Lettera alla mia 5* blastocisti

Il mio quinto transfer.
Dieci giorni in cui la vita sembra fermarsi e cambiare forma. Dieci giorni sospesi tra la speranza e la paura di crederci troppo.

Io e il tuo papà abbiamo fatto tutto, proprio tutto. Abbiamo seguito ogni indicazione, ogni cura, ogni piccolo gesto con la delicatezza di chi custodisce qualcosa di prezioso. Eppure tu non ti sei aggrappato forte alla tua mamma.

E allora la domanda torna, insistente, senza tregua:
perché?

Il mio corpo ti ha lasciato andare.
E io continuo a chiedermi cosa ci sia che non va.

Sono stati giorni strani, fragili. Giorni vissuti in apnea, sospesi tra la paura di illuderci ancora e il desiderio, ostinato, di continuare a crederci.

Poi arriva quella chiamata.

“Ho notizie non belle.”

Le parole del dottore mi arrivano dritte al cuore, come una lama a doppio taglio.
E dentro di me si accende solo una domanda:
cosa c’è che non va? Cosa?

La blasto era sana.
L’endometrio perfetto.
L’utero pronto ad accoglierti.
La cura seguita alla perfezione.

Tutto giusto. Tutto pronto.
Ma tu non arrivi.

E allora ancora una volta mi chiedo:
perché?

Oggi sento un dolore enorme.
Un dolore che pesa nel petto, nello stomaco, nei pensieri. Un dolore difficile da spiegare, quasi impossibile da sopportare.

In questo momento mi sento tradita dal mio stesso corpo.
Come se mi avesse promesso qualcosa che poi non è riuscito a mantenere.

Eppure, anche dentro questo vuoto, dentro questa ferita aperta, una parte di me continua a parlarti.

Perché, anche se non sei arrivato,
tu sei stato desiderato.
Aspettato.
Amato

(Grazie a Kelly Sikkema per l’immagine). 

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