l’istruzione dei figli. Spesso si adottano anche congedi e aspettative per maternità/paternità più estesi rispetto alla legge e al Ccnl e benefit aggiuntivi come lavanderia, take away, calzoleria, mense aziendali, trasporto collettivo, comprese forme di sanità integrativa, campagne di prevenzione e vaccinazioni, screening periodici e pacchetti check-up.

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La natalità è futuro: la denatalità è anche conseguenza di una scelta culturale?

400.000 nascite in meno in Italia nel 2021, secondo i dati Istat, rispetto all’anno precedente. La denatalità è anche conseguenza di una scelta culturale?

Ne parla Enrico Pozzi, professore di Psicologia sociale e CEO di Eikon Strategic Consulting nel nuovo podcast di “Natalità è Futuro“, il progetto di IBSA Farmaceutici e Fortune Italia.

“I parametri economici, sociali, di welfare costituiscono solo una delle componenti di un fenomeno che presenta sfaccettature complesse e talvolta inafferrabili”.

Ascolta il 7° podcast e visita il sito Natalità è Futuro

Il progetto “La Natalità è Futuro” vuole aprire un momento di riflessione e confronto su un tema, sempre più cruciale per il nostro Paese, come quello della denatalità, per stimolare un dibattito costruttivo, tra i rappresentanti delle Istituzioni, del mondo aziendale, della comunità scientifica e quella accademica, per indirizzare le persone a fare una netta scelta di campo.

La fertilità mondiale si è più che dimezzata in cinquant’anni

Il countdown della conta spermatica è ormai una solida evidenza scientifica, imputabile al nostro stile di vita e che mette a rischio il futuro riproduttivo dell’umanità. Lo racconta in un libro di denuncia la scienziata ambientale pluripremiata Shanna Swan

Era il 2017 quando un team di ricercatori guidato da Shanna Swan ha completato e pubblicato una revisione sistematica della letteratura scientifica che dimostrava – partendo da 185 studi condotti su un totale di 45mila uomini sani – come in soli quattro decenni i livelli spermatici maschili nei paesi occidentali fossero calati di oltre la metà, in un trend che non dava (né dà) segni di inversione di tendenza. Un risultato così immediato da comunicare, e così rilevante per la salute della nostra specie, da destare immediato scalpore, non solo presso la comunità scientifica: un uomo, oggi, ha mediamente un numero di spermatozoi dimezzato rispetto a quello di suo nonno. E analogamente sul lato femminile, una ventenne odierna è meno fertile di sua nonna quando aveva 35 anni.

Se questa tendenza non verrà presto invertita o quantomeno rallentata, le conseguenze per la sopravvivenza stessa dell’umanità potrebbero essere pesanti. Uno scenario non troppo diverso da quello distopico raccontato nella serie tv The Handmaid’s Tale, in cui – e qui la fantascienza distopica si sta rivelando quanto mai reale – un ruolo rilevante in questo processo è imputabile agli inquinanti. Con la consapevolezza ormai assodata di quanto l’ambiente abbia un impatto decisivo sulla nostra fertilità, sullo sviluppo sessuale e dunque sulla salute in generale delle persone.

Il senso di urgenza è stato messo nero su bianco dalla stessa Shanna Swan in un volume divulgativo dall’azzeccato titolo Countdown, che evidentemente allude da un lato a quel conto alla rovescia che si è innescato per la nostra specie e che dobbiamo al più presto disinnescare, e dall’altro lato a quella conta al ribasso che riguarda i livelli spermatici. Due conteggi che procedono in parallelo, e che sono raccontati con grande precisione scientifica in oltre 300 pagine composte assieme alla scrittrice specializzata in questioni sanitarie e ambientali Stacey Colino, con la traduzione italiana di Michele Zurlo per Fazi Editore.Origini e ripercussioni

Quello proposto da Swan e Colino non è solo “un grido d’allarme per accrescere la consapevolezza su questi problemi”, ma un percorso scientifico che ricalca le orme del procedere stesso della scienza. Dati, correlazioni, ipotesi e dimostrazioni si intrecciano di capitolo in capitolo, rafforzate da oltre 50 pagine di riferimenti bibliografici dalla letteratura scientifica, una lunga serie di note per tenere lontane ambiguità e cattive interpretazioni, e un comodo glossario che aiuta a districarsi anche davanti agli inevitabili termini tecnici comeazoospermiacriptorchidismo o inibina B.

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Denatalità, le Società scientifiche chiedono un tavolo di lavoro multidisciplinare per fronteggiare il problema

I Ginecologi e i Neonatologi italiani, incoraggiati dalla constatazione che Papa Francesco, nel suo intervento nell’Angelus, ha condiviso l’allarme sulla denatalità lanciato da tempo dalle Società scientifiche SIGO e SIN, ripropongono con forza l’istituzione di un tavolo che studi il metodo di lavoro più idoneo per fronteggiare questa calamità

“I giovani si sentono abbandonati a sé stessi perciò rinunciano a formare famiglie stabili, rinunciano ai figli o si fermano al primo. Negli ultimi due decenni è venuto meno il sistema di protezione sociale che incoraggiava a mettere su famiglia e ad avere uno o più bambini. L’elemento di insicurezza maggiore deriva dalla precarietà lavorativa e sociale e dalla necessità, che ci confidano migliaia di mamme e papà che incontriamo nel nostro lavoro quotidiano, di avere dei punti di riferimento istituzionali che li sostengano in modo tangibile, anche a livello locale, nel loro percorso verso la genitorialità.

Per due giovani che vanno a vivere insieme, oggi è difficile avere il mutuo per acquistare una casa, il costo della vita è lievitato molto, non ci sono certezze lavorative perché la maggior parte dei nuovi contratti sono precarie c’è una grande incertezza sulla previdenza. Servono, quindi, percorsi strutturati di welfare che aiutino ad avere maggiore fiducia nel futuro.

Molto positive, da questo punto di vista, sono tutte le iniziative varate nell’ultimo anno dal Governo e dal Parlamento e per questo le Società Scientifiche desiderano continuare a stimolare in modo positivo le istituzioni e le parti sociali, che già hanno dimostrato attenzione a questo tema, allo scopo di dare un ulteriore impulso al sostegno della natalità, che nel nostro paese continua a calare drasticamente

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Rapporto Cedap. Continua inesorabile il calo delle nascite. Nel 2020 nati oltre 17 mila bambini in meno. Sempre troppo alta la percentuale dei cesarei

Pubblicato dal Ministero della Salute il rapporto annuale sull’evento nascita. L’ 88,2% dei parti è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati e circa il 21% dei parti è relativo a madri di cittadinanza non italiana, l’età media della madre è di 33 anni per le italiane mentre scende a 30,8 anni per le cittadine straniere. Nati con le tecniche da Pma 12.863 bambini. Il 31,12% dei parti è avvenuto con taglio cesareo.

Prosegue anche nel 2020 il calo delle nascite in Italia. Lo certifica il nuovo rapporto Cedap del Ministero della Salute. L’anno scorso sono nati 404.260 bambini rispetto ai 421.913 del 2019 e per esempio ai 554.438 del 2010.

L’ 88,2% dei parti è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati, circa il 21% dei parti è relativo a madri di cittadinanza non italiana, l’età media della madre è di 33 anni per le italiane mentre scende a 30,8 anni per le cittadine straniere.

“Nel corso del 2020 – spiega il Ministero della Salute – prosegue il calo delle nascite, in tutte le aree del Paese. Il fenomeno è in larga misura l’effetto della modificazione della struttura per età della popolazione femminile ed in parte dipende dalla diminuzione della propensione ad avere figli. Le cittadine straniere hanno finora compensato questo squilibrio strutturale; negli ultimi anni si nota, tuttavia, una diminuzione della fecondità delle donne straniere. Il tasso di natalità varia da 5,1 nati per mille donne in età fertile in Sardegna a 9,6 nella Provincia Autonoma di Bolzano rispetto ad una media nazionale del 6,8”.

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