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L’Aurora in un diario – Il racconto della mia fecondazione assistita

L’Aurora in un diario

Martedì 08 novembre 2016

È passato più di un anno dalla sera in cui ho incontrato la paffutella dai grandi occhi verdi e dalla scoperta di voler avere un figlio tutto mio.
Quell’Aurora si stava facendo aspettare come accade in natura. In effetti non è facile vederla. Bisogna trovarsi nel posto giusto del mondo, in un periodo esatto dell’anno, al buio e avere tanta pazienza, aspettare senza scoraggiarsi.
Io e mio marito eravamo nel posto giusto, al momento giusto, ma la gravidanza non arrivava, qualcosa non stava funzionando bene.

Oggi ritiriamo i referti del suo 3° Spermiogramma e li porteremo al Medico per la valutazione finale del nostro quadro di fertilità, dopo aver effettuato una lista infinita di indagini.
I referti non sono ottimi, si sospetta per me almeno una tuba chiusa e per mio marito soldatini con un bel 98% di forme anomale.
Il Medico dà ad entrambi una cura a base di integratori per cercare di tirar su la situazione, contemporaneamente il mio morale scendeva giù.
Io, giovane donna di 25 anni, che dalla vita avevo ricevuto dei doni immensi e delle soddisfazioni bellissime, con un marito eccezionale accanto, con la grande voglia di diventare Mamma, in quel momento non potevo andare avanti.
Il motivo non era ben chiaro, ma per il momento non mi era permesso di dare amore ad un figlio mio, di sentire il suo odore, tipico dei bambini appena nati, di toccare delicatamente il suo profilo levigato con un dito e di soffermarmi a guardarlo per tempi interminabili senza dire una parola.
E poi non mi era permesso di vedere mio marito padre, sicura del fatto che sarebbe stato il migliore al mondo, che lo avrebbe guardato con quegli occhi verdi pieni d’amore come tutti i giorni guarda me.

Tornati a casa le emozioni erano tante. Tristezza, delusione, consapevolezza di non poter portare a termine un nostro sogno, ma ancora tanta voglia di poterlo vedere avverato.
Dopo una mia breve crisi di pianto, io e mio marito abbiamo deciso di continuare il nostro cammino intraprendendo una nuova strada, consapevoli che non sarebbe stato facile, ma convinti del fatto che sarebbe stata la strada più emozionante che avremmo percorso insieme.

Quella strada la vedevo lì di fronte a noi, lunga, piena di curve, senza orizzonte, ma lo scenario era stupendo.
Una strada sterrata color oro, ai lati alberi di ciliegio in piena fioritura, oltre i quali una bellissima distesa di prato verde vivo. Il cielo era di un azzurro accecante e il sole era alto, caldo, sentivo i suoi raggi attraversarmi la pelle e mi sentivo leggera, trasportata da una brezza fresca e piacevole che mi spingeva in avanti, come a volermi suggerire di camminare.
Ho preso per mano mio marito e ho fatto un passo, da quel momento non ci siamo più fermati.

La strada da seguire ci era stata indicata, ci restava solamente una telefonata e prendere appuntamento per un colloquio in quella famosa struttura specializzata nella PMA – Procreazione Medicalmente Assistita.
Parole lunghe e difficili, proprio come la strada che avevamo deciso di percorrere.

 

 

Il brano è tratto dal libro L’Aurora in un diario – Il racconto della mia fecondazione assistitadi Debora Caruso, edizioni ilmiolibro.it

Un diario di eventi e vicende vissute dall’autrice dalla scoperta dell’infertilità all’esperienza della fecondazione assistita. Una giovane ragazza di 25 anni con un compagno praticamente perfetto e un lavoro stimolante. Cosa manca? È ovvio, un bambino. E per una come lei, abituata a raggiungere sempre l’obiettivo, il senso di fallimento non riesce a placarsi. Ma tra le difficoltà della fecondazione assistita scoprirà se stessa: i suoi limiti ma anche la sua forza. Il libro, toccante e a volte ironico, è rivolto alle donne che non riescono ad avere figli e a quelle donne che si stanno avvicinando al mondo della procreazione assistita. È uno strumento che aiuterà loro ad affrontare le battaglie di questo cammino con maggiore serenità e con una consapevolezza interiore.

Mamme con il punto interrogativo

Cara cicogna,

anche quest’anno è arrivata la festa della mamma.

Ed io oggi penso e ripenso a tutte quelle donne che stanno lottando.

E allora auguri a loro.

Auguri a tutte le mamme con il punto interrogativo.

Auguri alle donne che temono di non diventarlo mai.

Auguri a quelle fuori dal laboratorio analisi, a quelle con una sola linea rossa sul test.

Auguri a chi piange guardando quello zero crudele, a chi deve buttare via medicine e siringhe.

Auguri alle donne che “ma questo figlio lo vuoi davvero?”, a quelle che “non pensarci ed arriverà”.

A quelle che “non devi essere invidiosa”, a quelle che “il figlio a tutti i costi non va bene”.

A quelle che devono dimostrare di essere idonee, a quelle che devono fare il mutuo per diventare mamme.

Auguri a quelle che devono prendere un aereo per cercare una parte di se.

Auguri alle mamme senza pancione.

Auguri alle mamme dietro un pc.

Auguri alle donne che piangono sole, a quelle incazzate, a quelle stanche.

Auguri alle donne che si sentono vuote.

Auguri alle mamme che mamme ancora non sono.

Auguri a tutte voi, abitanti di questo mondo nascosto che è il web. A tutte voi che soffrite e sperate. A quelle con il loro bimbo tra le braccia, a quelle con due bimbi a riempire la vita, a quelle con il pancione, a quelle ancora in corsa. Auguri a quelle che oggi piangono e basta.

Ed io cicogna oggi cosa sono?

Non lo so, ma forse, una piccola vita è dentro di me.

Questa volta lo dico. Non farlo non è servito a nulla un anno fa.

Sono incinta. Ora e qui.

Non posso prevedere come andrà ma, cara cicogna, voglio concedermi di scriverlo.

È un sussurro il mio, pieno di paura e colmo di gioia.

Ieri ho visto il suo nido. Piccolo ma nel posto giusto.

Ora posso solo sperare che lui cresca e che resti con me per sempre.

Nella speranza che questa sia anche la nostra festa un giorno…

 

Dal mio blog https://cicognacisei.wordpress.com/

 

Chi l’ha dura, la vince

Ci sposiamo nel 2013 con un matrimonio da sogno e ad inizio 2014 iniziamo la ricerca del nostro cucciolo (35 anni io, 33 anni lui). A maggio rimango incinta ma a 8 settimane inizia l’incubo: perdite di sangue, corsa in ospedale e il fagiolino non c’è più. Raschiamento. Passiamo settimane di disperazione e facciamo veramente tanta fatica ad accettarlo. Mi trovano un utero subsetto (non è questa la causa, dicono) e a dicembre 2014 mi operano e sistemano il problema. Appena possibile ricominciamo la ricerca. Questa volta non arriva. Il mio ciclo è ballerino, assumo ormoni su indicazione del ginecologo. Dopo quasi 1 anno (gennaio 2016) effettuiamo tutte le analisi presso il S.Anna di Torino. Diagnosi: infertilità idiopatica, ovvero senza una causa riconoscibile. Veniamo inseriti in lista di attesa per la fecondazione assistita (1 anno di attesa). Nel mentre continuiamo la ricerca, sempre più demoralizzati e tristi. A settembre 2016 la svolta: sono incinta!! Ma all’ecografia a 8 settimane vediamo che si tratta di un “uovo chiaro” ovvero senza nucleo. Così avviene l’aborto spontaneo. Siamo increduli: perché sta capitando tutto a noi? Due mesi dopo ricominciamo la ricerca, non voglio mollare. A maggio 2017 ci chiamano per la fecondazione assistita. Fatti tutti gli esami, ci prepariamo alla stimolazione dopo il ciclo mestruale di luglio. Ma il ciclo non arriva. Disperata, incazzata ed esasperata, dopo 24 giorni di ritardo, su insistenza di mio marito, faccio il test: sono incinta!! Oggi, 3 febbraio sono in attesa del nostro piccolo amore che arriverà a metà marzo. Sono stati 4 anni tutti in salita ma chi l’ha dura, la vince!!

 

Volevo la pancia, questa è la realtà

Chiunque abbia difficoltà di procreazione si è sentito dire a un certo punto “perché non adotti? Ci sono tanti bimbi abbandonati, almeno fai del bene”…è successo anche a me.Tralascio il fatto che tutta questa abbondanza di bambini è in realtà apparente, perché si aprirebbe un capitolo lunghissimo su affidabilità vs adottabilità, case famiglia eccetera.

Tralascio anche il fatto che aborro profondamente la visione dell’adozione come di un atto di generosità, visto che per me è semmai l’incontro di due esigenze e non solo un modo di far del bene a qualcuno. Diversamente adotterebbero solo quelli che i bambini li possono avere e non gli infertili, che hanno bisogno anche di far del bene a se stessi oltre che a un piccolo. Credere di essere benefattori e avere per questo diritto a una riconoscenza eterna penso sia il miglior modo per veder fallito un progetto adottivo. Perché forse non tutti lo sanno, ma anche le adozioni falliscono. Capita.

Non ho mai messo scuse in campo…ci vuole troppo tempo, ci vogliono troppi soldi, è un percorso troppo pesante. Nel mio iter pma ho speso tantissimo, ho visto volar via mesi e mesi, mi sono vista rivoltare come un calzino e ho affrontato pesantissimi conti con me stessa, psicologici e fisici. Ho portato avanti battaglie. Ho superato dolori. Il 21 luglio 2010 ho perso un bambino e credevo di morire. Sono morta anzi…e sono tornata solo per andare avanti e arrivare a mio figlio, che sapevo che mi stava aspettando e che sarebbe arrivato prima o poi. Ero io a dovermi impegnare per raggiungerlo.

Non ho mai nemmeno parlato del problema dell’abbandono. “Devi essere forte per adottare, sono bambini abbandonati”. Francamente non mi ha mai spaventata questo…e di certo non è stata la base delle mie scelte. Fossi stata convinta avrei affrontato anche quello con umiltà e voglia di imparare. Non si nasce genitori, comunque arrivino i figli. E’ un processo che evolve di giorno in giorno, nasce una famiglia e cresce insieme a un bambino. Non esistono manuali e non esistono esperti.

La realtà era più semplice e non me ne sono mai vergognata: io volevo la pancia. VOLEVO LA PANCIA. Volevo iniziare a conoscere mio figlio e a fantasticare su di lui fin da quando, lungo 3 mm, lo avrei visualizzato in una ecografia, il cuoricino che batteva e lui a forma di virgoletta. Volevo l’ansia che prende tra una visita e l’altra, il desiderio di comprarti sofisticate apparecchiature milionarie per monitorare giorno e notte la sua crescita.

Volevo vederlo diventare da virgoletta mini bimbo, con tutte le sue cose a posto, fare scommesse sul sesso, pensare a 200 nomi e ripeterli 200000 di volte per vedere “che effetto fa”. Volevo un giorno star seduta davanti alla TV e improvvisamente toc toc eccolo lì, avere il privilegio per settimane di sentirlo solo io, svegliarmi la notte e lui attivo e arzillo. Volevo comprarmi i vestiti e ridere dei miei pantaloni troppo stretti, passeggiare parlando con lui e nascondendomi dagli altri per non essere presa per matta, raccontargli che mondo gli stavo preparando e che madre sarei stata, consapevole che poi tutto sarebbe stato stravolto dal suo arrivo, anche io. Nulla di quello che avevo progettato si è poi verificato, sono una madre senza programmi, a volte variabile. Piuttosto flessibile.

Volevo arrivare ai monitoraggi, quelli in cui ti mettono quella grande cintura e tutto il reparto sente TUM TUM TUM, tu sorvegli quella carta che scorre, un elettrocardiogramma d’amore. Volevo esserci dai suoi primi momenti, volevo mi guardasse appena nato e scoprisse che ero io quel cuore che lo cullava, quella voce che gli parlava, quell’amore che lo aveva amato da prima che esistesse. Volevo provare ad allattarlo e se non ci riuscivo pazienza, volevo farmi due lacrimucce e passare ad un confortante biberon, volevo pesarlo, cambiarlo e essere fiera della sua crescita.

Non ero pronta a rinunciare a tutto questo. Ergo non ero pronta ad adottare. Semplicemente. Per farlo ci vuole prima di tutto una mancanza di rimpianto per tutti questi passi che non vivrai. E io non l’avevo. Sarei stata piena di rimpianti. Non è giusto, per nessuno. Non sarebbe stato giusto per il bimbo, che avrei certo amato ugualmente, dei geni mi importa meno di zero, dell’eventuale colore della pelle idem. Ma non sarebbe stato giusto nemmeno per me. Mi sarei privata di qualcosa cui non ero pronta a privarmi.

Non credo ci sia nulla di male, non accetto classifiche, non ne faccio e non ne voglio per me stessa. Ho sempre reagito molto male alle frasi fatte, al “quella sì che è una scelta d’amore”, al facile e becero giudizio di chi non si trova a dover fare scelte…e quindi sta in una posizione comodissima. Su un pulpito generalmente.

Nessuno è bravo o egoista. Siamo tutti qui con un desiderio, una strada per raggiungerlo e le nostre armi per farlo. Diventare genitore è una scelta d’amore e d’egoismo contemporaneamente. Tutti fanno un figlio…o lo adottano…per se stessi, di certo non per beneficiare l’umanità. Siamo miliardi, non serve certo nostro figlio per migliorare il mondo. E visto che per ogni bimbo adottabile ci sono dalle 5 alle 10 coppie disponibili…pure se non adotti di certo non cambia molto l’equilibrio dell’universo.

Scegli di provare a diventare genitore perché lo desideri. Per te. Per la tua vita.

Credo si debba essere sempre orgogliosi delle proprie scelte. Sono le nostre. Sono personali. Vergognarsene e accampare scuse è svilirsi. E svilirle.

Per prima cosa occorre cercare dentro di sé la cosa più importante: la verità.

 

Il post è sul mio blog https://fertilemente.wordpress.com/

Storia semiseria di un’aspirante mamma: PMA e diavolerie simili

Io faccio parte di quella categoria di donne che fa, sempre, e dico sempre, fila alla cassa sbagliata. Quindi, non mi sono stupita più di tanto quando, incolonnandomi idealmente nella fila “DONNE ASPIRANTI MAMMA” al momento di riscuotere la mia beneaugurale dose di fortuna, il Cassiere (rectius : destino, provvidenza, Dio, Buddha ecc. ecc) ha immotivatamente abbandonato il posto di lavoro.

Nell’attesa estenuante che ne è seguita, ho setacciato gli anfratti internettiani per acquisire informazioni sul concepimento, sull’apparato riproduttivo, sulla trasformazione cellulare, sulla qualità ovocitaria ed embrionaria, tanto che meriterei una STANDING OVULATION per l’impegno. Ho studiato tutte le posizioni che avrebbero potuto migliorare la fecondazione (consiglio la posizione dell’aratro), l’andamento delle maree, le lune più feconde, l’influenza di altri pianeti e galassie limitrofe. Ho digitato su tutti i calcolatori automatici di internet, per individuare quali fossero i giorni più fertili (il mio preferito è www.periodofertile.it). Ho comprato stick canadesi (eh si anche gli stick hanno nazionalità) e poi, per esigenze di tasca, anche cinesi : uguali ai primi ma con un foglietto illustrativo più lungo. Ho comprato il costosissimo computer “persona” che promette di dirti, attraverso una serie di accattivanti faccine sorridenti, quali sono i giorni più fecondi.

Ho usato tutte le mie pause-sigaretta leggendo parossisticamente forum come www.mammole.it, www.cercounbimbo.net e www.forum.alfemminile.com, dove altre donne ansiose, e in fila alla stessa cassa, si confrontano sui sintomi predittivi di una gravidanza. E, qui, il grande dramma. Alla ricerca di quell’enciclopedica rassegna di sintomi, universalmente associati allo stato di gravidanza, ho osservato le seguenti malsane condotte : autopalpazione con approccio mammografico, anche in orario e ambiente lavorativo, camuffata da simulati e immaginari pruriti, abbuffata alimentare smodata con ovvie conseguenze sull’apparato intestinale e deiezioni altrettanto smodate, ispezioni scrupolose di mutande e carta igienica al momento della minzione, ripetute e indotte minzioni al solo fine di ispezionare, in solitaria aspettativa, mutande e carta igienica…fino ad approdare alla malsana e casuale spremitura di altre parti del corpo (narici, polsi, piedi ecc), alla ricerca di fanta-sintomi non ancora decodificati, ma propiziatori.

Ho cercato, poi, di scovare altri e diversi segnali predittivi di una gravidanza rastrellando la natura, l’oltretomba, la medicina alternativa, i notiziari con aggiornamento su eventi catastrofici…e poi…ho compreso: non faccio parte di quella schiera nutrita di donne che alla prima riserva mentale, neanche esternata al compagno, è già incinta. Non sono una di quelle donne che con la semplice imposizione delle mani, del pensiero, della preghiera della zia oltreoceano, dell’intervento divino, delle intercessioni di tutti i parenti morti ma sempre benevoli, può godere della sfacciata fortuna di rimanere incinta. Non faccio parte di quelle donne che già sanno che rimarranno incinta a marzo, così potranno godere delle ferie natalizie per riprendersi dopo il parto. Non faccio parte di quelle donne che possono dire all’amica sfigata che “se si rilassa succederà il lieto evento”… Il consiglio del rilassarsi-che-poi-arriva merita di essere liquidato con il seguente termine :“tautologico” che non è, di certo, parola bella come “petaloso” e che ha, in realtà, tutta la briosa aspirazione a diventare un insulto, ma pronunciato con stile e garbo.

No, io faccio parte di quelle che non sapevano che fosse così difficile ma ora lo sanno bene. E’ stata un’illuminazione. Una volta ricordo di essere incappata in questo sito dove c’erano tante parole strane tipo pma, icsi, fivet, pgd, pick up, transfer, crioconservazione e simili, mentre le ragazze si auguravano, tutte accorate, cose tipo “in becco alla cika” che sta per la cicogna, o si apostrofavano come fivettare, o si confrontavano su valori con sigle oscure come fsh, amh del terzo e anche del ventunesimo giorno del ciclo. Devo ammetterlo …ho pensato…poverine queste non riescono a rimanere incinte, sono proprio sfortunate…e poi ho scoperto la dura verità…che pure io, in fila alla cassa “DONNE ASPIRANTI MAMMA” privata ingiustamente della mia saccoccia di fortuna, ero stata deviata verso la tangenziale “FECONDAZIONE ASSISTITA”.

E qui, ti ritrovi a presentarti al desk di questi luoghi, fatti solo per noi della tangenziale, con il foglio del ginecologo che lì ti ha dirottato, e che riporta etichette tipo infertilità sine causa o infertilità femminile per PCOS o endometriosi, o infertilità maschile per azoospermia, teratospermia o altre parolacce simili. Con un certo imbarazzo, e con il tomo di esami che confermano la diagnosi di cui sopra, vi fanno accomodare nella sala d’attesa dove incontrate altri della vostra species. Devo dire che l’infertilità è democratica : colpisce giovani, meno giovani, alti, bassi, biondi, mori, magri, robusti, belli, brutti, insomma, tutti.

E quando sei lì, e maledici il destino mentre cerchi ancora di metabolizzare che la strada è in salita, ti volti e le vedi : foto ed ecografie di bimbi sorridenti che hanno un nome e ringraziano di essere venuti al mondo. Allora, e solo allora, nonostante tutta la fila alla cassa, l’attesa, le lacrime, lo studio matto e disperatissimo, i fanta-sintomi, le montagne russe ormonali, cominci a coltivare la luminosa speranza che, magari, e dico magari, un giorno, ci sarà anche il vostro bimbo, su quella parete, a sorridere a dei perfetti sconosciuti che li guardano estasiati, e tremuli di lacrime e speranza

Dal blog La Fabbrica delle Donne

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Oggi Linda è mamma di una bimba, Ester, nata proprio grazie a quella fecondazione.
Un lieto fine che l’autrice ha voluto aggiungessimo come aggiornamento della sua storia,
per offrire una testimonianza di speranza e incoraggiamento.