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La seconda linea rossa

Io e mio marito D. ci siamo conosciuti nel 2008, ma ci siamo fidanzati solo un anno dopo.

Vivevamo in città diverse allora, separate di oltre 700km. Nel 2010, dopo un anno di relazione a distanza, mi trasferii nella sua stessa città, e solo pochi mesi dopo andammo a vivere insieme.
Non so come, ma sapevo dentro di me che era la persona giusta, quella con cui avrei voluto sposarmi e avere una famiglia. Nessuno mi ha mai amata come mi sa amare lui.
La nostra convivenza andò bene sin da subito, e nel 2013 decidemmo di sposarci, ma solo nel 2015 iniziammo a cercare un bambino.

Così come seppi da subito che D. era l’uomo della mia vita, allo stesso modo sentivo che avremmo avuto un bambino, ma che non sarebbe stato facile.
Iniziammo la ricerca ad agosto 2015, subito con stick e rapporti mirati. Avevo sempre avuto un ciclo regolare e avevo appena compiuto 28 anni, mi ritenevo molto fertile. Mio marito aveva solo sei anni più di me. Sulla carta avremmo dovuto restare incinti al primo sguardo. Fatto sta, che a dicembre io ancora non ero rimasta incinta, e il dubbio che qualcosa non andasse si iniziò a impossessare di me. Quella sensazione iniziale ora si era fatta molto pressante.
Da subito credetti di avere le tube chiuse. Avevo subìto due laparoscopie in passato, l’ultima poco dopo il nostro matrimonio, e temevo che queste operazioni mi avessero attaccato irrimediabilmente i tessuti interni. Mentre mi attivavo per cercare un ginecologo in zona e farmi prescrivere tutti gli esami del caso, tra cui la famigerata sonoisterosalpingografia (esame per verificare la pervietà delle tube) spedii mio marito a fare l’unico esame diagnostico che un uomo deve fare se un figlio tarda ad arrivare (non è proprio l’unico, ma di certo è il primo che si fa): lo spermiogramma.
Continuavo a credere che qualcosa che non andava doveva esserci ed ero certa che risiedesse in me, per cui ci colpii una doccia fredda quando arrivò il referto di quello che fu solo il primo di tanti esami a cui ci siamo poi sottoposti: oligoastenozoospermia. Un termine che non avevo mai sentito.
Feci una breve ricerca su internet e chiesi delucidazioni anche sul forum che frequentavo all’epoca e scoprii in meno di un’ora che voleva dire: D. aveva pochi spermatozoi lenti.
Davvero pochi per riuscire in  una fecondazione naturale.
Eppure, dopo aver parlato col mio ginecologo di allora, mi convinsi che avremmo potuto farcela in modo naturale. Di PMA non volevo sentirne parlare. Non ero pronta.
Seguirono diverse visite. Vedemmo un andrologo molto quotato in zona che prescrisse a D. un integratore che però si rivelò essere sbagliatissimo per mio marito, che dopo 4 mesi di cura- ad agosto 2016 – si ritrovò con un risultato peggiore di quello avuto a gennaio. Ormai era passato un anno di ricerca. Avevamo mirato ogni mese i rapporti e usato tantissimi integratori e medicine per migliorare la nostra fertilità, ma nulla era servito.
L’unica cosa che davvero ha migliorato i numeri di mio marito è stata la maca in polvere, che gli ho fatto prendere dopo il risultato disastroso dato dal genadis. Lo spermiogramma di gennaio 2017 rivelò “un’oligospermia dubbia”, quindi un miglioramento c’era stato, ma nonostante ciò decidemmo di intraprendere il percorso di fecondazione assistita presso la Zucchi di Monza.
Il dottor Br. mi era stato caldamente consigliato da più di una forumina che aveva realizzato il suo sogno di diventare mamma grazie a lui e alla Zucchi. Per cui a febbraio 2017 lo incontrammo per la prima volta.

Lì iniziai a vedere la luce in fondo al tunnel. Programmammo il nostro primo tentativo, una IVM (icsi con poca stimolazione) per aprile 2017. Feci solo 3 giorni di stimolazione con gonal f 150 e poi gonasi 10000 a 36 ore dal pick up.
Ricordo l’eccitazione e la gioia di quei giorni. Non vedevo l’ora di sapere quanti ovociti avrebbero trovato e quanti embrioni si sarebbero fecondati.
Prelevarono 3 ovociti, di cui 2 idonei che diventarono 2 embrioni, uno di classe A! Ero su di giri.
Trascorsi 12 giorni tra il pensiero di avercela fatta e il terrore di non avercela fatta. Ascoltavo ogni sintomo del mio corpo, ogni minimo dolore o alterazione dello status quo. Il giorno prima delle beta feci un test. Non potevo aspettare di fare l’analisi del sangue, dovevo sapere prima.
Un treno mi colpì quando lessi la scritta “non incinta”. Ci avevo davvero sperato. E ci sperai ancora un po’ fino al risultato definitivo delle beta del giorno dopo.
Piansi tra le braccia di mio marito tutta la delusione di quel negativo. Ma la tristezza durò pochi giorni lasciando poi spazio a nuova forza e determinazione.
Ero convinta che con una ICSI classica, e quindi con una stimolazione più lunga, avrei potuto sfruttare tutti i follicoli di cui le mie ovaie multifollicolari erano capaci.
All’ IVM vi erano 16 follicoli, ma solo 3 erano maturi abbastanza per contenere ovociti idonei. Ero certa che con una ICSI ne avremmo avuti molti di più.
Per fortuna il dottor Br. fu d’accordo con me e a giugno 2017 feci il secondo pick up, sapendo che avremmo dovuto fecondare e congelare tutto fino a settembre per evitare di andare in iperstimolo.

Al pick up 36 follicoli erano presenti nelle mie ovaie!! 9 follicoli furono prelevati. 6 solo erano idonei e si fecondarono tutti. Solo 3 arrivarono a blastocisti (embrioni in 5a giornata). 3 belle blasto mi attendevano congelate a Monza. Ci godemmo l’estate fino in fondo e a settembre attesi il ciclo con trepidazione per iniziare la preparazione al criotransfer.

Il 20 settembre 2017 ho fatto il transfer della prima blasto. Ho atteso altri 10 giorni di agonia, torturandomi sui se e sui ma. Ero fiduciosa, se possibile anche di più della prima volta, poichè ero persuasa dal potere di attecchimento maggiore delle blasto rispetto agli embrioni di 3 giorni.
Al trasfer la blasto era rimasta incastrata nel catetere da quanto era “pronta ad attaccarsi”. Mi hanno dovuto fare la procedura 2 volte. La biologa mi aveva detto per rassicurarmi “sono poi quelli che ci danno le belle notizie”… pensavo e ripensavo a quella frase.

Il 30 settembre mi sveglio presto, alle 7 del mattino. Sveglio mio marito e gli dico che sto per fare il test.
Lui va in cucina e mette su il caffè. Io vado in bagno e faccio pipì sullo stick. Rimetto il cappuccetto e lo lascio lì perchè non ho il coraggio di stare a fissarlo.

Vado in cucina da mio marito e lo abbraccio. Gli dico che non so come la prenderò se il test sarà negativo… che non so se avrò la forza di riprendermi così velocemente questa volta. Lui mi abbraccia e so che sarà lì per me in qualsiasi caso, come sempre. Sarà la mia forza lì dove io ne necessito.
Intanto suona il timer sul mio telefono. Tre minuti sono trascorsi.
Col cuore in gola, tenendoci per mano, andiamo in bagno. Guardo il test e lì la vedo, è apparsa: la seconda linea rossa. Quella che testimoniava che c’era una vita che cresceva dentro di me.

Il 14 giugno 2018, è nata la nostra piccola (veramente tanto piccola non era perchè è nata di 3,990kg) Vittoria, con parto cesareo dopo 36 ore di travaglio.
La nostra determinazione e la mia Fede sono state ripagate di questo dono bellissimo che tra 4 giorni compirà 3 mesi.
Essere genitori non è facile. E’ un lavoro duro ma è altrettanto pieno di gioie che trai anche solo dalle piccole cose. Quando vedo il sorriso di Vittoria, sento che tutto ciò per cui ho lottato e che ho vissuto nella vita ha un senso: mi ha portato a lei.

L’Aurora in un diario – Il racconto della mia fecondazione assistita

L’Aurora in un diario

Martedì 08 novembre 2016

È passato più di un anno dalla sera in cui ho incontrato la paffutella dai grandi occhi verdi e dalla scoperta di voler avere un figlio tutto mio.
Quell’Aurora si stava facendo aspettare come accade in natura. In effetti non è facile vederla. Bisogna trovarsi nel posto giusto del mondo, in un periodo esatto dell’anno, al buio e avere tanta pazienza, aspettare senza scoraggiarsi.
Io e mio marito eravamo nel posto giusto, al momento giusto, ma la gravidanza non arrivava, qualcosa non stava funzionando bene.

Oggi ritiriamo i referti del suo 3° Spermiogramma e li porteremo al Medico per la valutazione finale del nostro quadro di fertilità, dopo aver effettuato una lista infinita di indagini.
I referti non sono ottimi, si sospetta per me almeno una tuba chiusa e per mio marito soldatini con un bel 98% di forme anomale.
Il Medico dà ad entrambi una cura a base di integratori per cercare di tirar su la situazione, contemporaneamente il mio morale scendeva giù.
Io, giovane donna di 25 anni, che dalla vita avevo ricevuto dei doni immensi e delle soddisfazioni bellissime, con un marito eccezionale accanto, con la grande voglia di diventare Mamma, in quel momento non potevo andare avanti.
Il motivo non era ben chiaro, ma per il momento non mi era permesso di dare amore ad un figlio mio, di sentire il suo odore, tipico dei bambini appena nati, di toccare delicatamente il suo profilo levigato con un dito e di soffermarmi a guardarlo per tempi interminabili senza dire una parola.
E poi non mi era permesso di vedere mio marito padre, sicura del fatto che sarebbe stato il migliore al mondo, che lo avrebbe guardato con quegli occhi verdi pieni d’amore come tutti i giorni guarda me.

Tornati a casa le emozioni erano tante. Tristezza, delusione, consapevolezza di non poter portare a termine un nostro sogno, ma ancora tanta voglia di poterlo vedere avverato.
Dopo una mia breve crisi di pianto, io e mio marito abbiamo deciso di continuare il nostro cammino intraprendendo una nuova strada, consapevoli che non sarebbe stato facile, ma convinti del fatto che sarebbe stata la strada più emozionante che avremmo percorso insieme.

Quella strada la vedevo lì di fronte a noi, lunga, piena di curve, senza orizzonte, ma lo scenario era stupendo.
Una strada sterrata color oro, ai lati alberi di ciliegio in piena fioritura, oltre i quali una bellissima distesa di prato verde vivo. Il cielo era di un azzurro accecante e il sole era alto, caldo, sentivo i suoi raggi attraversarmi la pelle e mi sentivo leggera, trasportata da una brezza fresca e piacevole che mi spingeva in avanti, come a volermi suggerire di camminare.
Ho preso per mano mio marito e ho fatto un passo, da quel momento non ci siamo più fermati.

La strada da seguire ci era stata indicata, ci restava solamente una telefonata e prendere appuntamento per un colloquio in quella famosa struttura specializzata nella PMA – Procreazione Medicalmente Assistita.
Parole lunghe e difficili, proprio come la strada che avevamo deciso di percorrere.

 

 

Il brano è tratto dal libro L’Aurora in un diario – Il racconto della mia fecondazione assistitadi Debora Caruso, edizioni ilmiolibro.it

Un diario di eventi e vicende vissute dall’autrice dalla scoperta dell’infertilità all’esperienza della fecondazione assistita. Una giovane ragazza di 25 anni con un compagno praticamente perfetto e un lavoro stimolante. Cosa manca? È ovvio, un bambino. E per una come lei, abituata a raggiungere sempre l’obiettivo, il senso di fallimento non riesce a placarsi. Ma tra le difficoltà della fecondazione assistita scoprirà se stessa: i suoi limiti ma anche la sua forza. Il libro, toccante e a volte ironico, è rivolto alle donne che non riescono ad avere figli e a quelle donne che si stanno avvicinando al mondo della procreazione assistita. È uno strumento che aiuterà loro ad affrontare le battaglie di questo cammino con maggiore serenità e con una consapevolezza interiore.

quando felicità fa rima con pma

Quando finalmente abbiamo deciso di avere un bambino non avrei mai immaginato sarebbe stato un percorso difficile ….

Invece dopo un annetto nel nostro vocabolario arriva questa parola nuova PMA …

e ti ritrovi spiazzata, non capisci, nessuno ti spiega, ti infarinano di nomi, esami da fare, ma nessuno ti dice cosa sia veramente … e solo vivendolo capisci cosa sia questo mondo a tratti terribile e a tratti meraviglioso …

come dice una mia amica siamo diversamente fertili e dobbiamo farcene una ragione … e dobbiamo informarci da soli, sui forum, sui blog … e dobbiamo imparare un sacco di cose che non avremmo mai pensato di imparare …

e dobbiamo fare i conti con il nostro cuore e con i nostri ormoni, è una sfida per la coppia, da vivere in coppia …

siringhe, medicine sconosciute, dosaggi ormonali, diventano i nostri compagni di viaggio … ormai l’intimità viene un po’ violata …

ma tutto questo lo facciamo per un obiettivo, con l’unico scopo di arrivare all’amore … quello che già abbiamo nel cuore e che vorremmo donare al frutto del nostro amore …

il percorso è complesso … ma finchè il vostro cuore, la vostra mente e il vostro fisico vi dicono di non mollare, non fatelo …

 

Volevo la pancia, questa è la realtà

Chiunque abbia difficoltà di procreazione si è sentito dire a un certo punto “perché non adotti? Ci sono tanti bimbi abbandonati, almeno fai del bene”…è successo anche a me.Tralascio il fatto che tutta questa abbondanza di bambini è in realtà apparente, perché si aprirebbe un capitolo lunghissimo su affidabilità vs adottabilità, case famiglia eccetera.

Tralascio anche il fatto che aborro profondamente la visione dell’adozione come di un atto di generosità, visto che per me è semmai l’incontro di due esigenze e non solo un modo di far del bene a qualcuno. Diversamente adotterebbero solo quelli che i bambini li possono avere e non gli infertili, che hanno bisogno anche di far del bene a se stessi oltre che a un piccolo. Credere di essere benefattori e avere per questo diritto a una riconoscenza eterna penso sia il miglior modo per veder fallito un progetto adottivo. Perché forse non tutti lo sanno, ma anche le adozioni falliscono. Capita.

Non ho mai messo scuse in campo…ci vuole troppo tempo, ci vogliono troppi soldi, è un percorso troppo pesante. Nel mio iter pma ho speso tantissimo, ho visto volar via mesi e mesi, mi sono vista rivoltare come un calzino e ho affrontato pesantissimi conti con me stessa, psicologici e fisici. Ho portato avanti battaglie. Ho superato dolori. Il 21 luglio 2010 ho perso un bambino e credevo di morire. Sono morta anzi…e sono tornata solo per andare avanti e arrivare a mio figlio, che sapevo che mi stava aspettando e che sarebbe arrivato prima o poi. Ero io a dovermi impegnare per raggiungerlo.

Non ho mai nemmeno parlato del problema dell’abbandono. “Devi essere forte per adottare, sono bambini abbandonati”. Francamente non mi ha mai spaventata questo…e di certo non è stata la base delle mie scelte. Fossi stata convinta avrei affrontato anche quello con umiltà e voglia di imparare. Non si nasce genitori, comunque arrivino i figli. E’ un processo che evolve di giorno in giorno, nasce una famiglia e cresce insieme a un bambino. Non esistono manuali e non esistono esperti.

La realtà era più semplice e non me ne sono mai vergognata: io volevo la pancia. VOLEVO LA PANCIA. Volevo iniziare a conoscere mio figlio e a fantasticare su di lui fin da quando, lungo 3 mm, lo avrei visualizzato in una ecografia, il cuoricino che batteva e lui a forma di virgoletta. Volevo l’ansia che prende tra una visita e l’altra, il desiderio di comprarti sofisticate apparecchiature milionarie per monitorare giorno e notte la sua crescita.

Volevo vederlo diventare da virgoletta mini bimbo, con tutte le sue cose a posto, fare scommesse sul sesso, pensare a 200 nomi e ripeterli 200000 di volte per vedere “che effetto fa”. Volevo un giorno star seduta davanti alla TV e improvvisamente toc toc eccolo lì, avere il privilegio per settimane di sentirlo solo io, svegliarmi la notte e lui attivo e arzillo. Volevo comprarmi i vestiti e ridere dei miei pantaloni troppo stretti, passeggiare parlando con lui e nascondendomi dagli altri per non essere presa per matta, raccontargli che mondo gli stavo preparando e che madre sarei stata, consapevole che poi tutto sarebbe stato stravolto dal suo arrivo, anche io. Nulla di quello che avevo progettato si è poi verificato, sono una madre senza programmi, a volte variabile. Piuttosto flessibile.

Volevo arrivare ai monitoraggi, quelli in cui ti mettono quella grande cintura e tutto il reparto sente TUM TUM TUM, tu sorvegli quella carta che scorre, un elettrocardiogramma d’amore. Volevo esserci dai suoi primi momenti, volevo mi guardasse appena nato e scoprisse che ero io quel cuore che lo cullava, quella voce che gli parlava, quell’amore che lo aveva amato da prima che esistesse. Volevo provare ad allattarlo e se non ci riuscivo pazienza, volevo farmi due lacrimucce e passare ad un confortante biberon, volevo pesarlo, cambiarlo e essere fiera della sua crescita.

Non ero pronta a rinunciare a tutto questo. Ergo non ero pronta ad adottare. Semplicemente. Per farlo ci vuole prima di tutto una mancanza di rimpianto per tutti questi passi che non vivrai. E io non l’avevo. Sarei stata piena di rimpianti. Non è giusto, per nessuno. Non sarebbe stato giusto per il bimbo, che avrei certo amato ugualmente, dei geni mi importa meno di zero, dell’eventuale colore della pelle idem. Ma non sarebbe stato giusto nemmeno per me. Mi sarei privata di qualcosa cui non ero pronta a privarmi.

Non credo ci sia nulla di male, non accetto classifiche, non ne faccio e non ne voglio per me stessa. Ho sempre reagito molto male alle frasi fatte, al “quella sì che è una scelta d’amore”, al facile e becero giudizio di chi non si trova a dover fare scelte…e quindi sta in una posizione comodissima. Su un pulpito generalmente.

Nessuno è bravo o egoista. Siamo tutti qui con un desiderio, una strada per raggiungerlo e le nostre armi per farlo. Diventare genitore è una scelta d’amore e d’egoismo contemporaneamente. Tutti fanno un figlio…o lo adottano…per se stessi, di certo non per beneficiare l’umanità. Siamo miliardi, non serve certo nostro figlio per migliorare il mondo. E visto che per ogni bimbo adottabile ci sono dalle 5 alle 10 coppie disponibili…pure se non adotti di certo non cambia molto l’equilibrio dell’universo.

Scegli di provare a diventare genitore perché lo desideri. Per te. Per la tua vita.

Credo si debba essere sempre orgogliosi delle proprie scelte. Sono le nostre. Sono personali. Vergognarsene e accampare scuse è svilirsi. E svilirle.

Per prima cosa occorre cercare dentro di sé la cosa più importante: la verità.

 

Il post è sul mio blog https://fertilemente.wordpress.com/

Reazioni

Quando si riceve e si prende coscienza di avere un problema di fertilità, le reazioni vostre, del partner e di chi vi sta vicino, come familiari e amici, possono essere diverse, soprattutto da come ve le aspettate.

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Storia semiseria di un’aspirante mamma: PMA e diavolerie simili

Io faccio parte di quella categoria di donne che fa, sempre, e dico sempre, fila alla cassa sbagliata. Quindi, non mi sono stupita più di tanto quando, incolonnandomi idealmente nella fila “DONNE ASPIRANTI MAMMA” al momento di riscuotere la mia beneaugurale dose di fortuna, il Cassiere (rectius : destino, provvidenza, Dio, Buddha ecc. ecc) ha immotivatamente abbandonato il posto di lavoro.

Nell’attesa estenuante che ne è seguita, ho setacciato gli anfratti internettiani per acquisire informazioni sul concepimento, sull’apparato riproduttivo, sulla trasformazione cellulare, sulla qualità ovocitaria ed embrionaria, tanto che meriterei una STANDING OVULATION per l’impegno. Ho studiato tutte le posizioni che avrebbero potuto migliorare la fecondazione (consiglio la posizione dell’aratro), l’andamento delle maree, le lune più feconde, l’influenza di altri pianeti e galassie limitrofe. Ho digitato su tutti i calcolatori automatici di internet, per individuare quali fossero i giorni più fertili (il mio preferito è www.periodofertile.it). Ho comprato stick canadesi (eh si anche gli stick hanno nazionalità) e poi, per esigenze di tasca, anche cinesi : uguali ai primi ma con un foglietto illustrativo più lungo. Ho comprato il costosissimo computer “persona” che promette di dirti, attraverso una serie di accattivanti faccine sorridenti, quali sono i giorni più fecondi.

Ho usato tutte le mie pause-sigaretta leggendo parossisticamente forum come www.mammole.it, www.cercounbimbo.net e www.forum.alfemminile.com, dove altre donne ansiose, e in fila alla stessa cassa, si confrontano sui sintomi predittivi di una gravidanza. E, qui, il grande dramma. Alla ricerca di quell’enciclopedica rassegna di sintomi, universalmente associati allo stato di gravidanza, ho osservato le seguenti malsane condotte : autopalpazione con approccio mammografico, anche in orario e ambiente lavorativo, camuffata da simulati e immaginari pruriti, abbuffata alimentare smodata con ovvie conseguenze sull’apparato intestinale e deiezioni altrettanto smodate, ispezioni scrupolose di mutande e carta igienica al momento della minzione, ripetute e indotte minzioni al solo fine di ispezionare, in solitaria aspettativa, mutande e carta igienica…fino ad approdare alla malsana e casuale spremitura di altre parti del corpo (narici, polsi, piedi ecc), alla ricerca di fanta-sintomi non ancora decodificati, ma propiziatori.

Ho cercato, poi, di scovare altri e diversi segnali predittivi di una gravidanza rastrellando la natura, l’oltretomba, la medicina alternativa, i notiziari con aggiornamento su eventi catastrofici…e poi…ho compreso: non faccio parte di quella schiera nutrita di donne che alla prima riserva mentale, neanche esternata al compagno, è già incinta. Non sono una di quelle donne che con la semplice imposizione delle mani, del pensiero, della preghiera della zia oltreoceano, dell’intervento divino, delle intercessioni di tutti i parenti morti ma sempre benevoli, può godere della sfacciata fortuna di rimanere incinta. Non faccio parte di quelle donne che già sanno che rimarranno incinta a marzo, così potranno godere delle ferie natalizie per riprendersi dopo il parto. Non faccio parte di quelle donne che possono dire all’amica sfigata che “se si rilassa succederà il lieto evento”… Il consiglio del rilassarsi-che-poi-arriva merita di essere liquidato con il seguente termine :“tautologico” che non è, di certo, parola bella come “petaloso” e che ha, in realtà, tutta la briosa aspirazione a diventare un insulto, ma pronunciato con stile e garbo.

No, io faccio parte di quelle che non sapevano che fosse così difficile ma ora lo sanno bene. E’ stata un’illuminazione. Una volta ricordo di essere incappata in questo sito dove c’erano tante parole strane tipo pma, icsi, fivet, pgd, pick up, transfer, crioconservazione e simili, mentre le ragazze si auguravano, tutte accorate, cose tipo “in becco alla cika” che sta per la cicogna, o si apostrofavano come fivettare, o si confrontavano su valori con sigle oscure come fsh, amh del terzo e anche del ventunesimo giorno del ciclo. Devo ammetterlo …ho pensato…poverine queste non riescono a rimanere incinte, sono proprio sfortunate…e poi ho scoperto la dura verità…che pure io, in fila alla cassa “DONNE ASPIRANTI MAMMA” privata ingiustamente della mia saccoccia di fortuna, ero stata deviata verso la tangenziale “FECONDAZIONE ASSISTITA”.

E qui, ti ritrovi a presentarti al desk di questi luoghi, fatti solo per noi della tangenziale, con il foglio del ginecologo che lì ti ha dirottato, e che riporta etichette tipo infertilità sine causa o infertilità femminile per PCOS o endometriosi, o infertilità maschile per azoospermia, teratospermia o altre parolacce simili. Con un certo imbarazzo, e con il tomo di esami che confermano la diagnosi di cui sopra, vi fanno accomodare nella sala d’attesa dove incontrate altri della vostra species. Devo dire che l’infertilità è democratica : colpisce giovani, meno giovani, alti, bassi, biondi, mori, magri, robusti, belli, brutti, insomma, tutti.

E quando sei lì, e maledici il destino mentre cerchi ancora di metabolizzare che la strada è in salita, ti volti e le vedi : foto ed ecografie di bimbi sorridenti che hanno un nome e ringraziano di essere venuti al mondo. Allora, e solo allora, nonostante tutta la fila alla cassa, l’attesa, le lacrime, lo studio matto e disperatissimo, i fanta-sintomi, le montagne russe ormonali, cominci a coltivare la luminosa speranza che, magari, e dico magari, un giorno, ci sarà anche il vostro bimbo, su quella parete, a sorridere a dei perfetti sconosciuti che li guardano estasiati, e tremuli di lacrime e speranza

Dal blog La Fabbrica delle Donne

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Oggi Linda è mamma di una bimba, Ester, nata proprio grazie a quella fecondazione.
Un lieto fine che l’autrice ha voluto aggiungessimo come aggiornamento della sua storia,
per offrire una testimonianza di speranza e incoraggiamento.

Sono Mamma grazie alla PMA

Per anni non sono riuscita a dire che ero mamma grazie alla PMA, mi vergognavo quasi fosse una colpa.

Poi arriva il giorno dove fai pace con te stessa e ti perdoni.

Ti perdoni per non esserti accettata così come sei.

Ti perdoni perché hai avuto la fortuna di raggiungere il tuo più grande desiderio.

Ti perdoni perché invecchiando cambiano i punti di vista.

Ti perdoni perché hai capito che non è una colpa.

Da sempre il mio unico desiderio era quello di avere una famiglia e dei figli, tanti figli.

Volevo diventare mamma da giovane, volevo godermi con un po’ più di leggerezza e incoscienza la crescita dei bambini.

Non avevo preso in considerazione la possibilità di non avere figli, di non trovare il compagno giusto, o qualsiasi altro impedimento, la cosa che da sempre per me era la più naturale e normale per ogni donna non poteva non accadere.

Ma la vita non è mai andata da subito come immaginavo e allora dopo i primi mesi dove anche se un figlio non arriva è tutto normale, iniziarono le ansie, le preoccupazioni, e le paure per l’impossibilità di rimanere incinta.

Prima di accettare l’evidenza e decidere se ricorrere alla procreazione medica assistita provi di tutto:

provi a non pensarci e fai l’amore quando ti va

provi a pensarci e fai l’amore solo nei giorni giusti

provi a prendere la temperatura basale (termometro speciale, sveglia sempre alla stessa ora e grafici per capire dopo mesi qual è il giorno perfetto e sperare che non scenda mai…)

provi a  prendere integratori consigliati dalle amiche (perché tutte abbiamo un’amica che è rimasta incinta dopo aver preso qualche “bacca miracolosa“)

provi a monitorare l’ovulazione con gli stick canadesi (anche qui mesi e mesi di studio per comprendere come mai quelle lineette non sono mai così nitide come quelle del foglietto illustrativo)

provi, provi e provi…

Ma ogni mese alla vista del ciclo ti si spezza il cuore.

Perché se cerchi un figlio così intensamente, altrettanto intensamente la tua mente si burlerà di te facendoti percepire tutti i possibili sintomi di una gravidanza già dal giorno dopo il rapporto perfetto (quello avuto esattamente il giorno nel picco dell’ovulazione confermato dagli stick, muco, e dolorini alle ovaie).

Quanti test negativi, fatti da sola senza confidarlo a nessuno e buttati via con le lacrime agli occhi.

Dopo averle provate tutte senza alcun risultato ho iniziato a vergognarmi, come fosse una colpa.

La colpa di non riuscire a fare un figlio.

La colpa di essere una donna a metà.

La colpa di sentirmi sbagliata.

Ma le colpe sono altre!!

Così dopo aver sempre sorriso e risposto un secco ma poco convinto “non adesso!” all’unica domanda che non avrei mai voluto sentire :”Allora, quando lo fate un figlio?”, è arrivata la consapevolezza del “così non può continuare”, dovevo decidere se davvero desiderassi un figlio e farmi seguire in un centro per l’infertilità o farmene una ragione accettando quello che la vita aveva in serbo per me senza sensi di colpa vivendo il presente senza SE e senza MA.

Ai sensi di colpa per fortuna c’è una fine e scatta qualcosa nella mente che ti dona la consapevolezza di un futuro felice qualunque esso sia.

Questa è la prima volta che scrivo e parlo della mia infertilità, delle difficoltà vissute prima di stringere tra le braccia il dono più prezioso, non riuscivo ad accettarlo, ma dopo la malattia vedo il mondo da un’altro punto di vista e anche quello che prima mi lacerava l’anima adesso mi sembra un dono.

Mi sembra un dono essere riuscita a partorire in casa dopo aver scelto durante la gravidanza di farmi seguire dall’ostetrica.

Vorrei che nessuna donna mai si sentisse come mi sono sentita io, inadeguata, sbagliata, in colpa e vorrei che ogni donna un giorno potesse come me ritenersi fortunata.

Mi sento una donna fortunata perché ho avuto la possibilità di avere due bimbi, uno è arrivato grazie alla testardaggine della sua mamma e del suo papà che non si sono mai rassegnati ad una vita senza figli e hanno fatto più tentativi di procreazione medica assistita, fino al positivo di novembre 2011. Eravamo seguiti presso il Promea da dicembre 2010 ed era il mio terzo ed ultimo tentativo.

Hai presente quelle date che non si scordano mai?

Una di queste per me è il giorno in cui, dopo aver fatto (tremando e pregando chiunque fosse in ascolto) l’esame del sangue 14 giorni dopo la ICSI, mi hanno chiamata dal centro di PMA per comunicarmi l’esito delle Beta Hcg: “Signora sono positive, lei è incinta!”

Il cuore sembrava esplodermi nel petto, non si fermava più!!! E continua a battere ancora così ogni volta che guardo Sara dopo quasi 5 anni.

L’altro piccolo è arrivato in maniera naturale e inaspettata dopo 3 tentativi andati male di PMA come spesso accade quasi a burlarsi di tutte le sofferenze. Perché anch’io potessi dire una cosa nella quale non credevo e che detestavo sentirmi dire:  “Ma lo sai che quando ho smesso di pensarci è arrivato!!”

Le colpe sono altre e ricorrere alla PMA per realizzare un sogno ed avere la famiglia che desideravo non è una cosa di cui vergognarsi.

Mi piacerebbe essere d’aiuto alle donne che sono all’inizio di questo difficile, duro e a volte lungo percorso, così ho deciso di raccogliere e condividere testimonianze, emozioni ed esiti positivi per dare speranza a tutte le future mamme.

 

Post pubblicato sul blog Lettoaquattropiazze.it

La mia avventura più bella

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Come la maggior parte della coppie anche io e mio marito, dopo qualche anno di convivenza, desideravamo un figlio e così, dopo il matrimonio, abbiamo inziato a provare a realizzare il nostro sogno. I primi mesi la gravidanza, o meglio, la mancata gravidanza, non era per noi un peso insopportabile, anche la ricerca del figlio non era ancora diventata una nostra ossessione, ma poi, i mesi passavano e non c’era mai nessun ritardo.

Ci siamo confrontati e poi rivolti a degli specialisti, abbiamo fatto analisi, controlli, visite, code interminabili, abbiamo navigato su internet alla ricerca di risposte, abbiamo capito che la fecondazione assistita sarebbe stata la nostra nuova avventura.

Inizialmente non l’abbiamo presa bene, inutile negarlo, ci vergognavamo quasi a parlarne, poi abbiamo capito che non c’era niente di male, niente di vergognoso, avevamo un problema (uno dei tanti) e come tutti i problami andava affrontato e, magari, risolto.

Non è stato facile, mi sembrava di vedere ovunque donne incinte e neonati, carrozzine e tutine, probabilmente non era così, probabilmente camminando per strada è fisiologico incontrare una donna incinta o una donna con un neonato nella carrozzina, ma a me sembrava di vederle ovunque.

Dopo tutti i controlli abbiamo iniziato a “bucarci” in senso buono, era il momento degli ormoni, piccole punture sulla mia pancia che si preparava ad ospitare mio figlio.

L’avventura della maternità è così iniziata ancora prima di rimanere incinta, perchè prepararsi per la fecondazione assistita significa preparare il corpo a qualcosa che forse, e solo forse, accadrà.

E’ stato un percorso difficile ma, se mi guardo indietro oggi, non mi ricordo neanche il dolore o l’attesa,  se mi guardo indietro mi guardo con tenerezza, con il sorriso.

Non avrei mai pensato che sarebbe successo a me, forse è questo quello che ci frega, forse il fatto di non essere preparate all’eventualità, alla possibilità che avere un figlio non sia una cosa semplice o naturale è l’ostacolo ‘mentale’ è quello  più difficile da superare.

Un ostacolo che dobbiamo saltare, per noi, per i nostri figli, per aiutarli a non cadere nel pregiudizio e nella paura che, a volte, qualcosa può andare storto, può andare diversamente da quanto pianificato, per aiurali a comprendere e a capire che l’infertilità è una malattia e come tale va curata, non è un capriccio, è un desiderio che per prendere corpo ha bisogno di farmaci, fatica e qualche aiuto in più.

E poi, solo poi, arriverà la pancia, le nausee, il travaglio e quei leggerissimi tre chili sulle braccia che, se ti guardi indietro, ti fanno dimenticare tutto, anche la paura di non farcela.