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Fiore mio, fiore del mondo

Ogni tanto vado sui profili social delle donne diventate madri.

Donne che conosco, ma anche donne di cui ho solo sentito parlare.

Donne che hanno mostrato la loro gravidanza al mondo con l’innocenza più dolce, con la naturalezza più spontanea, con la dolcezza che quel momento merita, tutte cose che io ho perso per sempre.

E poi, d’altronde, non so neanche se diventerò mai madre, quindi il dolore è doppio.

A volte torno indietro nel tempo e mi metto a rileggere le conversazioni su Whatsapp del periodo in cui ero incinta.

I buongiorno di mio marito indirizzati a me e al fagiolino, dove spesso “dimenticava”, scherzosamente, il cuoricino rosa, impaurito com’era di avere una figlia femmina e di caderne completamente schiavo, le foto che io gli inviavo con la mano sulla pancia ogni volta che sentivo tirare o ogni volta che avevo la nausea.

Le foto ai test di gravidanza che diventavano sempre più netti a mano a mano che passavano le settimane.

Le foto delle HCG inviate a tutti gridando “guardate come stanno crescendo!”.

Quelle due paia di calzini di cui uno regalato ai miei suoceri e a mia cognata per annunciargli che sarebbero presto diventati nonni e zii (addirittura presi prima di vedere il battito in ecografia, tanto eravamo convinti che niente potesse andare storto), e l’altro messo sotto il nostro albero di Natale.

Il video del cuoricino che batteva sullo schermo, perché c’era ancora il covid e volevamo che tutti quelli che erano a conoscenza del mio stato potessero vedere quanto luminosa fosse quella nuova vita che cresceva in me.

Ogni tanto metto in pausa tutto quello che sto facendo, prendo il telefono e riproduco quel video, ascolto la mia voce e quella della dottoressa che ci descrive ciò che stiamo osservando, io che indico il cuoricino, e ripenso sorridendo (e piangendo) ad Angelo che era rimasto dietro al paravento con la sola testa che sbucava sopra perché in totale confusione.

La strada verso casa in macchina a guardare le stampe della ecografia, il pensiero che quel piccoletto era dentro di me e che il suo cuore batteva insieme al mio. Era vivo, la sua vita dipendeva totalmente da me!

Non so se un giorno riuscirò a dare un senso a quello che ci è successo. A quel giorno nero di gennaio in cui ho scoperto che il mio primo bimbo si era spento nel mio ventre, chissà da quanti giorni, chissà come, chissà perché.

“Riteniamo che un solo aborto sia fisiologico, non si preoccupi signora, capita più spesso di quanto si pensi.”

E sono qui, dopo quasi due anni, senza un figlio, senza uno straccio di diagnosi, con due raschiamenti alle spalle, che combatto per riprendere in mano la mia vita, per dargli un significato oltre l’infertilità, per cercare di ridimensionare quel sogno che per tanti si avvera in un batter d’occhio e intorno al quale avevamo riprogrammato tutta la nostra vita, il nostro futuro, un futuro che ora è incerto, lontano, terrificante e ingrato.

E niente, davvero niente, riesce a farmi smettere di pensare a quel cuore luminoso, a quanto noi già lo amassimo, quel figlio, che non nascerà mai.
“Fiore mio, fiore del mondo”.

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