ll diritto di desiderare ancora: la mia PMA e la rinascita di essere “solo mamma”

Mamma bis con due percorsi opposti. Il primo, naturale, mi ha resa madre di un bimbo con disabilità per cui ho dovuto lasciare il lavoro; la seconda è arrivata dopo 3 anni e la PMA, facendomi scoprire la leggerezza di essere “solo mamma”. Due maternità di

«Vabbè, ma intanto uno ce l’hai, accontentati».
Se hai vissuto la ricerca di una seconda gravidanza che non voleva arrivare, probabilmente ti sei sentita dire questa frase. Una frase che si muove tra la superficialità e la mancanza di empatia, come se il dolore dell’infertilità secondaria valesse meno, come se il desiderio di maternità si potesse spegnere con un interruttore solo perché si è già madri.
Nel mio caso, quella frase faceva ancora più male. Perché dietro la mia ricerca di un secondo figlio, durata più di tre anni e approdata infine alla PMA (Procreazione Medicalmente Assistita), c’era un significato molto più profondo del semplice “dare un fratellino”. C’era un bisogno vitale di riscatto e di guarigione.
Quando essere mamma significa essere anche un medico e un terapista
Il mio primo bambino è un bimbo con disabilità. Chi vive questa realtà sa che la maternità si trasforma rapidamente in qualcosa di diverso, di totalizzante. Fin da subito, la nostra vita è stata catapultata in un vortice di visite mediche, decine di ospedali, indagini genetiche, terapie e controlli continui.
In questi anni non sono stata semplicemente una mamma. Sono stata un medico, una terapista, una logopedista, una psicomotricista, una ricercatrice. Ogni piccolo traguardo di mio figlio non è mai arrivato in automatico: è sempre stato il frutto di ore di lavoro, di sacrifici, di viaggi tra centri specialistici. Ha camminato quasi a due anni, dopo infiniti esercizi.
Sia chiaro: io amo mio figlio alla follia. Non ho mai messo in discussione questo amore e con lui ho provato gioie immense. Anzi, forse ho provato più gioia nel vedere camminare lui che mia figlia, perché è stata una conquista strappata con i denti. Ma la fatica è quotidiana. Ancora oggi che è più grande, viviamo con una spada di Damocle sulla testa, affrontando una fase delicatissima: oggi lottiamo con le sue emozioni, mentre inizia a rendersi conto dei suoi limiti e della sua disabilità.
Ed è proprio in mezzo a questa battaglia che, qualche anno fa, ho sentito un bisogno profondo.
Il desiderio di capire cosa significasse “essere solo mamma”
Non si trattava di non sapersi accontentare. Ogni madre ha il diritto di soffrire se il secondo figlio non arriva. Ma io avevo una fame disperata di normalità. Volevo provare una maternità diversa. Una maternità che non fosse fatta di camici bianchi, scadenze mediche e l’ansia costante di confrontare i suoi progressi con le tappe dello sviluppo.
Volevo capire cosa significasse sentirsi semplicemente mamma. Solo mamma, e nient’altro.
Forse, se il mio primo bimbo non avesse avuto queste difficoltà, mi sarei arresa prima davanti agli ostacoli della ricerca. Invece mi sono attaccata a questo desiderio con le unghie e con i denti.
Il percorso della PMA è stato durissimo. Venendo da un primo parto cesareo, avevo delle aderenze e un ovaio retrouterino che non rispondeva alla stimolazione. Al momento del pick-up, da quell’ovaio non sono riusciti a prelevare nulla. Lo sconforto è stato enorme: pensavo di avere pochissime possibilità. Invece, da soli sei ovuli prelevati dall’altro ovaio e fecondati, siamo arrivati a due blastocisti crioconservate.
Al primo tentativo, con il primo transfer, è arrivato il mio positivo.
Lo stupore della normalità e la mia rinascita
Oggi la mia seconda bambina ha poco più di un anno, e io posso dirlo: sono rinata. Lei mi ha restituito qualcosa che mi ero sentita strappare via durante la prima esperienza.
Vivere questa seconda maternità è un’esperienza incredibile, quasi inspiegabile per chi non l’ha provata. Mi ritrovo a guardarmi intorno sorpresa, quasi stordita dalla facilità con cui mia figlia fa le cose. Ha imparato a camminare da sola: a un certo punto si è alzata in piedi e ha iniziato a muovere i primi passi, quasi senza aiuto. Impara tutto in autonomia.
A volte mi sento quasi in colpa, ho come la sensazione di non stare facendo nulla per crescerla, perché fa tutto da sola. So che per un genitore “neurotipico” questa è la normalità e nessuno si sorprenderebbe così tanto. Ma per me, che ho vissuto un’esperienza diametralmente opposta, ogni sua conquista spontanea è un miracolo di leggerezza.
Dico sempre che, forse, è stato un bene che le cose siano andate in questo ordine cronologico: se fosse arrivata prima lei, forse non avrei avuto la forza di reggere il colpo della disabilità dopo.
Condivido questa storia per tutte le donne che si sentono giudicate nei loro desideri. Non permettete a nessuno di dirvi per cosa avete il diritto di soffrire o di sperare. Dietro la ricerca di un figlio c’è un mondo invisibile. E a volte, quel mondo è solo il diritto legittimo di una donna di poter stringere una vita tra le braccia e sentirsi, finalmente, solo una mamma

(Immagine: una foto di Kateryna Hliznitsova)

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