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L’aroma del caffè

STERILITÀ TUBARICA BILATERALE….
Il mio percorso verso la maternità, attraverso la procreazione medicalmente assistita, comincia con queste tre parole…
Quel giorno lo ricordo come se fosse ieri.
La sala d’attesa del centro radiologico era affollata. Proprio come aveva predetto Cristina, la mia ginecologa, i successivi tentativi dopo l’intervento erano stati un supplizio di test negativi e ora che altri tre fogli del calendario erano stati accartocciati insieme a un groviglio di crocette scarabocchiate sui giorni fertili, dovevo sottopormi a quell’esame tanto complicato che, persino il nome, pareva uno scioglilingua.
Mi ero documentata a lungo su internet: l’isterosalpingografia, l’ultimo della lunga sfilza di accertamenti prescrittimi, mi terrorizzava. Ero da sola nella sala d’attesa: Iacopo non aveva potuto accompagnarmi perché non poteva chiedere altri permessi alla titolare dell’azienda.
Continuavo a tormentarmi le mani e a fissare il pavimento a scacchi: lo stomaco mi doleva, speravo di non sentire troppo dolore. L’ansia mi martellava le tempie. Deglutii più volte. Dal finestrone aperto di fianco alla reception saliva odore di caffè. L’aroma amarognolo dei chicchi tostati quella volta mi diede la nausea. La paura mi aveva serrato lo stomaco. Sul display del cellulare lampeggiò una notifica. Era Iacopo: Amore sono lì con te.
Gli risposi con un emoji. Alzai gli occhi, il mio nome era appena risuonato da dietro la reception. Era il mio turno. Spensi il telefono e lo lasciai cadere in fondo alla borsa. Mi alzai dalla sedia e superai la porta girevole. Davanti a me si aprì un lungo corridoio. Il professor Damasco, il medico consigliatomi da Cristina per l’esame radiografico, mi venne incontro.
Io stirai le labbra tentando di sorridere. Lui mi fece strada. La sala dell’ambulatorio era gelida. Damasco parlava lentamente per illustrarmi la metodica dell’esame. Attraverso un catetere sarebbe stato iniettato nell’utero e nelle tube un mezzo di contrasto: una serie di radiografie avrebbero documentato il percorso del fluido.
Se le tube erano aperte si sarebbero opacizzate.
Ero stesa sul lettino. Avevo serrato i pugni cercando inutilmente di rilassare i muscoli. La tensione mi aveva incollato la gola. Deglutii a fatica. Lo sguardo di Damasco fisso sul monitor mi bucava lo stomaco. Al contatto con lo speculum avevo cominciato a battere i denti. Il professore inarcò le sopracciglia. Io tossii per espellere la paura.
La prima diagnosi Damasco la vomitò senza preamboli.
Le tube erano entrambe chiuse. Quella di sinistra siamo già riusciti ad aprirla, ora proviamo con l’altra. Deve solo autorizzarmi a esercitare una pressione maggiore. Sentirà un po’ più di dolore.
Io lo fissai muta. Annuii come un automa.
Mi morsi le labbra. Ero rigida, continuavo a restare immobile, alla ricerca di qualche dettaglio dello studio da fissare per tenere la mente impegnata. Sentivo come se il mio corpo fosse anestetizzato. I riccioli mi ricadevano sul volto. Le responsabili dei miei fallimenti erano lì, in bella mostra sul monitor dove si disegnavano segni incomprensibili. Chiusi gli occhi. Era inutile guardare, non ci capivo niente. Avevo solo una certezza, volevo aggrapparmi a quella.
Con una sola tuba avrei potuto comunque concepire. L’ottimismo scavalcò la paura.
Se me le apre tutte e due il mese prossimo sarò incinta. Dobbiamo ricominciare a provarci. Subito, da stasera. Non c’è tempo da perdere.
Incollai gli occhi a quelli del radiologo che scrutava il monitor in silenzio.
Ora si può rivestire. Si accomodi nella sala d’attesa, la richiamo io tra un attimo.
Tirai su i jeans e oltrepassai la porta in vetro. Mi ritrovai sulla sedia di legno con gli occhi fissi sul pavimento. Se si era aperta anche la seconda tuba, era fatta. Altrimenti poco male: una sarebbe stata più che sufficiente. Probabilità e percentuali cominciarono a rimbalzarmi nella testa. La voce della segretaria interruppe quel balletto di numeri. Il radiologo mi attendeva per il referto. Mi alzai come una molla. Provai a inspirare ma l’aria rimase bloccata nel petto. Superai l’ambulatorio; il corridoio si disegnava davanti a me con una sfilza di porte chiuse. Cercai il nome del professor Damasco sulle targhette. Lo trovai su un’anta laccata di bianco. Bussai e mi ritrovai in una sala con le vetrate oscurate da pesanti tende gialle. Lui mi fece sedere. Mi fissò con un sorriso di circostanza. Io mi schiarii la voce.
Quella di destra si è aperta? Damasco scosse la testa.
Sembrava che la tuba sinistra si fosse aperta ma il liquido non è passato. La destra, invece, è completamente chiusa. Per questo ho dovuto concludere con una diagnosi di sterilità tubarica bilaterale.
Sterilità tubarica bilaterale: quella diagnosi lapidaria, scritta sul foglio e pronunciata con tono di forte comprensione, sembrò porre una pietra tombale sul mio desiderio di maternità. Fissai muta quelle tre parole che, in un secondo, cancellarono dalla mia testa numeri e percentuali. Mi sentivo annientata e impotente. In un attimo davanti agli occhi mi passarono scene immaginate più e più volte e che sarebbero rimaste per sempre nella mia fantasia: io che, con aria maliziosa, annunciavo a Iacopo di aspettare un bambino, lui, impazzito di gioia, che mi abbracciava e mi riempiva di baci. Quella felicità, quelle emozioni raccontate dalle mie amiche, vissute e rielaborate nella testa ogni qualvolta avevo un ritardo, per me non sarebbero mai arrivate. Le tube erano chiuse, non c’era nulla da fare. Inutile illudersi o sperare: non avrei mai potuto concepire un bambino in modo naturale.

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