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Emily a chi le chiede quando avrà un figlio risponde: “Per favore fermatevi”.

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Scrittrice freelance del Michigan, Emily Bingham33 anni, stanca di dover sentirsi chiedere “Quando avrai un figlio?” ha risposto con un messaggio su Facebook. Per rendere più incisivo il messaggio ha postato la foto di un’ecografia trovata su Google. Riportiamo il suo messaggio:

Ecco il suo appello:

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Oltre le storie: intervista a Nicole Vian e Anna Marzoli

Oggi per la rubrica #oltrelestorie incontriamo Nicole Vian e Anna Marzoli, autrici del libro “Do i numeri perché cerco te. Storie vere di procreazione assistita, infertilità, maternità e amore” edito da Armando Editore, che racconta storie vere di coppie che affrontano l’infertilità e che sognano un bambino.

copertina Vian-marzoli

Ciao Nicole e Anna, nel vostro libro parlate di difficoltà nel concepimento. Quali sono le criticità maggiori che le coppie si trovano ad affrontare quando desiderano un figlio che non arriva? 

Le coppie che desiderano un figlio che non arriva si ritrovano spesso sole. In Italia è un argomento che non si affronta, anzi. Dopo qualche anno di unione di coppia, tutti si sentono legittimati a chiedere quando arriverà un bebè. E questa è la domanda che più ferisce e che spesso spinge le coppie e frequentare sempre meno amici e parenti. E un altro aspetto importante non da sottovalutare è il rapporto e l’incontro con il centro di procreazione e il medico che seguirà la coppia. Il rapporto medico-pazienti è fondamentale in questo percorso, perché non tutti sono in grado,  né vogliono in realtà conoscere l’argomento pur dovendosi sottoporre a trattamenti, e la fiducia riposta in chi deve creare protocolli adatti e consigliare adeguatamente per le scelte da prendere sono elementi fondamentali. Spesso, purtroppo, come in molte altre situazioni in cui la medicina entra a far parte del quotidiano, le persone vengono trattate con poca umanità e tenute all’oscuro di molti passaggi. Questa è una delle criticità maggiori da affrontare. Le decisioni da prendere sono molteplici e ad ogni tentativo fallito, l’asticella si alza, i tentativi chiedono sempre più consapevolezza e avere qualcuno al proprio fianco di cui fidarsi, è fondamentale.

E c’è un ulteriore aspetto da non sottovalutare: il rapporto di coppia.

Durante il nostro percorso abbiamo conosciuto tante coppie provate dagli anni di tentativi in pma, molte non sono andate avanti, nel senso di coppia, e si sono separati. Probabilmente sarebbe accaduto lo stesso, ma è vero che il percorso è difficile da affrontare e solo un dialogo continuo, il mettere sul tavolo i dubbi, le paure, i propri pensieri, può rendere la coppia forte per andare avanti.

foto nicoleI numeri sono un elemento importante nel vostro libro. Perché una parte di coloro che affrontano il percorso della PMA “continua a dare i numeri”?

Il percorso di PMA è una strada in salita, che viene affrontata dalle coppie che hanno alle spalle mesi e, in alcuni casi anni, di tentativi falliti di ricerca di un figlio. Sono persone che si sono già lungamente misurate con il fallimento personale alla ricerca di una o più gravidanze naturali. Hanno già contato i giorni di ciclo, i giorni di ovulazione e persino i giorni del ciclo presunto. Hanno contato i numerosi test di gravidanza negativi. Arrivano alla PMA con un grado di sofferenza sopraelevato rispetto alla norma, e con un grado di attenzione verso il tempo che passa ( il conto dei giorni fertili, il conto dell’età della coppia, il conto delle coppie vicine che hanno già figli, il conto degli anni in cui hanno provato a procreare, il conto degli anni di unione della coppia stessa…) molto alto. Iniziano poi un viaggio verso il proprio figlio molto complesso e legato alla matematica e ai numeri in un modo che in pochi si immaginano e in ancor meno conoscono. Iniziano degli esami di screening della coppia prima di iniziare le cure vere e proprie, per attraversare dosaggi di ormoni e esami del sangue, arrivando ai numeri degli ovociti prodotti e che potranno o non potranno essere impiantati… Inizia poi il conto dei giorni per sapere se si è incinta o meno. Ma non solo. Se tutto è andato bene, ci sono le prime 12 settimane, che sono a rischio in ogni gravidanza, anche in quelle naturali. E poi nove mesi di felice, preoccupata, attesa. E’ un percorso in cui si danno i numeri in questo senso: si passano mesi e a volte anni, a contare, a matematizzare il proprio amore, a costruire l’attesa di un figlio, quel figlio atteso e immaginato, attraverso calcoli di giorni, di farmaci, di follicoli, di dosaggi ormonali, per arrivare all’amore vero: al parto e all’essere famiglia tanto desiderata.

Quali sono i cambiamenti principali che si vivono affrontando la PMA?foto anna

 La PMA è una sfida. Si sfida la scienza, si spera che ce la si faccia, si sfida anche il senso della coppia di dirsi ”basta”. Il corpo delle donne viene messo nelle mani dei medici. L’atto di procreare non è più solamente un atto privato, tenero, di coppia, ma diventa un atto sociale, dove l’amore per la ricerca del proprio figlio viene necessariamente condiviso con medici e infermieri, dove non si è più solo in due, ma si è in due più… Dove forse circola più speranza, più forza e più amore per questo figlio atteso da tanti, non solo dai due genitori, ma da tutta l’equipe che ha seguito la coppia nel percorso di PMA. Certo è che si diventa più consapevoli dei propri limiti, emotivi e fisici. A volte ci si sente soli, in una società che fatica ad ammettere che le coppie che si rivolgono a centri specialistici di infertilità sono in un numero crescente, eppure non se ne parla. Dal punto di vista pratico e organizzativo, si diventa capaci di far funzionare la propria vita lavorativa e sociale intorno agli impegni inderogabili della PMA: punture, visite, ecografie. Si diventa capaci di tacere davanti a domande che feriscono come quella di: “E voi, figli no?” e si trova una forza di coppia che non si sapeva di possedere.

Si diventa capaci di cadere, e di rialzarsi. Per ricominciare.

Si impara a fingere allora, che tutto va bene e che affrontare il vuoto procreativo non è un problema e non influenza la propria vita.

Allora ci sono coppie che fingono, e poi ci sono coppie, donne, che non sono disposte a cambiare in nome della PMA, perché comprendono che non riuscire a procreare non è un difetto “sociale”, ma un problema fisico di cui non ci si può vergognare. Alcune donne, e questa è anche la nostra scelta fatta prima del libro e poi con il libro, scelgono di condividere e di non cambiare, bensì di raccontare e come tutte le situazioni non di facile gestione, la PMA, o meglio l’infertilità, dona il filtro per poter comprendere meglio chi ha voglia di conoscere e di sapere di cosa si tratta.

La cosa più forte delle donne e delle coppie che affrontano questa esperienza è che diventano capaci di farsi gruppo, e di aiutarsi, di condividere ansie e gioie, proprio in nome di quell’amore condiviso verso quel figlio che arriverà, non solo da mamma e papà, ma da tutte le persone che lo hanno cercato, e aspettato fino a quel lontano momento. E “Do i numeri” ne è una piccola testimonianza.

Cosa consigliereste alle coppie alla ricerca di un figlio che non arriva?

Forse noi non siamo in grado di consigliare, siamo solo donne che hanno avuto la forza e il coraggio di raccontarsi e di raccogliere altre storie.

Vi lasciamo due scritti:

Un punto è l’embrione

un secolo di vita

che ascolta l’universo

la memoria del mondo

fin dalla creazione.

L’uomo che nascerà

è un’eco del Signore

e sente palpitare in sé

tutte le stelle.

  • Merini)

 

Pies para que los quiero, si tengo alas pà volar? (traduzione: perché voglio i piedi se ho ali per volare?)

       (F. Kahlo)

Sono le nostre (nostre inteso proprio come ciò che ci appartiene) frasi. Le abbiamo messe alla fine della nostra autobiografia, almeno, del frammento che vi abbiamo raccontato nel libro. Ve le doniamo anche qui, perché speriamo fino in fondo che vi possiate riconoscere in queste parole e che ve le ripeteste quando sembrerà tutto così difficile da comprendere… E per condividere con ognuna di voi la speranza di un arrivo felice, con le ali ai piedi.

Oltre le storie: intervista ad Emma Fenu

Lo spazio di oggi della rubrica #oltrelestorie è dedicato ad Emma Fenu, autrice del libro “Vite di madri. Storie di ordinaria anormalità“, edito da Milena Edizioni,  in cui donne, figlie, madri sono unite da storie di infertilità e maternità negata. Continua a leggere

Ti consiglio un film: La luce sugli oceani di Derek Cianfrance

Lo spazio di oggi della rubrica #oltrelestorie è dedicato al film “La luce sugli oceani” di Dereck Cianfrance. La pellicola affronta  un tema forte, come quello della maternità, con un significato completamente inedito. Continua a leggere

Utero in prestito, in un libro-inchiesta la voce delle donne sui perché della (libera) scelta

Maternità surrogata, madri che partoriscono per altri. Una scelta che divide, un argomento per noi fuorilegge che scatena accese discussioni  e interminabili polemiche. C’è chi difende la libertà delle donne di scegliere, e dunque anche quella di partorire per altri, chi condanna questa pratica senza se e senza ma e chi denuncia il rischio che, soprattutto le donne povere, siano spinte o costrette a  vendersi per coloro che pagano.  Continua a leggere

Intervista ad Eleonora Magon, Letto a quattro piazze

Lo spazio di oggi della rubrica #oltrelestorie è dedicato ad Eleonora Magon, una mamma blogger che ha deciso di aprire insieme a suo marito e ai suoi due figli il blog Lettoaquattropiazze.it, dove racconta la sua vita da ogni punto di vista. Continua a leggere

Oltre le storie: intervista a Valentina Campanella

Lo spazio di oggi della rubrica #oltrelestorie è dedicato a Valentina Campanella autrice del libro Essere donna. Nascere madre, edito da Rapsodia Edizioni, un’opera dedicata all’amore di una “aspirante madre” verso quel figlio che la vita le nega.

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Oltre le storie: intervista a Serena Marchi

Lo spazio di oggi della rubrica #oltrelestorie è dedicato a Serena Marchi, autrice del libro “Madri, comunque”, trenta testimonianze sul modo di essere mamma oggi.

 

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Ciao Serena, il tuo libro “Madri, comunque”, edito da Fandango, raccoglie trenta storie, alcune sofferte e altre felici, di trenta modi di essere o non essere madri. Cosa ti ha spinta a scrivere un libro su un tema così delicato e al tempo stesso così bistrattato come quello della maternità?

Avevo una rubrica tutta mia su un mensile femminile, “La Verona”. Ero l’unica della redazione ad avere figli così le due direttrici mi affidarono la sezione “Donna e mamma”. Decisi di non dare consigli sulla nanna, sui biberon, su coliche e vestitini. Credo da sempre che ogni madre debba fare, con i propri figli, quello che la fa stare meglio e ascoltare il meno possibile gli altri. Così scelsi di raccontare storie di madri. Quella rubrica durò due anni, alla fine dei quali decisi di raccogliere le esperienze già raccolte e di aggiungerne altre, così da dare il più possibile una visione differenziata e infinita della maternità. Ogni madre è una madre a sé.

Hai esplorato l’universo della maternità attraverso le sue protagoniste, un caleidoscopio di voci e testimonianze autentiche per raccontare che non esiste un modo univoco di essere madre. Secondo te perché è così difficile abbattere tutti gli stereotipi che ruotano ancora intorno alla maternità?

Bella domanda. Credo di essere una delle poche che non vede l’ora che gli uomini possano finalmente partorire. Viviamo in un periodo storico in cui il binomio maternità-gravidanza ha assunto un valore dal mio punto di vista preoccupante. Se non partorisci non sei madre e se non hai partorito non sei una donna completa e vali meno rispetto a chi l’ha portato un figlio in grembo. Assurdo. Le femministe negli anni Settanta hanno lottato per separare il termine maternità da quello di gravidanza, così da liberare completamente il corpo delle donne dall’obbligo di portare in grembo i figli. Oggi c’è un allarmante ritorno alla sacralità della gravidanza e del rapporto tra donna-feto. Non dico che non esista, anzi. Per me è stato così. Ma per tante altre no. Vanno rispettate. Ci sono madri adottive, madri affidatarie, persone che crescono altre persone. Cosa sono? Madri di serie B? E i padri, gli uomini, valgono meno solo perché non hanno partorito? Sul corpo delle donne da sempre i Governi legiferano e i maschi comandano. Basti pensare alle leggi sull’aborto, sulla procreazione assistita, sull’eterologa. Non ci sono leggi sull’uso del viagra, per esempio. Gli stereotipi della maternità servono per tener legate le donne a un’idea di ‘dovere partorire figli’. E la cosa allarmante, dal mio punto di vista, è che ci sono tante donne convinte di ciò.

Nel libro racconti storie molte diverse: mamme in affido; mamme lesbiche; mamme in sedia a rotelle, mamme violente, madri di figli non propri e uomini che da padri diventano madri. Qual è quella che emotivamente ti ha colpito di più?

Sono legata a tutte le mie madri. Con ognuna di loro ho un momento, un’emozione, un ricordo che mi riporta il nostro incontro. Basti pensare che con gran parte di loro sono ancora in contatto e che tra qualche settimana celebrerò il matrimonio tra Simonetta, la mamma lesbica del mio libro, e la sua compagna Morena. Quella che però mi ha colpito di più emotivamente è stata l’incontro in ospedale psichiatrico giudiziario con la figlicida. Ecco, quello credo non me lo dimenticherò mai.

Sarà in libreria dal 2 marzo la tua seconda opera, “Mio, tuo, suo, loro”, sempre con Fandango, in cui racconti la maternità surrogata, attraverso storie di donne che decidono di portare in grembo i figli di qualcun altro. Vuoi anticiparci qualcosa?

“Mio, tuo, suo, loro” per me è stato un vero e proprio viaggio, sia fisico -perché le ho incontrate tutte di persona e quindi ho preso aerei e macinato chilometri- sia mentale in un mondo, quello di chi partorisce figli per altri, di cui tutti si sentono giudici e giudicanti senza conoscere l’argomento e soprattutto senza aver mai parlato con le protagoniste. Io ho voluto proprio fare questo: dare voce a chi, soprattutto nell’acceso e violento dibattito italiano, non ne ha fino ad oggi mai avuta.

La maternità modifica la struttura del cervello femminile

In virtù di una serie di meccanismi di tipo antropologico-evolutivo, la maternità porta in dote un cospicuo novero di modifiche strutturali che esulano ampiamente da quei numerosi cambiamenti fisici interno del corpo delle gestanti e che influiscono sensibilmente sulla composizione del carattere materno, dato che lo stato interessante porta in dote una spiccata produzione di testosterone nelle donne, il cui effetto è quello di aumentare l’aggressività delle neomamme al fine di difendere la prole da eventuali minacce esterne.

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Un recente studio condotto dai ricercatori facenti capo all’Università autonoma di Barcellona ha infatti riscontrato che il turbine ormonale che investe le gestanti porta in dote un aumento di materia grigia localizzato nelle aree del cervello preposte , andando a limare la componente egoistica inevitabilmente connessa con l’istinto di sopravvivenza e rendendo le future mamme un po’ più pronte a sacrificarsi per il bene dei loro figli.

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Otto nati su 100 nel 2015 hanno una mamma over 40

Otto nati su 100 nel 2015 hanno una mamma over 40. Articolo di Luca Tremolada su Infodata – Il Sole 24 Ore.

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