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“Il tempo delle stelle”: l’infertilità dal punto di vista maschile raccontata da Massimiliano Virgilio

Cosa prova un uomo che desidera un figlio che non arriva? Come si sente quando gli viene comunicato che forse è lui ad avere un problema di fertilità, quando deve affrontare gli esami clinici e le domande dei parenti?

Giuseppe percorre il delicato e difficile tragitto dell’infertilità e lo osserva dal punto di vista maschile nella società contemporanea, nell’Italia della denatalità e dei tabù sulla virilità, nel complicato percorso che divide un desiderio da un’ossessione. Qual è il limite, il punto in cui fermarsi? Quanto si può desiderare e quanto soffrire per la mancanza di un figlio? Qual è il confine, se esiste, tra il rispetto di se stessi e l’amore?

Sono tante le domande che si susseguono e si intrecciano nell’articolata vicenda di Giuseppe e Lara, i protagonisti de “Il tempo delle stelle”, l’ultimo romanzo di Massimiliano Virgilio, edito da Rizzoli.

Massimiliano Virgilio, 44 anni, napoletano, è un affermato scrittore, attento osservatore della società e sensibile raccoglitore di impercettibili ma devastanti sfumature. Il suo ritratto della coppia infertile, composta da Lara e Giuseppe, è il ritratto di un’intera generazione e il paradigma di una società in cui la famiglia rappresenta (ancora) obiettivo e traguardo, a dispetto dei tempi, dell’economia, della statistica e perfino della scienza.

Parole Fertili ha intervistato Massimiliano Virgilio, scambiando con lui alcune riflessioni sulla ricerca di un figlio dal punto di vista maschile e sulla percezione sociale dell’infertilità.

La prima domanda è scontata: quanto c’è di autobiografico nella storia di Giuseppe e Lara?
È chiaro che ogni scrittore parte da un’esperienza personale, conosciuta più o meno da vicino, per raccontare. C’è immedesimazione, partecipazione, al punto che il romanzo e la vita reale a un certo punto si confondono. Non è una biografia, non ci sono elementi autobiografici, è un romanzo, ma certamente c’è contaminazione con le esperienze personali, si parte sempre da quelle.

L’infertilità maschile rappresenta un tema praticamente inedito. Pensi sia ancora un tabù nella nostra società o credi che si tratti di un argomento ormai sdoganato?
È certamente un tabù molto ben radicato nella nostra società, dove ancora aleggia il mito del “maschio italiano”, dove un uomo che non fa figli – per dirlo alla napoletana – “non è bbuono”. È la cultura nostrana e dobbiamo farci i conti, nonostante i progressi degli ultimi decenni abbiano alleggerito, almeno in parte, il concetto di virilità dominante. Anche le donne, spesso e loro malgrado, non fanno che riproporre un modello sociale ormai antiquato, stereotipato e soprattutto controproducente.

Ritieni che sia un modello sostanzialmente nostrano?
Lo è. Ho avuto modo di verificare che, mentre nel nostro Paese, l’argomento infertilità è ancora tabù – sia per le donne, ma soprattutto per gli uomini – in altre nazioni, penso al nord Europa, se ne parla con maggiore tranquillità. Meno è presente il modello virile stereotipato, maggiormente gli uomini sono liberi da tabù e condizionamenti, anche riguardo i temi dell’infertilità e del desiderio di un figlio. Nei paesi anglosassoni, ad esempio, si parla più spesso e facilmente di questi argomenti, anche al pub. Per i ragazzi italiani, invece, è ancora uno stigma, e anche la comunicazione mediatica ne risente.

Eppure l’infertilità è un tema attuale per l’Italia, in forte calo demografico e con nuove spinte, anche politiche ed economiche, alla natalità
C’è un problema anagrafico, una consapevolezza generazionale che si avvia fisicamente in ritardo, il desiderio di avere un figlio arriva verso i 40 anni e oltre, con l’illusione di sentirsi eternamente giovani. C’è bisogno di maggiore informazione, che arrivi anche ai giovanissimi, e che renda il tema della fertilità attuale, diffuso, ma soprattutto preventivo, perché non si può solo correre ai ripari. Bisogna poi distinguere la possibilità di procreare dalla ricerca ostinata di un figlio. Oggi dovremmo avere la consapevolezza che non è indispensabile avere un figlio proprio per potersi realizzare, per poter creare qualcosa. Si può “generare” anche in altro modo. 

Vedi un nuovo assetto all’interno della coppia, anche rispetto alla fertilità e alla genitorialità?
Sì, questo è un cambiamento ormai assodato, per fortuna. Prima era tutto sbilanciato a favore o sfavore della donna. Se una coppia non aveva figli, si dava per scontato che il problema, quasi una colpa, fosse di lei. Solo ultimamente si è capito che l’infertilità maschile ha lo stesso peso di quella femminile. Questo riequilibra, in qualche modo, anche il ruolo delle parti all’interno della coppia. Le donne si sentono meno sole e gli uomini sono più capaci di condividere le fragilità. È una buona premessa anche per una genitorialità più condivisa e consapevole.

Lara e Giuseppe, la coppia protagonista del tuo romanzo, attraversa tutte le fasi, anche cliniche, di una coppia alla ricerca di un figlio. È un racconto puntuale, in cui non risparmi la nudità di alcuni passaggi, a cominciare dalle visite mediche cui devono sottoporsi
Certo, perché non si tratta di particolari. Quando ci si addentra in un percorso di ricerca clinica, ogni passaggio costituisce una tappa che incide profondamente sulla persona e sulla coppia. La scienza è stata materia da uomini, fino a non molto tempo fa, e non si fa ancora abbastanza caso a quanto il corpo della donna, nella sua più intima essenza, venga straziato e sottoposto a indagini che hanno un effetto devastante anche sulla psiche e, di conseguenza, nel rapporto di coppia.

Sei riuscito a raccontare, con estrema delicatezza e crudeltà, tutti i dubbi e le incertezze che affliggono chi si trova ad affrontare un percorso accidentale e combattuto tra infertilità e desiderio di un figlio. Quali sono i limiti che segnano il confine tra il desiderio e l’ossessione?
È una domanda che bisogna farsi spesso, ad ogni passo. Ad un certo punto della storia, anche Lara e Giuseppe si rendono conto di non essere poi così convinti di volere un figlio a tutti i costi. Le sale d’aspetto, la trafila burocratica, gli esami clinici, tutto inizia a stravolgere quell’idea di naturalezza con cui loro immaginavano l’arrivo di un figlio. Lo voglio veramente, questo figlio? E fino a che punto? È una domanda che Lara e Giuseppe si fanno, e che tutti dovrebbero farsi spesso.

Oltre alla pressione sociale, ai tabù e ai condizionamenti di cui abbiamo parlato, si aggiunge un altro tassello importante, che è quello del rapporto con i medici, le strutture e le procedure per la fecondazione assistita. Soprattutto Lara, nel tuo romanzo, si trova spesso in grossa difficoltà in questa medicalizzazione della nascita
Sì, è un tema che andrebbe affrontato su vari piani. La nascita di per sé pretenderebbe una accoglienza meno fredda, sia nei luoghi sia nella relazione con le persone coinvolte. Ho raccolto molte testimonianze che mi hanno raccontato di un rapporto freddo con i medici, poca empatia ma anche una formazione carente, anaffettiva e poco comunicativa. La sensazione di essere un numero, una cellula, un’entità chimica e insensibile. Sempre le donne, che sono quelle maggiormente coinvolte ma anche quelle che più hanno bisogno di rassicurazioni, spesso si sentono lasciate sole. In generale, le coppie si sentono trattate solo come clienti, la nascita diviene obiettivo e gli embrioni assumono solo un valore economico. È un sistema freddo, che poco ha a che fare con l’amore e il desiderio per un figlio.

Il nostro sito, Parole Fertili, è prevalentemente utilizzato da ragazze, donne che si imbattono nella difficoltà di rimanere incinta o portare a termine una gravidanza. Grazie allo storysharing si è formata una vera e propria community, “uno spazio per raccontare” in cui parlare in libertà, esprimere le proprie emozioni, anche quelle più negative, e le difficoltà pratiche. Ci si scambiano consigli, ci si supporta a vicenda. Gli uomini, i ragazzi, sembrano meno predisposti: credi ci sia un pregiudizio, un tabù nell’affrontare il discorso? Pensi che lo storysharing potrebbe essere utile anche a loro?
Potrebbe. Anche se non sono un esperto e non saprei dirti cosa servirebbe per rompere il silenzio degli uomini su questo argomento. Di sicuro andrebbe destrutturata la percezione che gli uomini hanno di essere secondari e quasi ininfluenti in questo percorso, cosa che molto spesso inizia in famiglia, poi nella coppia e si espande quando si inizia ad avere a che fare con medici, infermieri e nelle diverse strutture specialistiche. La sensazione di essere solo degli accompagnatori o produttori di campioni di seme da analizzare è l’altro specchio del machismo che impone di non parlare di certe faccende come la sterilità.

Come mai hai deciso di raccontare l’infertilità in un romanzo, in un libro?
Sono percorsi non prevedibili, a un certo punto ti trovi a raccontare, è il tuo compito di scrittore, avverti l’obbligo di raccontare il meglio e il peggio dei sentimenti umani, di toccare corde vive. Per chi legge può essere solo un libro, ma per chi scrive è una vita intera.

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